CAMPAGNA REFERENDARIA | 03 Novembre 2016

Il referendum e la strana voglia di dare il peggio di sé

Il fronte del sì liscia il pelo all'antipolitica, parlando di riduzione degli sprechi; il fronte del no segue i difensori a oltranza della Costituzione più bella del mondo. Due debiti comunicativi che vengono contratti sia a sinistra che a destra

di ROSSANO SALINI

L'attuale campagna referendaria sta mettendo in luce una delle caratteristiche più deludenti, per non dire deprimenti, della moderna comunicazione politica: la strana voglia di dare il peggio di sé, per seguire una semplificazione estrema del messaggio politico che – a detta di alcuni – sarebbe la sola strada per ottenere il consenso delle masse elettrici. Una semplificazione che in realtà, nella maggior parte dei casi, sfocia nella banalizzazione. Inutile precisare che un tale ragionamento si fonda su una sorta di antropologia negativa che andrebbe attentamente valutata. Il sillogismo è: la gente è stupida, io devo guadagnarmi i voti di questa massa di stupidi, ergo anche io devo parlare da stupido per farmi capire. È evidente che qualcosa non va.

La campagna referendaria, dicevamo. Da una parte abbiamo lo schieramento del sì che, soprattutto per voce del premier Matteo Renzi, cerca di spacciare la riforma costituzionale come la risposta a tutte le istanze portate avanti dall'antipolitica, in particolar modo la riduzione dei costi e degli sprechi della politica. Se tutto il trambusto intorno a questa riforma costituzionale si riducesse effettivamente a un problema di riduzione dei costi, ci sarebbe da rimanere sbalorditi: un intero mondo politico bloccato per mesi da una cruenta battaglia politica il cui contenuto sarebbe un risparmio francamente risibile per le casse dello Stato. Ma il tentativo c'è, ed è chiaro: lisciare il pelo dell'antipolitica facendo passare la riforma come un taglio netto agli sprechi. Altro aspetto della comunicazione degenerata a favore del 'sì' è la sindrome da scenario apocalittico: se la riforma non passa, il paese va al tracollo, e tutto per colpa dei signori del no, che vogliono lasciare le cose come stanno, attaccati al vecchio per interessi personali. Esagerazione montate ad arte, per far leva sulla paura del disastro imminente, pur di portare a casa il voto sperato.

Ma anche dall'altra parte, sul versante del no, non mancano certo le banalizzazioni politiche. La peggiore di tutte è quella che vorrebbe trasformare Renzi in un 'ducetto' che vuol cambiare la Costituzione a colpi di maggioranze e, sostanzialmente, in modo antidemocratico. Senonché ci sono procedure da rispettare, ed è del tutto evidente che quelle procedure sono rispettate: approvazione con maggioranza qualificata, o viceversa referendum confermativo. Ed è questo l'iter che si sta seguendo, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Un percorso identico a quello portato avanti nelle precedenti riforme della costituzione (2001 e 2005). Nessuna minaccia per la democrazia. Per non parlare poi di tutti i discorsi accostabili al generale senso di intoccabilità della Costituzione, che viene portato avanti dal versante di sinistra del fronte del no, ma in alcuni casi velatamente appoggiato anche dalla parte che fa riferimento al centrodestra. Un rischio grande, e anche una tremenda incoerenza: da destra è ormai da anni che si sostiene la necessità di una riforma costituzionale, e dare man forte oggi ai paladini della 'Costituzione più bella del mondo' è segno di una incoerenza quasi imbarazzante.

Tutto questo fumo potrebbe essere evitato, se solo si avesse la capacità di dire che la riforma attuale né salva, né condanna l'Italia. Cambia alcune cose: secondo il governo in meglio, secondo gli oppositori in peggio. Né agli uni né agli altri conviene proseguire nel pessimo spettacolo di dare il peggio di sé a livello comunicativo. Perché accodarsi alle ragioni dell'antipolitica da una parte, e alle ragioni dei paladini della Costituzione dall'altra, implica per forza di cose una sorta di debito che viene contratto e da cui non ci si libererà tanto facilmente. Si tratta di un debito comunicativo, che sembra difficile da quantificare, ma che c'è. Siamo di fronte all'ennesimo caso di assenza di strategia comunicativa, segno di una profonda assenza di strategia politica.  


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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