DOPO IL VOTO | 18 Aprile 2016

Il referendum, regno della confusione

L'elettore medio solitamente non capisce il quesito referendario. Per portarlo al seggio si operano allora due travisamenti: o si banalizza il quesito, o lo si traveste impropriamente di significato politico. Una presa in giro, altro che democrazia

di ROSSANO SALINI

Non ha avuto tutti i torti mia zia – che ha già superato la soglia degli 80 anni, che ha alle spalle solo studi elementari e tanto, tanto lavoro per sé e per gli altri – a dire sconsolata alla vigilia della consultazione referendaria (traduco dal dialetto): «Se devo dire no all'aborto ci arrivo da sola, e sono ben contenta di dire la mia. Ma su cose di questo genere no, non ci capisco nulla. Vi abbiamo votato: prendete le vostre decisioni».

Sarebbe giustamente facile ironizzare su quel «vi abbiamo votato», vista la situazione particolare in cui ci troviamo con i governi Monti-Letta-Renzi; ma al di là di questa strana contingenza, penso che la sostanza del ragionamento sia del tutto condivisibile. Il punto di una consultazione referendaria è l'argomento trattato. Nient'altro. La ragionevolezza deve imporre che o si va su argomenti molto sentiti dalla gente, chiaramente comprensibili, e su cui effettivamente si può attuare una reale e consapevole partecipazione democratica, oppure l'abuso dell'istituto referendario diventa un di meno di democrazia, anziché essere la sua più piena manifestazione. Perché se la materia è molto particolare e circoscritta, e per di più complessa, articolata, non facilmente accessibile per l'elettore medio, ne consegue che per attirare la gente al seggio si operano due tipi di storture: una forte banalizzazione del quesito da una parte, e un travestimento politico dall'altra. Del primo sono solitamente responsabili i referendari, del secondo i rappresentanti politici.

La consultazione referendaria del 17 aprile, per quanto riguarda il quesito, è stata ridotta a un confronto tra il sì e il no alle trivellazioni. In realtà la materia era molto più articolata, e per potersi presentare al seggio in maniera consapevole bisognava essere a conoscenza della differenza tra ciò che accade al di qua e al di là delle 12 miglia dalla costa, di cosa significa una concessione, del problema delle proroghe, del problema degli investimenti legati allo sfruttamento di un giacimento, del tempo necessario ad esaurire un giacimento, del tema delle royalties. E molto altro ancora. Troppo difficile? Traduciamo allora con sì-triv e no-triv, con tanto di frasi romanticheggianti del tipo «io sto con il mare».

Di banalizzazioni (e quindi travisamenti, e quindi prese in giro degli elettori) ne abbiamo d'altronde viste anche di più gravi. Basti pensare all'oscena campagna referendaria cinque anni fa intorno alla menzogna bella e buona della cosiddetta «acqua pubblica». Come se qualcuno avesse voluto privatizzare l'acqua, quando invece in ballo c'era solo l'esigenza di industrializzare e quindi rendere più efficiente il sistema di fognatura, di depurazione e di distribuzione del servizio idrico. Invece si agitò lo spauracchio dei privati brutti e cattivi che volevano rubarci l'acqua. Questo sì che è mandare al macero la democrazia, altro che scegliere di non andare a votare a un referendum.

L'altro versante del travisamento, come detto, è quello della traduzione politica della consultazione stessa. Come dire: chi se ne frega di acqua, di trivelle, di nucleare o di «dove i cani devono pisciare», come cantava ironicamente Gaber proprio a proposito delle manie referendarie dei radicali. L'importante è guardare cosa fa il governo in carica, e in base alla propria convinzione politica cercare di fare il contrario per dargli la spallata. Oppure, osservata dal punto di vista del governo, politicizzare al massimo l'appuntamento per portare a casa il risultato sperato. Questo è l'errore gravissimo di cui si è macchiato Matteo Renzi. Sapendo di poter contare su un esito francamente abbastanza scontato, ha voluto trasformare in un quesito politico quello che doveva restare un problema tecnico e specifico. E spiace vedere che, soprattutto nella parte finale della campagna referendaria, il centrodestra sia caduto nella trappola e abbia voluto cavalcare l'idea della spallata a Renzi. Un'idea in sé sbagliata, macchiata dall'errore di sposare incoerentemente le tesi degli ambientalisti, e per di più con l'aggravante di essere perdente in partenza. Segno di grande confusione e di assenza di strategia. Si è spalancata ancora di più la porta all'interpretazione politica della vittoria del premier. Il Pd, dal canto suo, ha da questo punto di vista la coscienza sporchissima: basti ritornare ancora al referendum sull'acqua, quando, rinnegando anni e anni di amministrazioni locali di sinistra che avevano operato giuste aperture all'ingresso dei privati nel servizio idrico, alla fine votarono in maniera del tutto incoerente solo per cercare di dare la spallata a Berlusconi.

Insomma: i referendum sono diventati il regno della confusione e del travisamento. E questo non è per niente un buon servizio alla democrazia. L'idea della democrazia diretta – sempre ammesso che sia possibile – non ha nulla a che vedere con scadenze concentrate sull'obiettivo di turlupinare l'elettore medio. Quindi risparmiateci le geremiadi sugli italiani irresponsabili che non partecipano al voto.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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