CINEMA & LETTERATURA | 21 Dicembre 2014

La moda del totalitarismo sempliciotto

Cresce il numero di romanzi e film, dedicati specialmente al pubblico giovane, che parlano di mondi distopici. Ma con troppa superficialità

di RICCARDO CHIARI

Da un po’ di tempo a questa parte imperversa, e per certi aspetti è un bene, la moda di scrivere romanzi ambientati in realtà distopiche.

Si tratta di opere seguite quasi sempre da trasposizioni cinematografiche e destinate per lo più a un target di lettori piuttosto giovane. I protagonisti sono infatti quasi sempre adolescenti che per svariate circostanze si trovano ad essere in conflitto con un oppressivo sistema di potere e a capeggiare la rivolta contro di esso.  

È, ad esempio, il caso della fortunata saga di Hunger Games, la trilogia scritta dall’americana Suzanne Collins, che racconta le vicende della valorosa Katniss Everdeen, giovane cacciatrice che vive nel Distretto 12 della nazione di Panem, situata in un’America post apocalittica. La trama è piuttosto semplice, sebbene non priva di un certo fascino: in questo mondo distopico, vi sono appunto 12 distretti, ciascuno dei quali è obbligato a versare annualmente alla capitale, Capitol City, un “tributo” particolare. Da ogni circoscrizione vengono infatti prelevati, attraverso un sorteggio, due giovani, un maschio e una femmina, che saranno obbligati a combattere in un’atroce competizione in cui per risultare vincitori occorre uccidere gli altri 23 concorrenti. Le gesta dei poveri attori di questo sanguinario gioco diventano oggetto di un vero e proprio culto mediatico da parte dei cittadini di Capitol City e di forte partecipazione emotiva per gli abitanti dei vari distretti. Le cose ovviamente cambiano quando entra a far parte del gioco la protagonista Katniss, destinata a innescare una rivolta generale nei confronti di questo rituale crudele.

Altro romanzo-film ad aver riscosso successo è Divergent, di Veronica Roth. Anche in questo caso ci si trova in un’America post apocalittica, precisamente nella città di Chicago, circondata da un’immensa recinzione e abitata da una popolazione divisa in cinque classi sociali con differenti caratteristiche di comportamento. La protagonista, Beatrice Prior, raggiunti i 16 anni, si sottopone al “test attitudinale” per verificare a quale delle cinque fazioni le sia più opportuno appartenere. Durante il test scopre di essere una “divergente”, ossia un individuo non classificabile, non incasellabile in alcuna classe sociale e, per questo motivo, di rappresentare una minaccia per il potere costituito. Di qui la conseguente rivolta e il prevedibile seguito.

Meno fortunato e decisamente più brutto dei due precedenti esempi è il film Snowpiercer, basato su un fumetto francese, in cui un gigantesco treno corre ininterrottamente lungo la superficie terrestre, ridotta a un’immensa landa ghiacciata. A ogni vagone corrisponde una differente classe sociale: i più ricchi abitano in testa al treno e i più poveri vivono negli ultimi vagoni. Molta retorica e poca sostanza.

Come detto in apertura di questo articolo, è certamente un bene che continuino a fiorire opere letterarie e cinematografiche che si misurano con il tema del potere nella sua peggiore accezione. Potrebbe risultare comunque utile formulare un paio di considerazioni riguardo meriti e demeriti di questi lavori. Da un lato queste opere hanno l’indubbio pregio di trattare tematiche importanti, quali il totalitarismo, l’ideologia o il rapporto fra individuo e società, e diffonderle presso il pubblico più giovane, d’altro canto infastidisce la più o meno accentuata superficialità con cui tali problematiche vengono trattate. Se in parte ciò è giustificabile con la loro natura di best seller non può e non deve essere una giustificazione il target cui sono destinati. Il fatto di essere romanzi o film “per ragazzi” non deve rappresentare una ragione valida per raccontare semplicisticamente le dinamiche più perverse del potere o la minaccia, purtroppo reale, di un futuro totalitario. Gli adolescenti non sono bambocci da abbindolare con favole ben elaborate.

