NIENTE QUORUM | 18 Aprile 2016

In questo Paese esiste ancora il buon senso

Il referendum è costato 300 milioni di euro. Una follia nata dalle regioni Pd e che ha contagiato una parte rilevante delle destre. Se avesse vinto il sì avremmo avuto più disoccupati, una bolletta più cara e più inquinamento

di ROBERTO BETTINELLI

Il fallimento del fronte del sì nel voto del referendum dimostra che un po’ di senno, questo Paese, ce l’ha ancora. Sugli oltre 50 milioni di aventi diritto, solo il 31,2% si è recato alle urne. I sì hanno ottenuto l’85,8% con 13 milioni e 334.764 voti mentre i no sono stati 2 milioni e 198.805. La differenza è schiacciante, ma il quorum non è stato raggiunto e il referendum non è valido. 

Certo, lo ‘scherzetto’ ci è costato 300 milioni di euro. Ma ce ne sarebbe costati molto di più se i demagoghi dell’ambiente che spopolano a sinistra, e che a questo giro si sono inspiegabilmente insediati anche nel cuore delle destre, l’avessero avuta vinta. 

Nella politica degli eccessi dilaganti, dei richiami irresponsabili lanciati a colpi di tweet, dei leader che capeggiano partiti personali e privi di una vera ossatura, gli italiani hanno utilizzato il cervello. Stimolati da un referendum nato prevalentemente nelle regioni a guida Pd coinvolgendo pezzi non irrisori della Lega Nord e di Forza Italia, hanno reagito. Ma non con la pancia. Hanno fatto ricorso al buon senso che, per fortuna, è ancora possibile rintracciare nella nazione. Il risultato ha condannato all’irrilevanza l’ennesima spallata ambientalista e anti-industriale che voleva mettere fine alla possibilità di estrarre gas e petrolio fino all’esaurimento dei giacimenti.

Di questo, infatti, si trattava. E di questo, infatti, si è parlato pochissimo facendo intendere ai cittadini di tutto: che votare sì significava mandare a casa Renzi oppure che avrebbe salvato gli ecosistemi marini dal pericolo di nuove trivellazioni quando il limite alle estrazioni, fissato nelle 12 miglia, c’è già e nessuno si è mai sognato di cancellarlo.  

La sciagurata vittoria dei sì avrebbe portato alla chiusura di 48 siti industriali dicendo addio al 2,3% del fabbisogno energetico nazionale, consistente in 14 miliardi di metri cubi di gas e 5 milioni di tonnellate di petrolio, producendo il solo risultato di costringere l’Italia a importare idrocarburi aggravando ulteriormente la nostra dipendenza dall’estero.

Soluzione che avrebbe generato un aumento della bolletta energetica di circa 750 milioni di euro all’anno per i prossimi 15 anni. L’ennesima batosta per le famiglie e le aziende già massacrate dal governo Renzi che, sul tema del reddito e delle tasse, dice di aver fatto tutto e in realtà non ha fatto nulla se non premiare con la misura miope degli 80 euro il proprio bacino elettorale. 

Tornando alle imprese, oggi devono fronteggiare i concorrenti stranieri con il 30% in più di costi energetici. Un gap negativo che deriva dagli errori di una classe politica che celebra il mito delle rinnovabili per lisciare il pelo all’elettorato e non ha mai smesso di predicare l’odio insensato contro il nucleare. 

Le conseguenze di questa situazione sono noti: sempre meno risorse per gli investimenti e un mercato del lavoro che risulta fra i più asfittici e vuoti di prospettive dell’Unione Europea. 

A proposito di occupazione, se avesse il sì avesse battuto il legittimo diritto all’astensione avremmo perso subito 5mila posti di lavoro, vanificando 7 miliardi di investimenti, 340 milioni di euro di royalties e 880 milioni di euro di imposte per lo Stato, obbligando le imprese a sborsare altri 2 miliardi di euro per azioni di bonifica imposte ideologicamente e per nulla corrispondenti allo stato dei luoghi. 

Il referendum è sfociato in un esito frustrante per gli ambientalisti di ogni colore politico, ma tonificante per l’Italia che produce. Se i cittadini, ai tempi del referendum del 2011, fossero stati così pragmatici, lucidi e saggi, ora avremmo ancora un programma nucleare. Lo stesso che l’efficiente Germania di Angela Merkel ha fatto finta di abolire sotto il peso emotivo dell’incidente di Fukushima e la cui soppressione è stata rimandata al 2022, poi al 2050, e ora a una data da definirsi. Irridendo platealmente tutti i verdi e ambientalisti europei. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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