OCCIDENTE E ISLAM | 14 Gennaio 2015

Il terrorismo e l'inganno del ''politicamente corretto''

L'Europa non ha strategia di fronte alla minaccia terroristica e si nasconde dietro «discorsi generici». Conversazione con Khaled Fouad Allam

di ROSSANO SALINI

È necessaria una «consapevolezza matura di ciò che sta dietro agli attentati di questi giorni», perché i tanti «discorsi basati sul ''politicamente corretto'', come quelli sentiti in certe sedi istituzionali e anche al Parlamento europeo, non ci permettono di fare nemmeno un millimetro nel percorso che dobbiamo attuare, quello che ci serve per arrivare a una convivenza pacifica tra mondo occidentale e mondo musulmano».

Questo il pensiero di Khaled Fouad Allam, docente di Sociologia del mondo musulmano all'università di Trieste, algerino naturalizzato italiano, e uno dei maggiori conoscitori delle problematiche legate all'islam. Con il suo volume dal significativo titolo Il jihadista della porta accanto, pubblicato da Piemme l'autunno scorso, ha voluto chiarire l'aspetto di sfuggevolezza e di difficile riconoscibilità dell'ultimo terrorismo islamico, messo in atto da tanti giovani che vivono nelle nostre città, parlano le nostre lingue e sono divenuti oggetto dell'indottrinamento feroce dello Stato islamico. Una descrizione che, fatta con qualche mese di anticipo, sembra oggi perfettamente adattabile a quanto accaduto nei drammatici fatti di Parigi. E proprio per approfondire meglio questi eventi, il libro uscirà tra pochi giorni in una seconda edizione aggiornata, con un capitolo dedicato alla strage di Parigi.

«In questi eventi – spiega Fouad Allam – vediamo la pericolosa realizzazione di quello che io ho definito ''terrorismo di prossimità''. È qualcosa di molto difficile da prevenire, ed è per questo che è un problema da conoscere bene e da non sottovalutare, come forse è stato fatto fino ad oggi».

Un terrorismo che matura all'interno della nostra società, ma che si forma grazie al collegamento con le basi del terrorismo nei paesi arabi. Per quanto riguarda l'attentato di Parigi, si è parlato sia del collegamento con Al Qaeda yemenita, per i fratelli Kouachi, sia con l'Isis, in particolare dopo il video postumo di Coulibaly. Come fare chiarezza tra questi diversi collegamenti? «Dobbiamo tener presente che c'è una grande fluidità nei rapporti tra cellule e gruppi del radicalismo islamico», spiega Fouad Allam. «In effetti sono emersi collegamenti precisi che gli attentatori di Parigi avevano con Al Qaeda. Ma al tempo stesso il riferimento esplicito all'Isis lo si poteva già vedere analizzando i simboli che i terroristi hanno utilizzato durante l'attentato. Tre simboli: l'utilizzo di una macchina nera, l'essere vestiti di nero, e il gesto finale, a operazione conclusa, di alzare l'indice verso l'alto. Un segno molto forte: gli appartenenti all'Isis, ogniqualvolta mettono in atto un attentato o tornano da un conflitto, da una guerra, da un attacco, alzano il dito verso il dio unico». Un collegamento esplicito all'Isis, dunque, «anche se, come detto, i passaggi da un gruppo all'altro sono molto fluidi, e basta comunque il giuramento di fedeltà al califfato islamico per attuare un attentato del genere. Di certo la tipologia è proprio quella voluta dall'Isis, con l'idea di combattere l'occidente».

In questi giorni si è parlato molto anche di errori fatti dai servizi segreti francesi, e di una certa superficialità nel monitorare la situazione. Poteva essere fatto qualcosa di più? «Errori certamente ne sono stati fatti. Ma sappiamo che è molto complicato prevenire in maniera scientifica questo tipo di terrorismo. C'è un serio problema sia quantitativo, per il sempre maggior numero di persone potenzialmente collegabili al terrorismo, sia qualitativo, perché per poter entrare in queste dinamiche è necessaria una specifica e difficile formazione. Pensiamo all'importanza della conoscenza della lingua araba e dei tanti dialetti. È molto difficile districarsi in questo ''terrorismo di prossimità'', molto difficile prevenirlo».

Un problema che certamente riguarda da vicino anche l'Italia, che certo «non è in una condizione diversa da quella degli altri paesi. Il fatto che qui non sia ancora successo nulla del genere non basta affatto per concludere che la situazione sia diversa. Innanzitutto, sappiamo già che in passato, grazie all'azione della magistratura e degli organi di polizia, alcuni attentati sono stati evitati. La minaccia è identica, per noi come per gli altri paesi. Perché la minaccia è globale. Al punto tale che riguarda anche i paesi arabi: non dimentichiamo gli attentati a Marrakesh e Casablanca di pochi anni fa».

Sulla reazione che l'occidente deve avere di fronte a questa situazione, Fouad Allam fa una premessa fondamentale: «Non bisogna commettere l'errore di considerare l'islam come un insieme indistinto. Questo sarebbe un errore pericoloso. Anzi: questa è la trappola insita nella strategia dell'Isis e di Al Qaeda, cioè di creare un muro tra l'occidente e l'islam e di spezzare la coesione sociale. Soprattutto in un paese come la Francia, dove i musulmani sono 7 milioni, il rischio di una guerra civile, di una deflagrazione diventerebbe serio». Premesso questo, non bisogna però dimenticare che «esiste una crisi dell'islam contemporaneo. Questa c'è, e non si può negare. Guardiamo la Tunisia: c'è una spaccatura tra due diverse visioni, tra chi crede che l'islam possa avere la sua via moderna, e chi al contrario pensa che l'unico islam sia quello della sharia».

Ed è proprio questa articolazione all'interno del mondo islamico che il mondo occidentale, in particolare le istituzioni, dovrebbero conoscere a fondo. «Ma il problema – spiega ancora Fouad Allam – è che molti esponenti parlano in termini generici del problema, senza conoscere nulla nello specifico. Un giudizio che non ha assolutamente un valore politico, è un difetto che si trova da una parte e dall'altra: lo si può applicare al discorso fatto da Schulz al Parlamento europeo ma anche ad altri di diverso colore politico. Certo, quello che mi meraviglia del Parlamento europeo è che, invece di essere generici, dovrebbero prendersi l'impegno di coinvolgere degli esperti per affrontare in maniera matura queste problematiche adesso così stringenti, se vogliono veramente prevenire episodi drammatici come quelli appena visti e costruire una convivenza pacifica. I discorsi generici invece, i discorsi basati solo su un approccio ''politicamente corretto'' non ci fanno fare nemmeno un millimetro in avanti in questo percorso». E un problema politico specifico da cui partire c'è: «I rappresentanti dei musulmani moderati non hanno nessuno spazio, nessuna visibilità. Nessuno li conosce. Le istituzioni occidentali, ed europee in particolare, dovrebbero partire da questo elemento per costruire un dialogo costruttivo ed efficace, valorizzando quelle voci del mondo musulmano che il radicalismo islamico vorrebbe mettere a tacere».


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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