BALLOTTAGGI | 26 Giugno 2018

Salvini vero leader del governo

Dopo i ballottaggi il centrodestra a trazione leghista dilaga nella Toscana rossa. Pd diviso e allo sbando, incapace di reagire. I 5 Stelle intimoriti da Salvini che è il vero leader del governo

di ROBERTO BETTINELLI

Che il Pd andasse incontro all’ennesima batosta elettorale dell’era renziana lo si era capito durante la campagna elettorale. I sindaci schierati nelle competizioni amministrative volevano tutto tranne che l’aiuto dei leader del partito. Perfino Renzi ha dovuto tenersi alla larga. Il reggente Martina, l’ex premier Gentiloni e il vulcanico Calenda hanno provato ad impegnarsi di più ma, alla fine, il loro contributo non ha spostato di un punto percentuale un consenso ormai in esaurimento.

Un consenso talmente esiguo che ha permesso al centrodestra a trazione leghista di trionfare nei ballottaggi espugnando le roccaforti della Toscana rossa: Pisa, Siena e Massa. Una vittoria che è dilagata nell’Italia centrale inglobando Terni in Umbria e Viterbo nel Lazio. Ma anche nella operosa Lombardia con i successi di Sondrio e Cinisello. Nel Sud il Pd ha accusato ulteriormente il colpo ed il bilancio definitivo su scala nazionale è desolante per il centrosinistra che nelle amministrative comunali di cinque anni fa vinse 16 a zero.

Le ragioni della sconfitta del Pd sono tutte riconducibili all’assenza di una leadership carismatica e di un programma in grado di competere con la proposta di Salvini e dei 5 Stelle. Una proposta che i vertici di Nazareno, a partire da Renzi, seguitano a bollare come populista ma che invece è molto vicina alle rivendicazioni della gente comune. Il Pd appare sempre più simile ad una formazione elitaria che ha perso il contatto con il popolo della sinistra, incapace di agire da collettore delle forze amiche che gravitano nella stessa area politica. La scissione di Liberi e Uguali è stata sottovalutata come pure l'ostilità di 'agenzie esterne' storicamente alleate quali sono sempre stati i maggiori sindacati italiani.

La strategia renziana, che è ancora dominante nel partito, ha puntato alla colonizzazione dell'elettorato berlusconiano considerato in fuga da un partito orfano del proprio leader lasciando libere le praterie alla sinistra del Pd. Uno spazio immediatamente occupato dal Movimento 5 Stelle che ha concepito un programma elettorale all’insegna della lotta alle ineguaglianze, sintetizzabile nella formula del reddito di cittadinanza.

In ogni caso anche l’analisi della sconfitta, in seno al Pd, non sembra garantire vie di uscita dalla crisi: Renzi si tiene ufficialmente in disparte per poter affermare che il partito ha perso senza di lui anche se in realtà è tentato dall’idea di varare un partito tutto suo, Martina brancola nel buio, Zingaretti si fa avanti con il fronte dei sindaci mirando realisticamente alla segreteria nazionale, Calenda sponsorizza un nuovo centrismo con la nascita di un ‘fronte repubblicano’ che non entusiasma nessuno. Insomma, la crisi è irreversibile e nell’immediato non sembrano esserci soluzioni praticabili per arrestarla.

Molto tonico e prestante, ai limiti dell’imbattibilità, è invece il centrodestra di Matteo Salvini che ha definitivamente scalzato Silvio Berlusconi dalla leadership della coalizione. E se è vero che l’aggregato conservatore ha ben figurato grazie anche alla pluralità che lo contraddistingue, come ha dichiarato il presidente di Forza Italia, è vero però che sono stati i candidati della Lega a fare la differenza. Forza Italia è andata al traino beneficiando dell'enorme popolarità che Salvini gode per i successi che sta ottenendo in ambito internazionale sulla partita dell’immigrazione. La formazione azzurra è giunta al capolinea: o si rinnova o è destinata ad essere assorbita dal più forte e dinamico alleato.

I 5 Stelle si portano a casa i risultati incoraggianti di Imola e Avellino, comuni strappati alla sinistra, ma si tratta di un traguardo al di sotto delle aspettative soprattutto se si fa un paragone con la capacità della Lega di capitalizzare l’esperienza del governo. Di Maio finora, rispetto a Salvini, ha brillato di luce riflessa. Vuoi per la bravura inoppugnabile del primo e vuoi per la più lunga attesa che necessitano i provvedimenti in capo al ministro del Lavoro. Un’attesa che è destinata a tradursi in un mortale logorio per i 5 Stelle se non si argina il ciclone Salvini come, peraltro, si sta già tentando di fare con esito insoddisfacente. Il ministro delle Infrastrutture grillino Toninelli, che non è convinto fino in fondo della chiusura dei porti ordinata dal collega dell’Interno, ha fatto capire di non tollerare invasioni di campo nella gestione della guardia costiera per i soccorsi in mare. Ed è anche per non accendere troppe tensioni all’interno dell’esecutivo che Salvini, davanti alla richiesta del sindaco di Pozzallo, ha autorizzato l'attracco della portacontainer Alexander Maersk che trasporta oltre 100 migranti.

Qualcosa bisogna pure concedere agli alleati. Il leader della Lega lo sa bene. D’altronde chi sta guadagnando consenso da quando si è insediato il governo Conte, è proprio lui. A differenza di Luigi Di Maio e degli altri ministri pentastellati che invece sono sottoposti a molti più dubbi e ripensamenti. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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