FUGA DEI CERVELLI | 03 Gennaio 2016

«In Italia non avrei avuto un futuro»

Chiara Zurla, 38 anni, ricercatrice di successo che da 10 anni vive negli Usa dopo una laurea in biologia e un Phd all'Università di Milano. Ecco la sua storia: «In Italia non avrei avuto le stesse opportunità. All’estero la meritocrazia esiste davvero»

di ROBERTO BETTINELLI

Quando ha visto il suo nome stampato sulle pagine di Nature Nanotechnology, una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo accademico anglosassone, ha provato una grande soddisfazione. Di più. L’orgoglio per i sacrifici che ha dovuto affrontare in tanti anni di studio e di lavoro lontano dal suo Paese, l’Italia. 

Eppure non è la prima volta che Chiara Zurla, ricercatrice italiana di 38 anni che da 10 anni vive e lavora negli Stati Uniti, firma pubblicazioni di successo. Già quest’estate un’altra rivista scientifica, Nature Metods, aveva dedicato un servizio alla ricerca che il suo team sta effettuando su un virus simile all’Hiv.

«La differenza è che colpisce le scimmie invece degli esseri umani. Ma il virus scompare dal circolo sanguigno anche se resta latente. Riprende quando la terapia si interrompe. Le affinità con l’Hiv sono evidenti» racconta la ricercatrice che dopo aver frequentato il liceo scientifico nella città dove è nata, Crema (Cr), si è laureata alla Facoltà di Scienze biologiche all’Università degli Studi di Milano con una tesi «sull’interazione fra gli acidi nucleici e proteine» finalizzata a studiare il comportamento dei geni umani. La tappa successiva è stato il Phd in biologia molecolare e cellulare che l’ha portata a Bethesda, nel Maryland, quindi alla Emory University di Atlanta e infine al dipartimento di Ingegneria biomedica della Georgia Institute of Technology dove di recente le è stato affidato un corso di laurea.

Negli ultimi due anni quasi 70mila laureati hanno lasciato l’Italia in cerca di occupazione. La stupisce?
«No, perché appena si varca il confine si capisce subito che ci sono molte più opportunità. Per chi vuole lavorare nel campo della ricerca è quasi impossibile rimanere in Italia. Negli Stati Uniti la meritocrazia funziona. Se sei bravo e ti impegni prima o poi raggiungi l’obbiettivo. In Italia ci sono poche risorse, burocrazia, liste di attesa infinite, raccomandazioni. Ormai è naturale emigrare. Le frontiere sono aperte. E lo sono grazie a internet, alle compagnie aeree low cost, alla diffusione della lingua inglese, ai media». 

Le mete preferite dei giovani laureati italiani sono Germania e Stati Uniti. Perché?
«I giovani si spostano soprattutto per motivi di studio e di crescita professionale. I centri di ricerca tedeschi sono i più avanzati al mondo. Lo stesso vale per gli Stati Uniti».

Che cosa l’affascina davvero del suo lavoro?
«Mi piace pormi sfide continue e lavorare a contatto con menti brillanti. Le ricerche del nostro team possono contribuire a salvare vite umane».

Qual è la funzione della scienza secondo lei?
«Capire il comportamento della natura per aiutare il genere umano». 

Quanto è importante la competizione nel suo lavoro?
«La ricerca è un campo competitivo. Soprattutto negli Stati Uniti. Stimo molto il responsabile del mio gruppo. E’ un vero leader. Creativo ma anche molto pragmatico. E’ uno scienziato e un businessman. Chi è a capo di un progetto di ricerca negli Usa deve trovare continuamente risorse per realizzare al massimo le potenzialità del gruppo. Servono molti soldi». 

E se non si raggiunge lo standard richiesto?
«Si chiude. Negli Stati Uniti non esistono i carrozzoni tenuti in piedi per questioni di clientela o favoritismi. O ti imponi nel mercato, sei apprezzato, le riviste più prestigiose pubblicano i tuoi lavori, o chiudi».

Non potrebbe fare il suo lavoro in Italia?
«Alcune persone che conosco ci hanno provato senza riuscirci. La cosa non mi conforta perché erano davvero molto in gamba». 

Come sono visti i ricercatori italiani all’estero?
«Sono molto quotati. La preparazione delle università italiane è ottima. Non suggerirei di frequentare l’università negli Stati Uniti. Un master o un dottorato sì, ma non l’università». 

Quanto guadagnano i ricercatori negli Stati Uniti? 
«Un ‘post doc’ guadagna 30mila dollari all’anno. Parliamo di lordo. Ed e’ la cifra minima. La Emory University di Atlanta è un istituto privato. Chi lavora in una struttura statale guadagna anche fino a 55mila euro. Poi, una volta ottenuta la cattedra, I compensi salgono: 65mila, 75mila e anche oltre. Quando era in Italia percepivo l’assegno di ricerca di 1.350 euro al mese. Ed ero una delle più fortunate. La maggior parte dei miei colleghi avevano borse da mille euro al mese. Inoltre, negli Stati Uniti, hai molti più benefit. Assicurazione sanitaria, pensione, ferie pagate, cure mediche e dentistiche…». 

