ARTE CONTEMPORANEA | 17 Dicembre 2014

Il segno astratto come rivelazione del reale

Roberto Marchesini è uno degli interpreti più originali dell'astrattismo contemporaneo. Protagonista a Roma dell'evento 'Modulo Informale': «L’atto del dipingere è concreto, non è un esercizio intellettuale»

di ROBERTO BETTINELLI

ROBERTO MARCHESINI (FOTOGRAFIA DI SIMONE MIZZOTTI)

Se c’è un genere di pittura che richiede un autentico talento è l’astrattismo. Senza il conforto che viene offerto dal figurativo e dall’immediato riferimento alla realtà che ci circonda, l’artista e lo spettatore si avventurano in uno spazio che per essere credibile, per non scadere nell’inutile e gratuita decorazione, richiede un’abilità tecnica che tocca il virtuosismo, energia primitiva, forza della mano e del cuore. 

Il riconoscimento del reale, anche ad un livello minimale, produce in pittura l’effetto della variante, dell’esito che si discosta da ciò che è noto, avvertito, vissuto, condiviso. L’astrattismo non ha questa opportunità, la pittura si riduce alla sua manifestazione primigenia dove i soli elementi a disposizione dell’artista sono la materia pittorica con il colore, il segno, la macchia, le colature, il telaio e le caratteritiche del supporto. 

Roberto Marchesini, classe 1964, pittore lombardo che è tornato ad esporre a Roma presso lo spazio Corte in piazza Dante con l’evento Modulo Informale (fotografie di Simone Mizzotti, parte grafica curata da Stefano Cattaneo), è uno dei grandi interpreti italiani dell’astrattismo contemporaneo. A poche settimane di distanza dall’ultima mostra al Teatro San Domenico a Crema (Cr) dove ha presentato una selezione delle sue ultime opere, Marchesini ha affrontato nuovamente la scena artistica della capitale dopo aver esordito allo Spazio Novecento lo scorso anno in occasione del Festival Internazionale del Cinema di Roma. 

La pittura di Marchesini incarna la lezione dell’informale che ha la sua origine nella forza del segno. Il legame fra l’inconscio dell’artista e lo spazio della tela non si interrompe mai; il sentimento che sprigiona l’azione creatrice si alimenta dentro un’opera che vale come estensione fisica della dimensione interiore di chi la genera. 

L’astrattismo è coniugato secondo una sensibilità che trasforma lo spazio esterno in un flusso di emozioni. Il pensiero si traduce immediatamente nel colore e la gabbia del reale esplode in un tessuto di macchie che aprono verso l’infinito. Il quadro si trasforma in una corrente di energia che smaterializza i riferimenti fisici e spaziali. L’opera si purifica nell’assenza di peso e di consistenza. Marchesini raggiunge l’equivalenza tra ritmo ed elemento segnico. 

Roberto Marchesini oltre ad essere un pittore è un musicista. Nelle sue esibizioni in pubblico si ispira alla ‘musique concrète’. «Amo il rumore, l’eco primordiale. Rifiuto il sistema dei generi. Suono le percussioni per sondare l’ignoto. Dall’arte mi aspetto lo stupore e la meraviglia. O la realtà si rinnova nella creazione o tanto vale restare fermi e non darsi troppo da fare. Dipingo ascoltando la mia musica. E’ il mio ritmo. Ma il mio ritmo è connesso con l’universo. Questa fusione nella totalità ha certamente qualcosa a che vedere con il sacro. So di non essere solo e di appartenere a qualcosa di più grande. L’arte è ciò che resta del divino sulla terra» dice l’artista.

I telai delle opere in molti casi sono antichi: «Mi danno la certezza di lavorare su qualcosa che ha una storia. L’atto del dipingere è concreto, è prima di tutto un metodo di lavoro, una prassi, non è un esercizio intellettuale…» spiega Marchesini che ha iniziato a dipingere negli anni ’90 con i paesaggi della Brianza dove è evidente l’influsso della pittura di Ennio Morlotti. I dettagli naturali sono trasferiti sul quadro con un procedere pittorico mosso e vitale, il colore è in rilievo e polposo. Il soggetto è chiuso in una sintesi dove la macchia accentua sempre di più la sua presenza. Il gesto a poco a poco conquista la libertà. 

«Esiste un’energia nella natura, intorno a noi, e forse è questo che tentavo inconsapevolmente di dipingere. Ho iniziato a ‘fare in fretta’ nel tentativo di afferrare il flusso ed è stato lì che ho iniziato ad avvertire una verità che non poteva più essere ingabbiata nello specchio del reale». 

A questo periodo risale il monumento al partigiano intitolato a Carlo Limonta che viene commissionato dal Comune di Sirtori (Lc). Dopo un viaggio che l’ha portato in Indonesia, l’artista si dedica ad una serie di lavori che hanno in comune il tema dei totem. «Ciò che mi ha affascinato era la presenza quotidiana del sacro che emanava da queste sculture in legno. Maestose, sintetiche nella forma ma così fisiche e possenti».

I quadri sono dominati dai segni del colore e si accendono con brutale energia sulla tela. La gestualità è breve e rapida ma non si discosta mai dall’obbiettivo di raffigurare lo scheletro dell’immagine primitiva. I totem significano per Marchesini ciò che l’arte africana ha significato per Picasso e Modigliani: il tentativo di andare oltre il reale cogliendone le strutture essenziali e i requisiti minimi della forma. Ma a differenza dei due grandi maestri nel suo caso non è la mente a guidare l’operazione della sintesi, ma il colpo d’occhio, l’istinto, la rapidità della mano e la forza quasi animalesca dell’emozione. 

L’adesione all’astrattismo avviene alla fine degli anni ’90. Affascinato dall’espressionismo astratto e dalle ‘Women’ di Willem De Kooning Marchesini sente che è venuto il momento di fare il grande salto. I suoi totem perdono sempre più riconoscibilità. Il segno diventa autonomo, acquisita forza e intensità, percorre il quadro disegnando tensioni vive e contrastanti. Il colore esplode e la forma diventa un pretesto per lasciar correre l’energia che l’artista sente fluire dentro di sé. Un altro punto di riferimento è il pittore danese Per Kirkeby. A  differenza di De Kooning che lavora prevalentemente sul segno, Kirkeby si concentra sulla macchia. Ma entrambi sono accomunati dalla ricerca di un cromatismo violento. 

Roberto Marchesini ha esposto le sue opere nelle principali città italiane. Viene premiato alla Biennale di Rimini (2001). E’ invitato al premio Giorgione (2003). L’artista Xante Battaglia, titolare della prima cattedra di pittura all’Accademia di Brera, gli chiede di esporre nella sua Factory a Milano (2012). La casa di distribuzione e di produzione cinematografica Moovimax commissiona alcuni lavori ispirati ai film che escono nelle sale cinematografiche. Tra questi ‘The grey’ e ‘I bambini di Cold Rock’ (2013). 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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