NATALE | 25 Dicembre 2014

Presepe: la “differenza” che salva gli uomini

Un maestro artigiano di Napoli, Maurizio Travaglini, racconta la storia, la fortuna e il senso di un’usanza che fa parte della tradizione secolare del nostro Paese

di RICCARDO CHIARI

Anche quest’anno, come ormai purtroppo avviene da diversi anni a questa parte, è divampata la polemica generata dal divieto di realizzare il presepe di Natale all’interno di un istituto scolastico. Il fatto, seguito da sporadici episodi analoghi in altre scuole d’Italia, è avvenuto al liceo De Amicis di Bergamo. In nome di un presunto rispetto, di una demagogica tolleranza nei confronti di chi non è religioso o non si riconosce nella religione cristiana, i presepi vengono sempre più banditi dalle scuole e dai luoghi pubblici. Sono visti come oggetti provocatori e fastidiosi in ambienti che dovrebbero essere “laici” poiché “non privati”. Un modo piuttosto ambiguo di intendere la laicità dello Stato che anziché costituirsi come garanzia per la quale ogni individuo possa venir accolto e rispettato per la propria storia, le proprie idee e convinzioni, tende a livellare e uniformare il panorama culturale, cancellando storia e tradizioni secolari.

Ma uniformare la storia e le tradizioni italiane non è, per fortuna, così semplice. L’infinita e spettacolosa varietà con cui l’appartenenza alla religione cristiana si è manifestata nel corso dei secoli e continua a comunicarsi attraverso l’arte, l’architettura e le usanze pressoché presenti in ogni singolo paese d’Italia fa sì che i tentativi di mettere a tacere questa grande storia risultino quasi ridicoli.

Il presepe è forse uno dei simboli più eloquenti della nostra tradizione. Da quando San Francesco, nel lontano 1223, realizzò il primo presepe vivente a Greccio (RI), le rappresentazioni della Nascita di Gesù si sono moltiplicate lungo tutte la Penisola assumendo forme e particolarità che contribuiscono ad arricchire il nostro già pingue patrimonio culturale.

Abbiamo in proposito rivolto alcune domande a chi grazie al presepe riesce addirittura a vivere e a mantenersi, come Maurizio Travaglini, uno dei più grandi presepisti napoletani che da quasi trent’anni realizza capolavori destinati a celebrare la Notte Santa.

Come è nata la sua passione per i presepi?

«Fin da bambino ho sempre avuto una spiccata attitudine a costruire piccoli oggetti con differenti materiali che mi capitavano sotto mano. Mi piaceva creare e scolpire. Poi a 18 anni, durante il servizio militare, cominciai a pormi alcune domande sulla mia vita. Mi chiedevo: “che cosa ci faccio qui nell’esercito? A me piace creare”. Finché una notte in cui ero di guardia cominciai a intagliare con un coltellino il volto di Cristo su una tavoletta di legno e dal risultato capii qual era la mia vocazione».

Quindi lei è un autodidatta?

«No, no, compresi solo di avere una certa predisposizione. Ma non ho imparato da me tutto quello che so fare. Mi rivolsi ad alcuni maestri pagandomi da solo le spese per studiare presso le loro botteghe. Fu così che cominciai a lavorare, oltre il legno, anche la pietra e le ceramiche e, insomma, ad approfondire lo studio dei materiali dal punto di vista sia scientifico sia artigianale. Ho imparato che crescere significa condividere le cose. E più la mia arte cresceva più ero in grado di far partecipare sempre più persone ad essa, anche se non parlavano la mia lingua. Il bello dell’arte è che si tratta di un linguaggio universale dove per crescere devi imparare a esprimere sempre di più te stesso».

Su youtube è possibile vedere una sua magnifica opera realizzata però in sughero…

«Sì, alla fine è arrivato anche il sughero fra i materiali che scelgo per le mie realizzazioni. Ho appreso come manipolare e modellare questa splendida materia prima che ha delle qualità particolari e rende molto bene alcuni elementi architettonici. Il presepe che ho filmato e messo su youtube è un presepe “nudo”. L’ho voluto fare senza pastori per invitare l’osservatore a farsi egli stesso pastore e assistere all’evento della nascita di Gesù. In un certo senso per me il presepe è il palcoscenico su cui viene rappresentata anche la nostra vita».

Da quanto tempo esistono i presepi napoletani?

«A Napoli sono sempre stati fatti i presepi dall’epoca della loro invenzione, quindi fin dal medioevo. Il presepe napoletano, quello insomma con le caratteristiche che ancora oggi lo contraddistinguono, è però nato nel ’700, con Carlo III di Borbone. Il re fu il primo nobile a interessarsi a questa forma artigianale e a collezionare presepi e statuine, lanciando una moda che prese piede in tutta l’aristocrazia dell’epoca. E così il nostro presepe divenne presto famoso in tutta Europa».

Che idea si è fatto sulle polemiche in atto nelle scuole in cui è stato proibito di collocare il presepe?

Le scuole devono, o per lo meno dovrebbero, essere luoghi di educazione. Io non faccio il professore di lavoro, ma penso che l’educazione debba contemplare tutti gli aspetti della realtà senza omettere nulla, in particolare se quanto viene nascosto fa parte della nostra tradizione. Se l’intento è quello di non far sentire discriminato nessuno questa strada è sbagliata. Discriminare è qualcosa di diverso dal differenziare. Le differenze sono una ricchezza e censurare qualcosa non significa rispettare qualcuno, ma abituarlo a non convivere con chi è diverso da lui. Questo vale anche per ciò che ci piace di meno. Se non esistesse il brutto non potremmo apprezzare ciò che è bello».

Che cosa significa il presepe per i napoletani?

«È una domanda troppo difficile. Non mi permetto di rispondere per tutti i napoletani. Mi limito a dire che qui a Napoli ci sono tanti maestri che si fregiano di questo titolo e alcuni sono davvero bravissimi. Però noi viviamo il presepe a livello popolare, o per lo meno lo vivo io, come una scrittura di cui la chiave di lettura è l’incontro fra il sacro e il profano. Il Natale è un rito che affonda le proprie radici nell’era precristiana, nel culto del dio Mitra e del Sole. Poi questa festa è stata sostituita da quella per la nascita di Cristo. Ebbene, io penso che sia questo che si sente e si festeggia con il presepe. L’unione di qualcosa che è totalmente sacro, lontano e inarrivabile con la nostra quotidianità». 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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