RIFLESSIONI | 01 Settembre 2016

Il terremoto e la bugia della natura benigna

Natura buona, Dio indifferente, uomo cattivo. Queste le basi delle discussioni che dopo il terremoto vengono fatte, sui giornali, i social network e nei discorsi di autorità civili e religiose. Una palese contraddizione, per atei, agnostici e cristiani

di ROSSANO SALINI

Nella ricostruzione della storia del pensiero contemporaneo, si è soliti dire che il celebre e terribile terremoto di Lisbona del 1755 abbia generato una sorta di spartiacque. Dopo quell'evento catastrofico che sconvolse il continente europeo e quello africano, nulla fu più come prima. Nemmeno nello sviluppo del pensiero filosofico. Un'affermazione vera, ma anche un po' eccessiva: il terremoto di Lisbona ebbe né più né meno lo stesso impatto sullo sviluppo dell'uomo e del pensiero che ebbero nella storia tutte le grandi catastrofi naturali. Basti pensare alla tremenda «peste nera» della metà del XIV secolo, che sconvolse l'intera Europa molto più di quanto non fece il terremoto di Lisbona, e che certamente ebbe un profondissimo impatto sullo sviluppo culturale e sociale del nostro continente.

Ma resta il fatto che l'evento del terremoto, con la sua subitanea capacità di sconvolgere e distruggere in pochi secondi, richiama sempre l'uomo a profonde riflessioni, sulla natura, su Dio, sul genere umano, sul senso del dolore. E così anche il sisma in centro Italia, che ha causato all'incirca trecento vittime, ha dato il via a diverse riflessioni, che hanno investito i discorsi pubblici di autorità civili e religiose, i commenti degli opinionisti sui giornali, le discussioni fra la gente comune, de visu o, più frequentemente, sui social network.

I filoni interpretativi si sono sostanzialmente mossi lungo due filoni: la rabbia contro un Dio indifferente; la rabbia contro l'uomo colpevole. La prima è più una riflessione che circola tra la gente comune, e che ha avuto ampio spazio sui social network: il peso intellettuale della rabbia contro l'indifferenza di Dio è di scarsissimo rilievo e palesemente contraddittoria, ma fa molta presa. Se Dio esiste, non possono esistere i terremoti.

La rabbia contro l'uomo, che anima buona parte delle inchieste giornalistiche post-terremoto, riguarda invece le evidenti mancanze in termini di prevenzione antisismica, in una zona per di più ad altissimo rischio.

Insomma: colpevole Dio, o colpevole l'uomo. Di certo, cosa strana, sul banco degli imputati nessuno osa mettere la natura, essa sì indifferente se non addirittura «matrigna». Persino nelle parole del vescovo di Rieti, lasciato da parte Dio, si arriva a instaurare una competizione di colpevolezza tra natura e uomo, con definitiva sconfitta del secondo: «Non sono i terremoti che uccidono, è l'uomo che uccide».

Sicuramente è necessario mettere in chiaro tutte le responsabilità umane, e agire di conseguenza per prevenire disastri futuri. Ci sarebbe, per inciso, da chiarire che la strada migliore non è quella di far passare tutte le carenze antisismiche come frutto di corruzione e appalti truccati. C'è molto di più: c'è una precisa responsabilità pubblica, di uno Stato inefficiente e bizantino, in cui le responsabilità vengono rimbalzate di ufficio in ufficio, e dove le leggi e le istituzioni vivono in un clima di confusione e pressapochismo che impediscono l'efficienza e l'efficacia delle azioni. C'è un ben preciso problema politico e istituzionale alla base delle carenze che hanno portato ai crolli in centro Italia, ed è solo la vulgata giornalistica che vuole ridurre tutto a problema morale e corruttivo.

Ma d'altro canto è altrettanto necessario smetterla con l'idea della natura benigna, che tanto piace al pensiero contemporaneo, e che purtroppo ha influenzato anche diversi pastori cristiani. La natura è buona, e l'uomo cattivo la distrugge. Ma quando mai.

La natura ha in sé, in maniera equivalente e in un certo senso indifferente, la possibilità del male e la possibilità del bene. Di certo la natura, in sé e per sé, non dice nulla e non aiuta in nulla a vivere l'esperienza del dolore. Accusare l'uomo di tutte le nefandezze, è un modo spiccio per sviare la grande domanda sul dolore. E lì, allora, Dio entra in scena: il Dio che ha sofferto, che ha preso su di sé il più grande dolore, cioè la morte dell'innocente, accomunandosi così all'uomo e portandolo con sé verso la speranza della resurrezione. Il Dio che non fa il burattinaio mettendo ovunque il ditino per scansare i pericoli (eliminando così la libertà dell'uomo), ma che si fa compagno nel dolore.

La visione di una natura buona e di un uomo cattivo non solo contraddice l'evidenza (basti pensare alle riflessioni di Voltaire, per tornare al terremoto di Lisbona), ma è anche quanto di più anti-cristiano ci possa essere. Ricordava San Tommaso che «ex appetitu naturae surgit timor mortis, ex appetitu gratiae surgit audacia» (dal desiderio della natura deriva la paura della morte, dal desiderio della grazia l'audacia). Dio non coincide con la natura: Dio salva l'uomo dalla possibilità di male, e dalla paura della morte, che la natura porta con sé.

Mentre gli atei e gli agnostici dovrebbero tornare a fare più chiaramente i conti con la disperazione di un mondo in cui l'unica lotta è quella tra l'uomo e la natura, i pastori del popolo cristiano dovrebbero forse tornare con più vigore a portare al mondo il messaggio di speranza che è alla base dell'evento cristiano.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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