Diciamola tutta: i cattivi rappresentati in queste opere sono troppo “cattivi”. Il male è troppo palesemente male, il fascismo troppo fascista o il comunismo troppo comunista.

Certo, anche in 1984 di Orwell la diffusione del male è incommensurabile, ma proprio perché tale non ha un rappresentante in carne ed ossa e opera attraverso i suoi emissari. “Il Grande Fratello” non si conosce mai direttamente, e forse non esiste in senso fisico, come scopre il protagonista Winston durante l’interrogatorio finale con O’Brien.

Ma qual è il problema nel rappresentare un cattivo troppo cattivo o in carne ed ossa? Quello di dipingere il male e la tentazione di affermare il nostro potere sul prossimo come qualcosa di totalmente estraneo a noi, come qualcosa di riconducibile a tutt’altro, a un’altra persona.

I grandi romanzi della letteratura distopica, 1984 di Orwell, Il Mondo Nuovo di Huxley, Fahrenheit 451 di Bradbury, Noi di Zamjatin, ma anche alcuni splendidi film, come ad esempio THX1138 di George Lucas, hanno tutti in comune un aspetto fondamentale: il protagonista inizialmente è parte del meccanismo che combatte. E la tentazione di tornare a esserne parte, la minaccia, il rischio di non accorgersi di esserne ancora prigioniero accompagna la sua azione per tutta, o quasi, la durata della storia. Una descrizione del potere e dell’ideologia che non contempli gli effetti che questi esercitano anche su chi ad essi si oppone non è una buona descrizione.

Il difetto di Hunger Games, Divergent et similia consiste nel fatto che i protagonisti di queste opere si oppongono a sistemi che sono palesemente sbagliati agli occhi di tutti, che operano un male troppo riconoscibile da tutti come tale. In questo non sono per niente “speciali”, non hanno bisogno di “aprire gli occhi”.

Se prendiamo un esempio dalla nostra realtà attuale, quale il razzismo, si potrà meglio comprendere questa critica. La percentuale di persone che oggi, nel mondo occidentale, si definisce con orgoglio razzista è piuttosto modesta, fortunatamente. Se si realizzasse un romanzo in cui il protagonista si trovi a combattere un regime razzista, la sua ribellione al potere verrebbe facilmente condivisa, compresa e presumibilmente applaudita dai più. Ma costituirebbe qualcosa di davvero interessante e profondo solo se mostrasse e dimostrasse quanto il rischio del razzismo non si riduca a un mero disprezzo nei confronti di altri popoli, bensì risieda in molti dei nostri atteggiamenti quotidiani.    

Il misterioso e malvagio potere del Socing, col sua mega-stato Oceania, di 1984, è sì un male  riconoscibile da tutti. Ma il libro diventa interessante laddove mostra che le minacce paventate da Orwell con la sua opera possono oggi avverarsi. Non siamo forse sempre più controllati e tenuti sotto osservazione attraverso la tecnologia? Non si stanno costituendo dei mega-stati in competizione fra di loro? Non esistono canzoni il cui testo sembra una serie casuale di parole senza senso? I giornali e internet non trattano alcune notizie come se non fossero mai avvenute?

La manipolazione genetica sull’uomo descritta da Huxley ne Il mondo nuovo è oggi, purtroppo, una realtà di fatto. E molti la applaudono.

È questa la genialità, la profezia di opere come quelle di Orwell, Huxley o Benson: il fatto che oggi molti salutino come progresso l’avverarsi di eventi in esse descritti come minacce.   

Una ribellione “genuina” dunque è quella nei confronti di un sistema di potere di cui non ci si accorge, di cui si è parte.

Il resto è destinato a rimanere retorica funzionale alla raccolta di facili applausi.

E c’è il sospetto che nella ribellione di Katniss e di Beatrice ci sia qualcosa di tremendamente conformista.  


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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