SCENARI | 17 Luglio 2015

Iran: un accordo che richiede responsabilità

Con la fine delle sanzioni a Teheran e il via libera al nucleare per scopi civili cambiano gli equilibri in Medio Oriente. Fra polemiche, rischi e opportunità, Valeria Talbot (Ispi) traccia un quadro della situazione

di RICCARDO CHIARI

Dopo quasi due anni di negoziati (in realtà la ricerca di un’intesa è in atto da 13) l’Iran e i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia più la Germania), hanno siglato a Vienna un accordo di proporzioni storiche.

Le nazioni occidentali hanno promesso di eliminare progressivamente le sanzioni economiche che stanno affossando l’economia iraniana in cambio di una limitazione da parte del Paese del proprio programma nucleare e la disponibilità a permettere controlli periodici di ispettori ONU alle installazioni nucleari, da utilizzare per soli scopi civili. 

Come era da aspettarsi, però, l’accordo di Vienna ha suscitato non poche polemiche da parte di fazioni politiche (negli USA i repubblicani e persino qualche esponente democratico) e di diversi paesi, in primis Israele e Arabia Saudita.

Per meglio comprendere se tale evento rappresenti una concreta minaccia o un primo passo nel dialogo con una nazione da molto tempo esclusa da intese con i Paesi occidentali, abbiamo rivolto alcune domande a Valeria Talbot, membro dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) nonché Senior Researcher and head of the Mediterranean and Middle East Programme.

È stata data troppa enfasi all’accordo di Vienna o questo evento segna realmente una tappa storica?

«Si tratta senz’altro un evento che si può definire storico, soprattutto se consideriamo che i negoziati con l’Iran da parte degli USA e di altre potenze occidentali sono in realtà in atto da 13 anni e se pensiamo al ruolo di “Grande Satana” che l’Iran ha rappresentato per l'Occidente fin dal 1979, con l’ascesa di Khomeyni. L’accordo di Vienna non è certo una premessa per un’improbabile alleanza fra Stati Uniti e Iran, ma è un grande passo per un rafforzamento della collaborazione in relazione a obiettivi condivisi. Già da tempo c’è una cooperazione in atto fra queste due nazioni nella lotta allo Stato Islamico». 

Che cosa cambierà concretamente?

«Direi che il cambiamento più evidente è la fine del regime delle sanzioni internazionali che da anni affliggono l’economia dell’Iran. L’auspicio, per le potenze occidentali, è che l’Iran assuma un ruolo di player responsabile nel Medio Oriente, contribuendo a riportare equilibrio politico e militare in un’area del pianeta sempre più incandescente. In altre parole è meglio che giochi un ruolo positivo invece di rappresentare un’altra zona esplosiva. L’Iran è un paese che, se rimesso in grado di agire pienamente, può risultare molto importante per il suo peso demografico e per la sua storia. Per queste ragioni il suo contributo può essere importante. Inoltre non dimentichiamo le sue risorse naturali». 

Risorse naturali che rappresentano un’opportunità per l’Occidente in termini economici?

«Ne sono convinta. La fine delle sanzioni inciderà molto dal punto di vista dell’economia globale. E potrebbe anche rappresentare un’opportunità per quella italiana. Non dimentichiamo che l’Italia, prima delle sanzioni, era uno dei principali partner economici dell’Iran, il principale in Europa. Il territorio iraniano è molto importante dal punto di vista delle risorse energetiche. Oltre ai grandi giacimenti petroliferi, la cui iniezione nel mercato occidentale potrebbe portare a un abbassamento dei prezzi, è soprattutto ricco di gas. L’Iran confina con la Turchia di cui, tra l’altro, è il maggiore fornitore di idrocarburi dopo la Russia. E in Turchia si stanno sviluppando importanti progetti di pipeline fra i quali il gasdotto TANAP (Trans Anatolian Pipeline) il cui tratto che va dalla penisola anatolica alla Grecia, la TAP (Trans-Adriatic Pipeline), arriverà in Italia. Il tutto dovrebbe entrare in funzione nel 2018».

Sembra quindi che i vantaggi siano considerevoli.

«Certo, anche se è chiaro che l’Iran rimane un “osservato speciale”. Il Paese dovrà dimostrare buona volontà e ottemperare agli accordi internazionali. È un accordo mirato all’equilibrio, ma pronto ad essere annullato qualora i termini non dovessero venire rispettati dall’Iran. Insomma, i vantaggi sono molti, ma non si rinuncia certo alla cautela».

Il raggiungimento di un’intesa a Vienna era inevitabile o è stata una sorpresa?

«Di sorpresa non si può proprio parlare dal momento che i negoziati andavano avanti da molto tempo. Negli ultimi due anni s’è però vista un’accelerazione. Si può dire che non era da escludersi un ulteriore rinvio per il raggiungimento dell’accordo, ma la strada era già segnata da tempo. Il risultato conseguito a Vienna è frutto da un lato della buona volontà dei principali attori internazionali, USA, Russia, Germania, Gran Bretagna e Francia e dall’altro della crescente criticità dell’area mediorientale».

