IL DESTINO DI FORZA ITALIA | 28 Luglio 2016

Il tempismo e i rischi di Stefano Parisi

Stefano Parisi non è un leader ma è il tecnico chiamato a fare ordine in un partito che rischia di scomparire per mancanza di contenuti. L’uomo giusto al momento giusto. Ma solo se eviterà due trappole: il centrismo e il Nazareno bis

di ROBERTO BETTINELLI

Il tempismo di Stefano Parisi è perfetto. Sconfitto per un pugno di voti a Milano dal fortissimo Giuseppe Sala, si è affacciato alla ribalta nazionale al momento giusto. E con il profilo giusto. 

Un profilo umile, mite, da piccolo borghese che si tira su le maniche e lavora sodo. Un profilo compatibile con la disaffezione degli elettori stanchi dei ‘fenomeni’ che cavalcano la scena politica attuale, dominata dalle provocazioni fulminanti di Facebook e Twitter, supinamente devota ai principi dell’intrattenimento e dello spettacolo. Una politica che vive di slogan vuoti e iniziative nate apposta per essere confezionate dai media, ostile all’elaborazione di programmi praticabili e seri. 

D’altronde se il contesto fosse differente l’assenteismo non sarebbe diventato il primo partito italiano. Ma il quadro penalizza Forza Italia più di altre sigle. Da qui la necessità di risalire nella graduatoria del consenso. Silvio Berlusconi ha affidato a Stefano Parisi la riorganizzazione di un partito che ha bisogno di un vero rilancio se non vuole scomparire. L’antica formula non basta più. Finora i voti erano da ascrivere al merito esclusivo del leader mentre i colonnelli, eletti tramite le liste bloccate, spesso non avevano alcun tipo di legame con la periferia che avrebbero dovuto rappresentare. Ciò ha determinato una motivata ‘santificazione’ del Cavaliere, il solo a fare la differenza nel rapporto con l’elettorato, e la conseguente impossibilità di una successione. 

La realtà dice chiaramente che non c’è, nel campo del centrodestra, una figura  in grado di prendere il posto di Silvio Berlusconi. Nessuno può vantare il suo carisma, i suoi successi imprenditoriali, le sue relazioni internazionali, la sua smisurata ricchezza, la potenza mediatica e finanziaria delle sue aziende. Nessuno può essere ‘fenomeno’ quanto lui. Anche chi in passato ha preteso di contrastarlo sul piano puro della politica, come Gianfranco Fini che aveva peraltro all’attivo una prova eccellente dopo il varo di Alleanza Nazionale, è andato incontro ad un’amara sconfitta.

La forza di Parisi sta proprio nel fatto che non si pone come leader politico. Un’accortezza che ha voluto sottolineare ripetutamente nei suoi interventi prima e dopo l’investitura di Berlusconi. Un segnale che denota indubbiamente intelligenza politica. 

Ma il partito azzurro, oltre ad un ricambio obbligato dei volti se si vuole battere il giovanilismo esasperato ma efficace dei 5 Stelle e del Pd di Renzi, deve essere ricostruito sopratutto nell’ambito dei contenuti. Un aspetto che Parisi ha posto come essenziale. E non a torto. Il mercato politico offre una scelta ampia e variegata: forze antisistema, centristi, nostalgici, la sinistra opportunista di Renzi, populismi di ogni tipo. Uno spettro all’interno del quale Forza Italia dovrebbe qualificarsi, vista la sua storia e la presa che ha sull’elettorato moderato, come il partito liberale e conservatore. Il perno di una coalizione che include la ‘Lega nazionale’ di Salvini e gli epigoni di An ma che ormai ha perso la sua forza trainante a causa della perdurante assenza di Silvio Berlusconi a causa degli attacchi della magistratura e dei noti problemi di salute. Un vuoto che ha ‘spaesato’ il partito al punto che le unioni civili sono sembrate una meta allettante, come lo sono sembrati l’anti-europeismo, l’ambientalismo, l’animalismo mentre il motivato rancore contro la giustizia politicizzata ha dilagato a detrimento di un’agenda economica e valoriale che dovrebbe puntare su impresa, famiglia, lotta alle tasse e agli sprechi della macchina pubblica. 

Mettendo al centro la questione dei contenuti, ma facendolo con l’attenzione verso il merito tipica del tecnico e non con la visione del presunto leader politico, Parisi ha ben impostato il lavoro dei prossimi mesi. Ma ci sono dei rischi che l’uomo scelto da Berlusconi, proprio in virtù del suo innato equilibrio, rischia di correre più di altri e che possono essere esiziali. 

Primo su tutti una valutazione non corretta del centrismo, una categoria che nell’era della videopolitica è tutto tranne che vincente. Gli esperimenti falliti del Nuovo Centrodestra e di Area Popolare lo dimostrano chiaramente. Se Alfano ha un ruolo cruciale nella maggioranza egemonizzata dal centrosinistra è perché vive di rendita sull’esito delle elezioni del 2013 quando oltre 7 milioni di elettori diedero il loro appoggio al Pdl. L’attuale rappresentanza parlamentare centrista è spropositata rispetto al gradimento dimostrato alle urne. Ncd e Udc, insieme, raggiungono forse il 3%. Sono, cioè, irrilevanti. 

Smarcarsi dal pressing di Salvini e Meloni con una piattaforma tematica più bilanciata e meno urlata non deve far nascere l’illusione che i moderati siano disposti a sostenere un partito che fa della tattica, dell’equilibrismo e del compromesso, al punto da governare con Renzi e il Pd, i motori della propria azione politica. 

Da qui è giocoforza rimanere a pieno titolo, e stabilmente, nella coalizione di centrodestra puntando a diventarne la forza propulsiva e respingendo, è questo il secondo grande rischio nel quale può incappare Parisi, l’ipotesi di un governo di scopo con il Pd. Uno scenario, quello del Nazareno bis, che potrebbe verificarsi qualora Renzi cadesse a causa dopo un'eventuale debacle nella battaglia referendaria. Un finale che, considerati gli umori del Paese e della stessa sinistra, non appare più tanto improbabile. 

Il centrodestra alternativo al Pd, non importa se di Renzi o D’Alema, è la collocazione naturale di Forza Italia. Stefano Parisi, al quale va data tutta la fiducia dei moderati, non deve dimenticarlo se non vuole essere l’ennesima meteora della politica italiana. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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