UN FALLIMENTO | 05 Dicembre 2016

Il ‘suicidio’ politico di Matteo Renzi

Finte riforme, gestione solitaria del potere e frantumazione dei partiti. Né politiche pubbliche, né benefici per il sistema politico: dietro di sé il premier dimissionario lascia solo macerie

di LUCA PIACENTINI

Fallendo clamorosamente l’obiettivo del referendum costituzionale del 4 dicembre Matteo Renzi ha perso su tutta la linea. E ha perso contro tutti. Poteva andare diversamente? Sono in molti a pensare di no. Il presidente del consiglio ha fallito sul fronte della politica interna: non ha fatto le riforme, non lascia il quadro economico nazionale in buono stato, nonostante si sforzi di aggrapparsi a qualche zero virgola. E se anche l'Italia fosse migliore di come l’ha trovata, non sarebbe certo per i provvedimenti raffazzonati di questi mille giorni. In cui, sostanzialmente, il paese ha perso tempo. 

Le tasse non sono state tagliate, la spesa pubblica non ha subito un'inversione di tendenza, il debito pubblico resta un macigno che pesa sulla credibilità del sistema, la burocrazia è sempre asfissiante. Il peggio è che non solo non si sono introdotti provvedimenti virtuosi, ma molti legislativi sono stati improntati, come abbiamo scritto più volte, al peggiore malcostume normativo, di mirare alla raccolta del consenso distribuendo risorse. In questo modo non ha posto le basi per un vero cambiamento e ha solo peggiorato la situazione. Anche quella che doveva essere uno dei fiori all'occhiello della stagione renziana, la riforma della pubblica amministrazione con un taglio (pallidamente) meritocratico, è naufragata tristemente a poche ore dal voto.

Senza dilungarci oltre su quello che ormai è destinato a diventare il passato, il fuoco di paglia della parabole politica del governo, possiamo dire che sul fronte dei rapporti tra gli attori e del sistema partitico Renzi ha solo contribuito a demolire, senza costruire nulla. Né alleanze solide, né accordi durevoli. Né instillando nel tessuto politico sociale la fiducia di cui forse, quando si insediò tre anni fa, aveva bisogno.

Possiamo brevemente in rassegna le mosse del ‘suicidio’ politico dell'ex sindaco e presidente del consiglio dimissionario. Partiamo dal Nazareno. È stato il dietro-front sul nome del presidente della Repubblica a costringere l'interlocutore, Forza Italia, a tirarsi fuori. In questo modo Renzi ha cancellato sul nascere ogni speranza di aprire una vera stagione costituente, dove le regole del gioco si scrivono insieme. 

E qui emerge la superficialità politica che ha portato il ‘giglio magico’ a bruciarsi sul nascere: come si può sperare di portare a casa riforme costituzionali senza legittimazione popolare e senza ampio consenso parlamentare? 

I commentatori sottolineano l'approccio muscolare di Renzi alle cose della politica. Io parlerei piuttosto di un atteggiamento ingenuo. Ricapitolando: il Partito Democratico si è messo contro Forza Italia rompendo il Nazareno, era impossibile un cammino condiviso con il Movimento Cinque Stelle, che fa della corsa solitaria uno dei cavalli di battaglia, la Lega si è scagliata da subito contro l'esecutivo, assumendo il ruolo di oppositore del governo fin dalla prima ora. Quindi: tagliati i ponti con Forza Italia, non potendo costruirne con Lega e grillini, cosa rimaneva? 

Nel PD solo tensioni. All'interno del partito si è innescata la rivolta, tanto che i dem non si sono presentati compatti neppure all'appuntamento del 4 dicembre. Sì, la segreteria parla di posizione ufficiale sul referendum, ma molti personaggi di spicco, minoranza e referenti storici dell’ex PC-PDS-DS, erano contrari. 

Niente, Renzi ha voluto proseguire a tutti costi, tra l'altro portando il paese ad un appuntamento elettorale di cui non si vedeva la necessità e che è costato diversi milioni di euro. Contro aveva pure la sinistra della «Costituzione più bella del mondo», col consueto stuolo di giuristi paladini a prescindere della Magna carta, sinistra che ha fatto baccano mediatico ingrossando le fila del no. 

Esauriti gli attori partitici, passiamo a quelli sociali. Nella sua narrazione Renzi ha sempre ‘tirato mazzate’ ai sindacati, salvo poi di indorare la pillola con l'aumento agli statali. Evidentemente troppo poco per convincere la base della bontà dell’operato del governo. 

Una parentesi sul comitato Difendiamo i nostri figli: ha contro pure questo, il movimento di piazza che, come hanno spiegato i promotori nei numerosi incontri sul territorio, si è sentito tradito dal comportamento del governo sulla legge delle unioni civili. 

La verità è che Renzi lascia un sistema politico peggiore di quello che ha trovato: le tensioni sono aumentate, la frammentazione è cresciuta, le ferite nei rapporti tra i protagonisti si sono incancrenite. E immaginiamo che per un bel po' non si sentirà parlare di riforma (fatta bene) della Costituzione. 

Cosa avrebbe potuto (o dovuto) fare il premier-segretario? Non abbiamo ricette, ma un’idea sì. Avrebbe forse potuto gettare ponti e non scavare fossati, trovare intese e non insistere nelle fratture con gli avversari. Forte del consenso acquisito dal Partito Democratico alle europee, ha perso l’occasione di assumere davvero il ruolo di forza costituente, che responsabilmente mette a frutto il patrimonio di voti e la fiducia accordata dai cittadini. Invece no. E’ sembrato fidarsi solo di sé stesso, proseguendo testardamente in solitaria. 

Ma ha lasciato dietro di sé solo macerie. E ora è necessario ricostruire. In fretta, in modo efficace, responsabile e democratico. Non sarà facile, ma è l'unica cosa da fare. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.