Buona volontà che ha però incontrato l’opposizione di molti politici e di alcune nazioni. Quali sono le ragioni di chi è contro questo accordo?

«Per quanto riguarda gli attori regionali, ossia Arabia Saudita e Israele, c’è il comune obiettivo di evitare la realizzazione di uno stato predominante in Medio Oriente. Per l’Arabia Saudita l’Iran rappresenta il principale oppositore regionale sia sul piano politico sia su quello religioso. L’Iran è lo “stato campione” degli sciiti, mentre l’Arabia Saudita lo è per i sunniti. Quindi si ha, allo stesso tempo, una rivalità religiosa e politica. L’abbiamo visto nel teatro della crisi siriana e nei principali conflitti dell’area orientale in senso stretto, quindi senza includere la Libia. Per quanto riguarda Israele si tenga conto che attualmente è l’unico Paese a disporre di un arsenale nucleare in Medio Oriente, e teme quindi un Iran che rappresenti un’altra potenza nucleare nell’area. È vero che gli accordi in tal senso parlano chiaro, ma Israele non si fida dell’Iran. D’altra parte basta pensare alle dichiarazioni fatte da Mahmud Ahmadinejad gli ascorsi anni. Infine l’Iran appoggia e ha sempre appoggiato il partito sciita libanese Hezbollah. Per questi motivi Israele considera gli accordi di Vienna come il più grande errore che si potesse compiere, un errore di storica proporzione».

Però, appunto, i patti parlano chiaro…

«Dal punto di vista israeliano si tratta di aver rimandato la questione della minaccia nucleare di 10-15 anni. Adesso abbiamo un Iran che si impegna a non sviluppare il nucleare per scopi militari, ma questo non gli impedisce di svilupparlo per scopi civili e ciò potrebbe creare premesse pericolose. È sostanzialmente una posizione politica, Israele non potrebbe dire diversamente, perche l’Iran rappresenta il suo principale nemico. In quest’ottica si verifica un’inedita convergenza fra Israele e Arabia Saudita, che di norma hanno rapporti diplomatici quasi nulli».

Sono in molti a temere che l’Iran diventi la nazione più potente in Medio Oriente

«L’Iran ha cominciato a rafforzarsi e a estendere la propria influenza in Medio Oriente, non da oggi, ma già dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003. Con la caduta di Saddam Hussein è venuto meno il più grande oppositore dell’Iran. Ricordiamo che i due stati fra il 1980 e il 1988 hanno combattuto una lunga e logorante guerra. Con un Iraq pressoché inesistente si sono aperte per Teheran nuove opportunità e maggiori ambiti di manovra, soprattutto dopo che, nel 2005, la maggioranza sciita dell’Iraq ha vinto le elezioni. Non solo dunque l’Iraq non rappresenta più una minaccia, ma è diventato anche uno stato il cui governo orbita, da un punto di vista religioso e ideologico, nell’area iraniana. L’Iran quindi ha anche rafforzato i suoi legami con le altre due componenti sciite: il regime di Assad in Siria e Hezbollah. È quindi da tempo che l’Iran sta cercando di far pesare la sua accresciuta influenza nell’area. Resta da vedere, alla luce dell’accordo, se e come muterà il suo ruolo in ambito regionale».

A questo proposito: Kissinger, nel suo ultimo libro, “Ordine Mondiale”, auspica che l’Iran “diventi uno Stato e non una causa”, indicando una potenziale minaccia nell’asservimento che il governo iraniano ha nei confronti delle proprie guide religiose. Qual è il suo parere in merito?

«In effetti c’è subalternità del capo di stato nei confronti della guida suprema, Ali Khamenei. Però occorre chiarire alcuni aspetti. L’Iran è un paese desideroso di farsi conoscere, di aprirsi all’esterno. Il timore da parte delle autorità religiose è quello di vedere questo accordo come un primo passo di cambiamento interno e ciò si nota anche dal fatto che l’accordo è stato accolto con entusiasmo da parte dei cittadini iraniani. Al di là degli sviluppi nelle relazioni internazionali, la fine delle sanzioni potrebbe rappresentare l’inizio di un’apertura di un nuovo processo politico interno. A tentativi di questo tipo abbiamo già assistito non molto tempo fa con la famosa “Onda Verde” del 2009. Oggi in Iran c’è un presidente moderato e non è escluso che si possano porre le basi per una trasformazione politica importante in questa nazione. La lettura dell’Iran come paese di fondamentalismi mi sembra oggi, fortunatamente, superata. Ora tocca all’Iran dimostrare di essere un paese responsabile e in grado di di contribuire alla stabilità in Medio Oriente». 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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