In questi anni lei ha conosciuto diversi italiani che hanno fatto la sua stessa esperienza. Qual è il loro stato d’animo?
«Ci sono i nostalgici che non aspettano altro di tornare in Italia e ci sono i realisti che vorrebbero tornare ma sanno di non trovare le condizioni adeguate».

Ma tutti sperano di tornare prima o poi…
«Tutti noi vorremmo fare ricerca in Italia». 

Come organizza le sue giornate? E' riuscita a costruire relazioni di amicizia?
«Le mie giornate sono intense ma flessibili. Mi capita di lavorare nelle ore più strane. Posso raggiungere il laboratorio a piedi. I ritmi sono molto intensi. Non c’è l’abitudine di mangiare con i colleghi. Almeno mentre si lavora. Durante la settimana esco poco. Frequento la palestra e qualche volta si va a cena con gli amici».

Americani o stranieri?
«Con gli americani si lega poco. Si spostano parecchio da una città all’altra. E’ strano ma i più stanziali sono proprio gli stranieri. Ricercatori come me. Italiani naturalmente. Ma anche rumeni, bulgari, francesi, tedeschi, polacchi e sudamericani. Tutte persone molto indipendenti. Ma a volte ammetto che vivere in questo modo non è facile».

Che cosa intende?
«Ho conosciuto una giovane ricercatrice argentina. Non vive ad Atlanta da molto tempo. L’ho invitata ad una cena con altri amici. Quasi non riusciva a crederci. Mi ha abbracciato. Mi ha detto che era da mesi che non succedeva. Sono cose che ho vissuto anch’io». 

Non le dispiace?
«E’ il prezzo che devi pagare se vuoi fare ciò che ami».

La ricerca scientifica può dare grandi soddisfazioni ma anche molte delusioni. Non ha paura di studiare anni senza raggiungere l’obbiettivo?
«Se scopri il vaccino per combattere l’Hiv hai chiaramente raggiunto il massimo. Sei al top della carriera. C’e’ chi lavora spinto da questo grande scopo. Ma c’è anche chi lavora con un altro spirito e procede a piccolo passi, ponendosi ogni volta sfide raggiungibili, magari non clamorose ma spaziando in vari campi, scambiando idee e punti di vista con altri gruppi di ricerca. E’ un approccio diverso ma ugualmente serio dove più che il risultato travolgente conta la continuità. E, insieme a questa, la qualità delle intuizioni e delle scoperte».

Un risultato che la gratifica?
«Ho dimostrato a me stessa di essere riuscita a integrarmi in un centro avanzato di ricerca negli Stati Uniti e di essere diventato un membro importante del mio gruppo. Il mio ‘capo’ mi ha chiesto un anno di preavviso se decidessi di andarmene. Capita di rado o quasi mai. E’ stato molto bello. Se raggiungi un risultato come questo è perchè sei considerata un punto di riferimento. Significa che si sono create aspettative importanti che non puoi deludere. Ti danno la carica per andare avanti».

La sconfitta più bruciante?
«Se non ci fossi riuscita sarebbe stata indubbiamente questa». 

Ama vivere negli Stati Uniti? Qual è la più grande differenza rispetto all’Italia?
«Atlanta è una città con un’ottima qualità della vita. Non è cara e ha tutti i servizi. Certo, il cibo e i vini italiani sono un’altra cosa». 

Ha dovuto lasciare casa, famiglia, amici. Non porta rancore verso il suo Paese che non è stato in grado di offrirle l’opportunità che cercava?
«Se vuoi fare ricerca sai già in partenza che devi andartene. Certo, mi piacerebbe avere tutto quello che ho e al tempo stesso poter vedere mia madre e mio fratello tutti i giorni invece di sentirli al telefono o via skype. Ma non provo rancore per il mio Paese. E’ stata una mia scelta». 

Vorrebbe tornare a vivere in Italia? Se sì a quali condizioni?
«Agli Stati Uniti devo molto. E’ un Paese che mi ha consentito di crescere moltissimo sul piano umano e professionale. Ho raggiunto livelli di specializzazione che in Italia non erano neanche immaginabili. Quando studiavo a Milano collaboravo con una ricercatrice molto brava e motivata. Si è  trasferita negli Stati Uniti perchè le offrivano una posizione adeguata e laboratori eccellenti. In Italia lavoravamo in dieci in una stanzetta quando c’erano interi laboratori vuoti perchè assegnati a docenti di ruolo. Incomprensibile. Lei è partita e io l’ho seguita. Nessuna delle due è piu’ tornata’’.

E non tornerà mai più in Italia?
«Mi piacerebbe tornare, ma prima sono costretta a farmi delle domande. E’ possibile lavorare in un istituto di ricerca che si procura finanziamenti all’estero? Esistono centri indipendenti? Esistono partnership con le grandi aziende? Non ho mai capito per quale motivo in Spagna, Francia, Inghilterra e Germania le cose funzionano in questo modo mentre in Italia un pugno di docenti monopolizza tutte le opportunità del mondo della ricerca limitando enormemente le potenzialità di un campo che ha bisogno in continuazione di idee nuove, stimoli, esperienze. Ridurre tutto a poche figure vuol dire comprimere la creatività e la possibilità di sviluppare intuizioni e metodi innovativi». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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