ELEZIONI REGIONALI | 06 Novembre 2017

In Sicilia flop di Renzi e Alfano

In Sicilia bene il centrodestra, bene Grillo, malissimo Renzi e l'alleato Alfano. L'alleanza Pd-Alternativa Popolare perde voti a sinistra e al centro. Musumeci, il candidato della rimonta

di ROBERTO BETTINELLI

Bene il centrodestra del trio Berlusconi-Salvini-Meloni, bene Grillo, malissimo Renzi. Non è ininfluente sul piano nazionale il risultato delle elezioni siciliane. E non lo è alla luce di quello che potrebbe accadere con le politiche del 2018. C’è differenza tra un Musumeci e un Cancelleri come, specularmente, c’è differenza tra il centrodestra e il Movimento 5 Stelle. Ma conti alla mano il tridente FI-Lega-FdI e i grillini, che mai hanno rinunciato alla corsa solitaria né mai lo faranno, sono riusciti a garantire un’ottima prestazione. Qualunque sia l’esito è innegabile che i due candidati hanno ben figurato. Chi ha perso nettamente è il Pd di Matteo Renzi.

Silvio Berlusconi, intuendo le potenzialità di Sebastiano Musumeci, ha accantonato le velleità forziste di avere un proprio candidato ed ha ragionevolmente deciso di confluire sulle posizioni di Meloni e Salvini. Musumeci è stato autore di una rimonta appassionante che è tutta da ascrivere alle sue qualità politiche e umane. Al tempo stesso i pentastellati hanno dimostrato di poter qualificarsi come un terzo polo assolutamente competitivo nonostante i disastri della giunta Raggi e i guai crescenti della collega torinese Appendino. Mantengono intatto il fascino del partito antisistema. Una freschezza che agli occhi degli elettori vale come una prova di rettitudine. Condivisibile o no la prospettiva, questo è ciò che è accaduto.

Il Pd di Matteo Renzi esce sconfitto su tutta la linea. La scissione di Mdp, che in Sicilia ha portato alla candidatura autonomia di Claudio Fava, ha dimostrato di poter provocare danni irreparabili. Parallelamente l’alleanza con Alternativa Popolare di Angelino Alfano ha manifestato ancora una volta una debolezza insanabile. Tanto più che il flop si è consumato all’interno di una competizione, forse il solo caso in Italia, dove i seguaci del ministro degli esteri possono rivendicare numeri consistenti. Una previsione che è venuta meno alla attese visto lo scarso rendimento di Micari che ha perso consensi sia a sinistra sia al centro. Insomma, lo schema dei mille giorni del governo Renzi con l’ex premier saldamento supportato da Alfano non regge più. E se la cosa non funziona con un governo amico in carica è molto probabile che non funzionerà nemmeno in futuro. Renzi dovrà farsene una ragione ed accettare fin da subito la grande alleanza della sinistra proposta da Giuliano Pisapia.

D'altronde le avvisaglie della debacle c’erano tutte: il referendum del 4 dicembre, in Sicilia, ha visto trionfare con percentuali plebiscitarie il no alla riforma costituzionale della coppia Renzi-Boschi. Resta aperto l nodo cruciale della leadership. Il segretario del Nazareno, dopo l’exploit delle europee del 2014, non ha più smesso di inanellare sconfitte nelle urne. Una più umiliante dell’altra. Fino alla disintegrazione del partito con Bersani e D’Alema che se ne sono andanti sbattendo la porta. Renzi, circondato da un’oligarchia anagraficamente giovane ma vetusta nelle intemperanze carrieristiche, appare sempre di più un leader senza elettori.

Micari ha raccolto le briciole mentre i due rivali hanno fatto il bello e cattivo tempo in un appuntamento elettorale dove la partecipazione è stata minima. Intuendone l’esito catastrofico Renzi, nel corso della campagna elettorale, non si è impegnato più di tanto. Anzi, è letteralmente scomparso preferendo attaccare Ignazio Visco sulla mancata vigilanza delle crisi bancarie. Un’operazione di restyling comunicativo che si è rivelata un buco nell’acqua. Perfino il presidente Mattarella ha dovuto prendere le distanze da un atteggiamento che è stato giudicato unanimamente irresponsabile. 

Il capo di un partito che abbandona il campo prima ancora di combattere solleva molti dubbi. Il Pd e la sinistra dovrebbe interrogarsi seriamente in merito all’opportunità di concedere a Renzi lo scettro in vista delle politiche. Intanto il candidato premier Luigi Di Maio ha dichiarato che non presenzierà alla sfida televisiva contro il segretario dem. Stando al delfino di Grillo Renzi, proprio a seguito delle regionali siciliane, non sarebbe più l’uomo da battere. Inutile confrontrarsi con lui in televisione. Sarebbe solo una perdita di tempo. Succede di rado ma questa volta Di Maio non sbaglia. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.