GOVERNO | 14 Aprile 2015

Il tesoretto “fantasma” e il rischio populismo

Il «tesoretto» dove lo metto. Il (presunto) miliardo e mezzo, la tempistica dell’annuncio e il rischio di strumentalizzazione elettorale. Consigli per gli acquisti: il governo tralasci le misure spot e si concentri sulla politica economica

di LUCA PIACENTINI

Grazie allo sforzo di tutti, soprattutto degli italiani che pagano le tasse, il disavanzo dello stato scende faticosamente sotto il 3%. Così chiede l’Europa. Parametro discutibile, quello di Maastricht, ma allo stato attuale per un Paese indebitato come il nostro è di fatto inevitabile. Proprio ora che l’Italia marcia senza troppi indugi sulla strada del risanamento, il governo Renzi si prepara a spendere. Il problema è come: ancora una volta, all’orizzonte dell’esecutivo si intravede un intervento spot che ricorda da vicino il famoso bonus degli 80 euro.

È la discussione attorno al cosiddetto "tesoretto" da 1,6 miliardi di euro, dissotterrato dai meandri del bilancio statale rivedendo dal 2,5% al 2,6 % il rapporto tra deficit e Pil. L’esistenza del gruzzolo è già in sé discutibile perché, come spiega bene Fabrizio Forquet sul Sole24ore, non si tratta di soldi veri ma di cifre ricavate sulla base di una proiezione. Insomma: «quei soldi sono un deficit», si legge nel commento sul quotidiano di Confindustria, «tutta roba di carta, numeri astratti e potenziali».

A riguardo sono condivisibili anche le riflessioni apparse sul quotidiano Il Foglio, che suggerisce al presidente del Consiglio di utilizzare questa potenziale somma a favore degli studenti universitari meno abbienti o per sostenere le start up, insomma guardando a giovani e imprese, al futuro e non al passato. 

E invece no, attorno a questo miliardo e mezzo si sta già sollevando il solito cancan pre elettorale, con i capi partito che gareggiano a chi propone il modo migliore per impiegare il presunto surplus a favore di una minoranza (si parla delle fasce deboli) ma a spese della collettività. 

Non che aiutare i poveri sia sbagliato. Ci mancherebbe. Lo impone il principio di solidarietà e lo scrive la Costituzione. Ma sarebbe meglio aiutare l'Italia ad essere meno povera, lasciando perdere gli interventi una tantum che sanno tanto di Stato assistenziale e spendaccione, per concentrarsi invece sulle riforme strutturali, in particolare sulla madre di tutte le riforme: quella fiscale. Tanto più che, agendo sulla base di singole misure distributive e non toccando aliquote o imposte dirette, si rischia di cadere nel populismo. 

Sì, al momento è solo un sospetto, un timore che certamente si rivelerà infondato. Ma oggi il dubbio si traduce in una domanda legittima: perché sbandierare il possibile «tesoretto" proprio a ridosso delle elezioni regionali? Non è che si vuole approfittare della scadenza di maggio per aumentare il consenso a favore del centro sinistra utilizzando questo insperato miliardo spuntato dalle pieghe del bilancio?

Il governo giustifica l’eventuale intervento a favore dei meno abbienti con ragioni di giustizia sociale. E non ci sarebbe nulla di male, legalmente parlando, nell’usare questo denaro attraverso un provvedimento isolato sostenuto da motivazioni nobili. Non è problema di legalità, bensì di opportunità politica: si tratterebbe dell’ennesimo spreco di tempo (e risorse) sulla strada delle riforme, oltretutto difficilmente la misura si scrollerebbe di dosso il dubbio populista. 

«Impegnare oggi risorse sulla base di una stima, di un auspicio - scrive il Sole 24 ore - è un artificio molto a rischio. Tanto più se quelle somme vengono poi prenotate e contese da ministri e partiti (anche quelli di opposizione) proprio come fossero piovute dal cielo e, quindi, potenzialmente destinabili agli usi più vari, con una evidente strumentalizzazione elettoralistica e al di fuori di qualunque progetto di politica economica».

Se proprio il governo non ne vuole sapere di risparmiare denaro pubblico per le riforme strutturali sistemando una volta per tutte l’Italia ferita dalle tasse ma preferisce destinare subito il “tesoretto” ad interventi isolati e parziali, almeno si parli della destinazione dopo le elezioni di maggio. Viene in mente il detto: a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca. Per questo chiediamo un favore: non ci induca in tentazione.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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