PENSIERO UNICO | 05 Ottobre 2016

Il rischio dell'educazione di Stato

Compito dello Stato è quello di occuparsi di istruzione. L'educazione spetta alla famiglia

di GIUSEPPE ZOLA

Durante un interessante incontro organizzato dall’associazione NONNI2.0 in questi giorni, si è parlato approfonditamente del problema relativo all’entrata nella scuola italiana della cultura “gender”, su cui si sta animatamente discutendo da quando è entrata in vigore la legge sulla “buona scuola” (mai nome è stato così lontano dalla realtà). Mi ha colpito l’intervento di Robi Ronza, a cui egli stesso ha fatto seguire un bell’articolo. In sintesi, Ronza sostiene che la scuola non deve occuparsi di “educazione” all’affettività, per il semplice fatto che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, non può occuparsi di “educazione”, ma solo di “istruzione”. In effetti, la nostra costituzione assegna il diritto all’educazione solo ai genitori, cioè alla famiglia (articolo 30); allo Stato viene assegnato solo il compito dell’istruzione, tanto è vero che il Ministero che si occupa della materia viene denominato MIUR, con riferimento all’Istruzione, all’Università ed alla Ricerca. E’ sempre stato così dal dopoguerra in poi: si è sempre e solo parlato di Ministero dell’Istruzione. Ed è stato così anche dopo l’unità d’Italia. Solo durante il periodo fascista tale Ministero venne denominato con riferimento alla “Educazione Nazionale”. Infatti, solo gli Stati totalitari pretendono anche di “educare”.

Su questo punto il “pensiero unico” mostra tutta la sua pretesa dittatoriale, sia in senso passivo che in senso attivo. Mi spiego. Tale pensiero vorrebbe vietare ogni opinione diversa dalla sua e così ha inventato termini come “omofobia”, che vorrebbe censurare ogni giudizio sul sesso diverso da quello della lobby LBGT; la stessa cosa accade per ogni giudizio diverso sull’islam, visto che si taccia di “islamofobia” ogni opinione che prenda le distanze da quel mondo. Ma così succede in molti altri campi. Chiamiamo questa una difesa passiva.

Ora, stanno passando decisamente all’attacco, con comportamenti molto attivi e stanno cercando di imporre l’insegnamento della cultura gender nelle scuole, tentando di farlo entrare in quel mondo addirittura come insegnamento curriculare e quindi obbligatorio per tutti, anche se, come abbiamo visto, la Stato non può subentrare alla famiglia nella educazione dei giovani, soprattutto in un campo così delicato come quello dell’affettività e come quello, correlato, della sessualità. Già in tante scuole le associazioni LGBT sono riuscite ad entrare con vari sotterfugi (si presentano per parlare contro il bullismo e contro le varie emarginazioni, ma poi parlano d’altro, dopo avere fatto uscire gli insegnanti ordinari dalle classi - così avviene in molti casi). Ora stanno cercando di ufficializzare definitivamente la loro presenza nelle scuole, in tutte le scuole, tramando, sia a livello legislativo che a livello amministrativo, affinché la cultura gender diventi materia ufficiale di insegnamento. Sembra impossibile a tanti, ma è così.

Occorre che i genitori, sia a livello personale che a livello associativo, si ribellino a questo andazzo: hanno tutti i mezzi per farlo, partecipando attivamente alla vita degli organi collegiali. Ma occorre anche che tutte le forze culturali, liberali e cattoliche, si sveglino e capiscano che è in gioco il futuro equilibrato e sereno dei nostri figli e dei nostri nipoti. I cattolici, ora, hanno anche l’autorevolissimo avallo del Papa, che, proprio in queste ore, ha detto che la cultura gender ha dichiarato una guerra mondiale al matrimonio. Potremmo, insieme, lottare sulla base di questo sintetico slogan: Stato, giù le mani dall’educazione.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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