EMERGENZA | 22 Dicembre 2016

Il terrorismo e l'inganno culturale pacifista

Dopo gli attentati si sente ripetere che non dobbiamo militarizzare le nostre città, perché questo vorrebbe dire cedere al terrore. Niente di più falso: un aumento del presidio militare è garanzia di sicurezza e non imbarbarisce affatto la società

di ROSSANO SALINI

Uno dei commenti più diffusi all'indomani di stragi terroristiche, come quella che ha sconvolto Berlino nei giorni scorsi, è che non dobbiamo cambiare il nostro stile di vita, non dobbiamo farci prendere dalla paura, e soprattutto non dobbiamo militarizzare le nostre città. L'idea di fondo è che una militarizzazione coincida con un radicale imbarbarimento della nostra vita quotidiana, con riduzione di spazi di libertà. L'immagine che probabilmente ricorre nella testa di coloro che affermano questo è che non sia possibile far convivere la presenza militare nelle nostre strade con la vitalità di una società che lavora, crea, costruisce.

Niente è più falso di tutto questo. Si tratta di una considerazione pregiudiziale presa per buona, ma nient'affatto ragionata e argomentata. E per capire questo basta fare un esempio molto semplice: Israele.

Come noto, nello stato israeliano vige una rigida e molto esigente educazione militare. Pensiamo solo ai tempi del servizio di leva: 36 mesi per gli uomini, e 24 mesi per le donne. L'obiezione di coscienza è accettata in casi eccezionali, per motivi religiosi; esentati sono solo coloro che prima dell'obbligo di leva risultano già sposati con figli (cosa che accade soprattutto per gli immigrati, visto che l'età per svolgere il servizio militare è 18 anni).

Molti degli uomini politici israeliani arrivano dall'esercito. E per capire la portata di questo dato basta ricordare un esempio su tutti.

L'8 maggio del 1972 quattro terroristi Palestinesi di settembre Nero dirottarono un Boeing 707 della compagnia aerea belga Sabena partito da Vienna, forzandolo ad atterrare all'aeroporto Ben Gurion e minacciando di farlo esplodere se non fossero stati liberati 317 detenuti palestinesi. Mentre venivano portate avanti le trattative dal primo ministro Golda Meir e dal ministro della Difesa Moshe Dayan (ex generale che durante la seconda guerra mondiale aveva perso un occhio), si diede l'incarico a una squadra di truppe speciali di organizzare un blitz: i militari entrarono nel velivolo, ebbero uno scontro a fuoco con i terroristi, uccidendo due dirottatori e catturandone altri due. Un passeggero rimase ucciso, tutti gli altri furono liberati.

Uno dei militari del commando rimase ferito alla spalla. Quel militare era Benjamin Netanyahu, oggi primo ministro israeliano. L'operazione fu realizzata dalla forza speciale Sayeret Mat'kal, il cui comandante partecipò in prima persona al blitz. Si trattava del Tenente Colonnello Ehud Barak, divenuto poi primo ministro laburista, in carica dal 1999 al 2001. Un commando militare di pochi uomini, di cui due diventati primi ministri.

La vita in Israele è dunque del tutto pervasa dall'elemento militare, vista la condizione particolare in cui lo stato si trova. Questo implica che Israele sia una grande caserma in cui manchi la vita sociale e creativa, una sorta di novella Sparta? Nient'affatto. Israele è uno degli stati al mondo con il più alto livello di istruzione. Patria dell'innovazione tecnologica, Israele ha una vitalità economica straordinaria, così come una grande fecondità in ambito artistico e letterario. Un esempio da imitare sotto tanti punti di vista. Senza contare che il rapporto tra cittadini e istituzioni è destinato sicuramente ad essere più saldo e maturo, in un contesto in cui il premier può essere uno che in prima persona ha rischiato la propria vita per la salvezza di altri suoi concittadini.

Il timore di un degrado della nostra qualità della vita in seguito a un aumento del presidio militare non ha pertanto alcun fondamento. Al contrario, sarebbe garantita una maggiore sicurezza e quindi ridotto almeno in parte lo stato di perenne paura in cui gli attacchi terroristici sempre più diffusi ci stanno riducendo.

Il problema è allora culturale. Non si vuole ammettere che siamo in guerra, che siamo sotto attacco, che qualunque discorso pur legittimo intorno all'accoglienza e all'integrazione non è affatto una risposta adeguata ad avvenimenti come la strage di Berlino. Al contrario, è un inganno culturale, una coperta sotto la quale nascondere una realtà dei fatti scomoda e impossibile da accettare per chi è abituato a guardare tutto con il filtro dell'ideologia.

Volere la pace, e lottare per averla e conservarla non significa affatto essere pacifisti. Tutt'altro. La pace, proprio perché un valore assoluto, deve essere difeso in tutti i modi. Proprio chi vuole la pace e ripudia la guerra (e il terrorismo appartiene alla categoria della guerra) ha l'obbligo morale di creare le condizioni perché in Occidente si torni a vivere in un clima di pace. E questo può essere fatto solo combattendo la minaccia del terrorismo islamista con un'operazione non solo politica e culturale, ma anche di tipo militare, sia debellando definitivamente lo Stato islamico sul proprio terreno, sia rendendo più sicura la nostra società con un aumento del presidio militare anche in casa nostra. C'è da sperare che i governanti, soprattutto europei, prendano coscienza di questo fatto prima che sia troppo tardi.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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