CAPORETTO DELL’ECONOMIA | 25 Luglio 2016

Il Pil crolla e questa volta Renzi trema

Pil, debito, fisco, pubblico impiego. Ecco la Caporetto economica di Renzi che, al netto della propaganda, ha fatto poco o nulla rispetto al passato. Uscita dalla crisi e Stato più efficiente. Dove ha fallito il leader rottamatore

di ROBERTO BETTINELLI

L’avvento della ripresa economica ha sempre dettato legge nel lessico spumeggiante e telegenico di Matteo Renzi. Negli ultimi due anni il premier non ha fatto altro che segnalare ogni minima variazione positiva del Pil e degli indicatori che testimoniano lo stato di salute dell’economia. Una strategia finalizzata a dimostrare che il suo governo, per quanto guidato da un presidente del Consiglio non legittimato da regolari elezioni, sarebbe stato degno della fiducia degli italiani. Un dettaglio, la non elezione del premier, che in una democrazia non è per nulla trascurabile e che Renzi ha visto bene di superare con una propaganda martellante che mettesse in luce anche i più piccoli vantaggi raggiunti grazie al suo esecutivo. Da qui il battage ossessivo sugli 80 euro, sull’abolizione della tassa sulla prima casa e sulla decontribuzione per le assunzioni del Jobs Act. 

Uscita dalla crisi e riforme. Questi, in sintesi, i pilastri della strategia renziana. Ma che, allo stato attuale, sono tutt’altro che saldi al punto da richiedere a breve la definizione di nuovi strumenti, pratici e comunicativi, per liberarsi una volta per tutte del fardello della recessione e intercettare una crescita che seguita a rimanere lontana.  

Il rapporto debito-Pil, secondo Eurostat, nel primo trimestre del 2016 ha raggiunto quota 135,4% con un incremento del 2,7% rispetto agli ultimi tre mesi del 2015 quando aveva fatto segnare 132,7%. Si tratta del secondo debito pubblico più alto tra i Paesi Ue dopo quello della Grecia, pari al 176,3%, e che a maggio secondo il bollettino di Bankitalia ha toccato i 2.241,8 miliardi di euro aumentando di 10,9 miliardi rispetto al mese precedente. 

Una missione, quella della riduzione dell’indebitamento dello Stato, che Renzi e il fedele Padoan hanno annunciato ripetutamente di voler onorare. Conti alla mano, però, nulla è migliorato e si riscontra un netto peggioramento.

L’arretramento del Pil contrasta con i contenuti autocelebrativi che hanno sempre alimentato la comunicazione del segretario del Pd, secondo il quale il suo sarebbe l’esecutivo più performante della recente storia repubblicana e non solo. Ma anche se si esanimano i risultati di altri settori, come per esempio quello del pubblico impiego, non si può che prendere atto del medesimo fallimento. Sono ben 48mila i dirigenti che, in modo del tutto fuori controllo, andranno a spartirsi ben 800 milioni di euro di premi. Anche qui Renzi, che è abituato ad occuparsi innanzitutto degli slogan più che dei fatti, si è inventato gli ‘Obbiettivi della repubblica’ per indicare i traguardi che sarà necessario raggiungere per avere diritto ai bonus che ogni anno vengono intascati in modo quasi automatico e senza alcun surplus di rendimento. 

Dopo la Civit e l’Autorità anti-corruzione spetta ora al Dipartimento della Funzione pubblica eseguire i controlli. Ma la nascita degli Organismi indipendenti di valutazione, per quanto associata ad un albo che non si capisce bene per quale motivo debba funzionare da garanzia contro gli abusi attuali, non sembra scalfire la selva di procedure che legittimano l’assegnazione dei premi in denaro. Una documentazione che certifica il numero di report, atti e riunioni eludendo la questione cruciale delle performance legate alla qualità del servizi. 

Il muro fra pubblico e privato, che il governo Renzi ha salvaguardato quando c’è stato da ritoccare l’articolo 18, resta quindi immutato e a tutto vantaggio di una pletora di burocrati che fanno parte dell’amministrazione statale dove rimangono in essere privilegi assurdi e ingiustificati. 

L’arrembante e grintoso presidente del Consiglio non sembra aver concluso molto a giudicare dal confronto con chi l’ha preceduto. Un continuità di per sé disdicevole ma che delude ancora di più se si considera che cade in un momento in cui l’economia italiana accusa il colpo a causa di una serie di fattori negativi: Brexit, la crisi turca, l’esplosione del terrorismo sulla scena internazionale, il pericoloso rallentamento del commercio globale e le criticità del sistema bancario. Nel 2016 la stima del Pil è scesa sotto l’1% con un’oscillazione che varia dallo 0,6% allo 0,9%. Numeri in picchiata se si considera che le attese dovevano superare abbondantemente l’1% facendo emergere un dato sconfortante che è decisamente inferiore alle prestazioni di Germania, Francia e Spagna. Ad ottobre, quando il responsabile del dicastero dell’economia Padoan dovrà fare bene i conti in vista della legge di stabilità, si accorgerà che servono almeno cinque miliardi di euro per ripianare il buco del Pil mentre 8 miliardi saranno necessari per non ricorrere all’aumento dell’Iva. E tutto questo nonostante l’Europa abbia fatto concessioni importanti sul versante della flessibilità europea e le entrate tributarie siano salite del 4,2% a maggio, sfiorando i 34 miliardi per un totale di 152,3 miliardi di euro nei primi cinque mesi del 2016.

Un appetito, quello del fisco, che si fa sempre più vorace e che rappresenta la prova più evidente di come Renzi, alla fine, non abbia saputo imprimere al Paese alcuni tipo di cambiamento positivo. Nè per ciò che riguarda il rilancio dell’economia né per ciò che riguarda le riforme istituzionali dove i due tentativi in atto, la riforma costituzionale e I’Italicum, sono entrambi sub judice e alquanto incerti. 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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