AUTUNNO CALDO | 14 Settembre 2016

Il referendum e la macchina della propaganda

Sul referendum si è messa in moto la macchina della 'propaganda renziana'? Legge elettorale, pensioni e disoccupazione: ecco come il premier cercherebbe di svelenire il clima politico in vista della consultazione popolare

di LUCA PIACENTINI

Sono partite le grandi manovre di avvicinamento al referendum autunnale sulla riforma costituzionale. Il presidente del Consiglio e i renziani favorevoli al «sì» hanno iniziato a mobilitarsi su più fronti per tentare di rendere presentabile agli italiani una riforma che in realtà, secondo molti esperti, è confusa, fallisce gli obiettivi che si propone di raggiungere, apre ad una possibile sovrapposizione di poteri (legislativo e giudiziario) e riafferma un centralismo di cui, francamente, non si sentiva il bisogno. 

Di fronte ai cambiamenti della Carta, almeno stando ai sondaggi, milioni di cittadini sono scettici o contrari (Istituto Piepoli, rilevazione statistica del 5 settembre: 51% i «no», 49% i «sì»). 

Ed ecco che quella che si dispiega sotto gli occhi dell’opinione pubblica, tra interviste e ricostruzioni giornalistiche, dà l’impressione di essere il riverbero di una macchina politico-comunicativa messa in moto sulla base di una precisa strategia. 

E’ questa una possibile lettura delle dichiarazioni del premier riportate negli ultimi giorni dagli organi di informazione. Chiaro: nessuno vuol dire che ogni argomento viene strumentalizzato a scopi elettorali. Né che quanto i quotidiani scrivono è il frutto di una presa di posizione pro-renziana. Qui si vuole semplicemente sottolineare dei punti di contatto tra temi politici e referendum, fatti e dichiarazioni leggibili anche come azioni e, sia pure indirettamente, reazioni in chiave referendaria. 

Tre esempi: legge elettorale, disoccupazione e pensioni. C’entrano col referendum? In linea di principio no. Ma, come ogni cosa in politica, di fatto le performance del governo si ripercuotono, volenti o nolenti, anche sull’immagine e sull'idea che se ne fa l’elettorato. 

E’ innegabile che l’Italicum getti un'ombra sulla riforma costituzionale. Del «combinato disposto» tra ’abolizione’ del Senato e nuova legge elettorale hanno parlato tutti, detrattori, scettici e malpancisti. Ecco arrivare i retroscena in cui l’ex sindaco di Firenze dice: la legge elettorale non c’entra nulla. Sono pronto a ridiscuterla, sarebbe la sostanza del discorso, con l’apertura alla sinistra e agli elettori del centrodestra (che, tra l’altro, secondo il sondaggio Piepoli, proprio sul referendum mostrerebbero un 20% a favore del «no» ma ancora un 16% per il «sì»). 

Altro punto: i dati negativi sulla disoccupazione, che si prestano ad alimentare una raffica di critiche. Il fallimento dell’azione del governo sulla misura di cui va più fiero è certamente uno spettro da allontanare. E un esecutivo che si presenta alla scadenza referendaria con un pugno di mosche in mano nell’economia rischia di restituire un’immagine sbiadita di sé, circondata da un'aura di scarsa credibilità che potrebbe propagarsi irreparabilmente ad altri ambiti.  

Ecco dunque l’insistenza sui benefici della riforma e l’ultimo tweet che sbandiera una lettura celebrativa del Jobs act attraverso dati Istat, nel tentativo di smentire l’interpretazione del flop diffusasi a partire dall’aumento dei licenziamenti e dal crollo dei contratti a tempo indeterminato comunicati un paio di giorni prima dal ministero del Lavoro. 

Terzo esempio: la frattura sociale. C’è il pericolo che il fronte caldo dei sindacati arroventi il clima politico, favorendo le contrapposizioni. Come sottolineato da più di un osservatore, i sindacati mobilitano ancora quella fetta di popolazione (tra cui pensionati) che probabilmente disertano meno le urne, e le cui reazioni non andrebbero sottovalutate a ridosso del referendum. 

Provvedimenti sulla scuola e annunci di possibili pensionamenti anticipati a 63 anni vorrebbero risolvere problemi che esistono di per sé, a prescindere dalla riforma costituzionale? Nessuno nega le buone intenzioni del governo. Così come nessuno può negare che con i due interventi si avrebbero buone chance di prendere due piccioni (alleggerimento della pressione politica in vista del referendum e tentativo più o meno riuscito di mettere mano a problemi storici del paese) con una fava. Legittimo? Neppure questo si nega. 

L’unica cosa da cui vogliamo mettere in guardia è la finzione secondo cui la politica funzionerebbe a compartimenti stagni, per cui oggi ci si occuperebbe di economia, domani di interventi sociali e materia elettorale, mentre dopo domani ci si preoccuperà esclusivamente di convincere gli elettori della bontà della riforma costituzionale. Non è così. I piani di intersecano e sovrappongono. La politica vede una classe dirigente giocare in un’arena complessa, con numerose variabili e livelli che si influenzano reciprocamemte.  

Sul funzionamento concreto della democrazia sono stati scritti quintali di pagine dai politologi. E, lo abbiamo già richiamato su questo giornale, spiega molto meglio i fatti una lettura «procedurale» del regime democratico come mezzo per selezionare la leadership di governo, piuttosto che quella di una modalità ideale per ottenere il «governo del popolo» vagheggiato da Rousseau. Nell’idea della democrazia come procedura, è l’elite ad avere la palla in mano, mentre gli elettori risultano più recettori, che produttori di policy. 

Ma se anche nella produzione legislativa gli elettori sono più spettatori che attori, essi, in attesa di sanzionare a fine mandato i fallimenti di una classe dirigente, hanno comunque il dovere e il diritto di vigilare, riflettendo su cause ed effetti dell’azione politica. Anche (e soprattutto) in vista di una scadenza importante come il referendum costituzionale. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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