L’IPOCRISIA DI BRUXELLES | 01 Aprile 2016

Immigrazione, il tallone d’Achille del Belgio

Dopo gli attacchi del 22 marzo, il Belgio vara la stretta sull’immigrazione: espulso chi non è disposto a integrarsi. Ma, nella Bruxelles del multiculturalismo irresponsabile, è un giro di vite tardivo e anche un po’ ipocrita

di LUCA PIACENTINI

Il dibattito sulla stretta all'immigrazione suscitato dagli attentati terroristici di Bruxelles e Parigi è tardivo e un po’ ipocrita. In questi casi si potrebbe dire: meglio tardi che mai. E, una visione approssimativa dei fatti, tutto sommato potrebbe salutare le ultime uscite del governo belga perfino con una punta di ottimismo. Come di fronte all'emergenza terrorismo vengono fisiologicamente rivisti gli equilibri tra privacy e sicurezza, così, sarebbe la riflessione, è giusto sia rimodulato anche il binomio immigrazione-tutela dell'ordine pubblico. 

Fino a che punto è giusto che ognuno rinunci alla riservatezza delle informazioni personali affinché venga aumentata la capacità dello stato di proteggere l'incolumità di tutti? Qual è il confine, da un lato, tra diritto alla circolazione delle persone e protezione dei profughi, e dall’altro, accoglienza irresponsabile, che rischia di alimentare le isole di esclusione delle nostre città, come avvenuto nella Bruxelles del multiculturalismo? 

La situazione del Belgio è più grave del previsto. E la politica sta reagendo in modo caotico e istintivo. Il governo ha dato il via libera all’espulsione degli stranieri che non si integrano, con tanto di contratto che impegna a rispettare usi e costumi, apprendere la lingua e denunciare sospetti terroristi. Chi non fila dritto, viene espulso. 

Come se bastasse la firma di un provvedimento varato all’ultimo minuto per rimediare a decenni di danni politici, alle falle negli apparati di sicurezza, alle difficoltà di collaborazione tra le forze dell'ordine, alla carenza di fondi dell'intelligence, all'insufficienza e alla superficialità degli uffici confermate dalla gestione dell'emergenza dopo gli attacchi, alla presenza - scoperta dall'opinione pubblica mondiale, ma realtà ben nota a chi occupa posti di responsabilità, che questa situazione ha contribuito a crearla con politiche lassiste - di veri e propri ghetti contrassegnati dal rifiuto dell'integrazione da parte degli immigrati, terreno fertile del radicalismo islamico; insomma: è sufficiente un ‘contratto dell’immigrazione’ a mettere ordine nella situazione disastrosa del Belgio venuta a galla in tutta la sua gravità con l'assedio jihadista? 

E’ sicuramente un primo passo. Ma non basta. Il lavoro da fare è moltissimo. E probabilmente in Belgio implica una sorta di rivoluzione copernicana di tipo culturale. Ciò che sembra straordinario a Bruxelles, nello spirito che muove il legislatore è probabilmente normale non solo a Sydney, notoriamente poco incline ad allargare le maglie dell’immigrazione. Pretendere che chi entra in Europa ottenga asilo, residenza e permesso di soggiorno solo a determinate condizioni, è infatti una posizione frutto del buon senso e di una visione responsabile della società. Il cui nocciolo, al di là delle declinazioni normative specifiche, è sintetizzabile così: tu, immigrato, vieni accolto nel nostro paese solo se se dimostri di poterti mantenere economicamente, sei in grado di capire la lingua e sei disposto a rispettare leggi e tradizioni. Tutto ciò equivale anche a non tollerare prese di posizioni ideologiche pubbliche anti occidentali e 'sacche urbane' esposte a facile indottrinamento. E a fare in qualche modo gli interessi dello stesso immigrato, che senza mezzi di sussistenza e isolato, sarebbe abbandonato ad un probabile destino di scarsità, incertezze ed espedienti. 

Le politiche migratorie del Belgio vengono ridiscusse con un ritardo inaccettabile. Laddove viene presentato come straordinario quello che altrove è ordinario, si corre il rischio di sembrare anche poco rispettosi dei cittadini che pagano le tasse, fanno il proprio dovere, contribuiscono ad una società pacifica e si aspettano che quantomeno lo stato li protegga. 

Ma c'è anche dell'ipocrisia in questo rumoroso rincorrersi di proclami sulla necessità di cambiare le cose. Le disfunzioni mostrate dagli uffici pubblici belgi da un lato e i ghetti creati da un multiculturalismo lassista dall'altro, sono stati alimentati dalla superficialità e dalle scelte di quella stessa classe politica che oggi vorrebbe metterci una toppa varando in fretta e furia provvedimenti urgenti. Come minimo, prima si dovrebbe fare pubblica ammenda. E, per rispetto degli elettori belgi e dei cittadini europei che oggi pagano il prezzo in termini di insicurezza, ammettere le proprie responsabilità di amministratori pubblici.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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