SCUOLA | 13 Aprile 2015

Insegnanti che vogliono restare impiegati

Alcuni docenti bolognesi fanno un book fotografico per protestare contro la chiamata diretta da parte dei presidi. Ma già nel mondo antico i maestri si mettevano in mostra per attrarre studenti. Forse alcuni insegnanti temono di essere giudicati...

di ROSSANO SALINI

L'idea in sé può risultare simpatica: insegnanti che si mettono in mostra con una sorta di book fotografico corredato da referenze scherzose, che spaziano dalla specializzazione in confisca di giochi e figurine al master in canti in autobus. Il tutto col fine apparente di attirare l'attenzione dei presidi ora investiti del potere di chiamata diretta dei docenti; mentre il fine reale è inscenare una forma di protesta contro le novità nel reclutamento docenti previste dal Governo. Come dire: gli insegnanti vengono sviliti, ridotti al rango di modelle che devono mostrare il loro lato più appariscente.

Idea simpatica, si diceva, di un gruppo di insegnanti bolognesi. Ma al tempo stesso segno di una concezione del lavoro, e della professione docente, veramente avvilente. È l'idea che la concorrenza non possa sussistere se non in un contesto di marketing pubblicitario fatto solo di immagine e assenza di sostanza. È l'idea che la dignità del lavoratore venga salvaguardata solo quando tutti sono sullo stesso piano, senza differenze, senza selezione, senza attribuzione di meriti in base al diverso modo di lavorare, e anche – vivaddio! – alle differenti doti naturali di ciascuno.

Viene il sospetto che gli insegnanti (certi insegnanti) ci tengano a mantenere lo status deprimente di anonimi impiegati pubblici a cui la scuola italiana, dagli anni Settanta in poi, li ha ridotti. L'introduzione della chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, infatti, sebbene in un contesto normativo ancora molto fumoso, rappresenta certamente il tratto più chiaramente riformatore di tutta la linea del Governo sul tema scuola.

Come è stato detto più volte da questo giornale, sulla scuola Matteo Renzi sta facendo, più che su ogni altro capitolo della propria agenda, un gran numero di dichiarazioni accompagnate però da un'azione al momento poco incisiva e fatta di continui rinvii e ritardi. Ma l'idea della chiamata diretta dei docenti – peraltro non originale, già più volte avanzata dal centrodestra e sempre travolta dalle proteste dei sindacati, spalleggiati in tutto e per tutto dalla stessa sinistra che ora tira fuori la medesima proposta – è un primo passo importante verso una scuola che si libera dalle graduatorie fisse, e dall'avanzamento di carriera basato solo sull'anzianità. Una scuola più responsabile delle proprie scelte, e meno parte anonima di un ingranaggio.

Perché allora protestare? Perché non vedere nella chiamata diretta una possibilità di personalizzare la propria professione, di essere più protagonisti del proprio lavoro, di fare valere il proprio impegno e la propria professionalità al di là di graduatorie che non descrivono nulla?

La risposta è semplice, e la si trova nel difetto culturale, da cui è fortemente affetta la scuola italiana, per cui tutto ciò che concerne la libera scelta costituisce un rischio, un'apertura verso fenomeni non controllabili dalla macchina burocratico-sindacale dominatrice assoluta del nostro sistema. E quel che è peggio è che le vittime di questo ingranaggio sono spesso le prime e non volerne uscire. Perché amano sentirsi garantite nel poco che hanno. Perché vedono sempre dietro l'angolo – un po' come i bambini l'uomo nero – lo spauracchio dell'aziendalizzazione della scuola, il fantasma orribile del neoliberismo responsabile unico di tutti i mali del mondo di oggi.

«Il potere affidato ai dirigenti scolastici è eccessivo, si creeranno scuole di serie A e serie B», hanno detto gli insegnanti di Bologna per spiegare la loro protesta, svelando così il senso della loro iniziativa: negare le sacrosante differenze che riguardano tutte le cose umane, scuola compresa. Le scuole di serie A e di serie B esistono già, sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ed è bene che esistano, e ci vuole anzi un sistema di valutazione chiaro e trasparente che le dichiari tali. E quelle di serie B devono esserne consapevoli, e fare di tutto per avanzare ed entrare nella serie A. Solo così si può creare un sistema virtuoso che porta al miglioramento, anziché al livellamento verso il basso.

Con buona pace dei simpatici insegnanti bolognesi, dichiarare e mettere in mostra il meglio di sé per farsi scegliere dai presidi migliori non ha nulla di svilente. È l'esatto opposto. E non è un prodotto culturale del tanto odiato neoliberismo, dal momento che dinamiche di questo genere esistevano già nelle scuole di retorica del mondo antico, quando i maestri si mettevano in mostra per attrarre studenti. Se ne facciano una ragione, e accettino di entrare in un mondo in cui si viene giudicati per il proprio lavoro.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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