LO SCENARIO | 13 Marzo 2018

Il ricatto di Renzi e la necessità del voto

Renzi respinge il richiamo alla responsabilità del capo dello Stato e schiera il Pd all'opposizione. Di Maio scalpita ma Salvini è pronto a tornare alle urne se non ci sono i numeri per un governo di centrodestra. E farebbe solo bene

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi lascia. E questa volta non ci dovrebbero essere equivoci. Il segretario dem ha consegnato nelle mani della direzione nazionale del partito la decisione di abbandonare la guida di un Pd ormai destinato all’opposizione. Il drastico ridimensionamento subito dal partito, che da oltre il 40% delle europee del 2014 è crollato ad un misero 18%, non offre altra via a colui che giustamente viene indicato da tutti come il principale artefice della sconfitta.

Ma non è detta l’ultima parola come ha ben spiegato il governatore della Puglia Michele Emiliano che, proprio in riferimento alle dimissioni Renzi, ha invocato la massima cautela affermando che il diretto interessato ha in mente al contrario una strategia di rivincita. Il passato dell’ex premier dà ragione si sospetti di Emiliano. Renzi ha sempre dimostrato di non accettare l’emarginazione. Non ama farsi da parte anche davanti al più clamoroso e inequivocabile dei fallimenti. Non c’è alcun motivo per cui le cose, oggi, debbano prendere un altro corso. Renzi, infatti, detiene il 60% della direzione nazionale del partito ed è del tutto evidente che niente sarà deciso senza il suo benestare. A partire dal nome del successore alla segreteria. Del Rio, Zingaretti, Calenda, Chiamparino: tutti hanno l’obbligo di incassare il suo assenso. Nel frattempo Renzi, che non parteciperà alle consultazioni lasciando come da prassi che siano i capigruppo a farsene carico, ha già dichiarato che il Pd non darà alcun contributo né a Salvini né a Di Maio per la formazione del governo. E tutto questo mentre esponenti autorevoli del partito, come il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, sostengono che è venuto il momento di trattare con i vincitori. Il che sta a significare, nel contesto attuale, che o Di Maio e Salvini troveranno l’accordo fra di loro o lo stallo sarà definitivo.

Una linea, quella di Renzi, che respinge al mittente l’appello alla responsabilità lanciato alle forze politiche dal capo dello Stato Mattarella. Forza Italia, attraverso Brunetta, ha suggerito l’ipotesi di affidare la presidenza di una delle due camere ai dem. Una proposta che contrasta con la volontà espressa da Matteo Salvini di riservare alla Lega e ai 5 Stelle, ossia ai due vincitori, l’incarico di guidare il lavoro dei due rami del parlamento. 

Salvini, è certo, non ha paura di tornare al voto. L’elettorato si è spostato nettamente a destra, in sintonia con l'intuizione della 'lega nazionale', e se in parlamento non ci sono i numeri per formare l’esecutivo è tanto inutile insistere in un governo di mera sopravvivenza che logorerebbe soltanto colui che è chiamato a tesserne le fila. Fosse un ex Dc o un politico avvezzo alle logiche di governo Salvini non esisterebbe a chiudere pur di vedersi spalancata la strada per Palazzo Chigi. Ma il segretario della Lega ha più familiarità con le logiche dell’opposizione e sa perfettamente che presiedere un esecutivo debole non lo metterebbe nelle condizioni di realizzare l’ambizioso programma che ha presentato agli elettori.

Il quadro, alla luce delle mosse che saranno partorite dal Quirinale, potrebbe essere il seguente: incarico a Salvini, costruzione di un governo di centrodestra, verifica in parlamento con il Pd renziano pronto a fare muro e con i 5 Stelle non disponibili a svolgere un ruolo ancillare, bocciatura inevitabile dell’esecutivo. Ma non sarebbe una sconfitta senza appello. Il momento di massima visibilità consentirebbe a Salvini di illustrare davanti al Paese un programma in cui alla flat tax, alla lotta all’invasione e al nuovo ruolo dell’Italia in Europa si aggiungerebbero misure anti povertà e di sostegno al reddito compatibili con quanto auspicano i grillini e i rappresentanti delle sinistre presenti in parlamento. Incassato il no sulla base di un’agenda appetibile, Salvini potrebbe invocare il ritorno alle urne da una posizione di forza. A quel punto il Pd sarebbe individuato come una forza ‘non responsabile’, Forza Italia rischierebbe un’ulteriore contrazione alle urne e i 5 Stelle, impossibilitati a governare a causa del veto renziano, non potrebbero che rituffarsi nell’agone elettorale. Il ritorno al voto, dunque, non sarebbe più un'ardua possibilità ma una vera necessità.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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