PROPAGANDA | 25 Marzo 2015

ISIS 2.0: nella Rete della paura

Migliaia di account su Twitter gestiti da un pugno di militanti del Califfato. Così il terrorismo 2.0 spinge all’emulazione, distorce la realtà e diffonde la paura. Social network per chiamare jihadisti all’azione, propaganda e video sanguinari sul web

di LUCA PIACENTINI

Migliaia di account Twitter gestiti attraverso poche decine di militanti. Così lo Stato islamico utilizza la comunicazione on-line: in modo professionale e strategico. Quello che potrebbe essere ribattezzato l’Isis 2.0 è stato analizzato dagli esperti della Brookings Institution con un esame dettagliato dei meccanismi di following del Califfato sul famoso social network. 

"La vera novità di IS - scrive Marco Lombardi, il direttore di Itstime, centro studi sul terrorismo dell’Università Cattolica - è che per la prima volta ci troviamo di fronte a una regia competente nell’uso dei diversi strumenti mediali, non solo delle tecniche, ma anche nel quadro di una più complessa regia politica e militare di consolidamento dell’islam radicale e jihadista all’interno di un territorio geografico".

La funzione chiave degli asset comunicativi per gli estremisti è richiamata anche dalle operazioni di polizia in corso in Italia e nei paesi colpiti dagli attentati, dove servizi segreti, forze dell’ordine e magistratura stanno giustamente intensificando gli sforzi per contrastare il terrorismo con le armi della prevenzione e della repressione. 

Le forze di sicurezza tunisine hanno arrestato il leader della cellula che ha colpito al museo del Bardo. L’operazione è un'ulteriore conferma dell'importanza della Rete per gli estremisti islamici. Secondo le notizie diffuse dal quotidiano Al Maghreb, infatti, la cellula avrebbe a sua volta incluso quattro nuclei, con la funzione di raccogliere informazioni, fornire armi, passare all'azione e, quarto elemento, filmare l'attentato per metterlo on-line. 

L'elemento della propaganda 2.0 emerge con chiarezza anche dall'inchiesta della Dda di Brescia che nelle ultime ore ha smantellato una cellula italiana di estremisti, accusati di reclutare aspiranti combattenti e instradarli verso l'Isis. Uno dei giovani finiti in manette è indagato per apologia di delitti di terrorismo, aggravata dall'utilizzo del web. Gli investigatori ipotizzano che abbia redatto un documento di una sessantina di pagine che descrive la realtà del Califfato. 

L’utilizzo dei social fatto dai terroristi ci ricorda in modo drammatico il ruolo cruciale dell'immagine che ci costruiamo della società nell’epoca della comunicazione istantanea. La verità è che possiamo interagire consapevolmente con il mondo in funzione della visione strutturata che ne abbiamo. Se lasciamo che altri la influenzino, modificandola senza che ce ne accorgiamo, perdiamo capacità di giudizio, restiamo in balia dei sentimenti negativi e degli eventi, mettendo fuori gioco intelligenza e volontà. Facoltà con cui invece dobbiamo resistere al bombardamento della propaganda terrorista. Ecco il nostro dovere: non soccombere alla paura diffusa dagli estremisti, mantenere il sangue freddo senza cambiare stile di vita o arretrare dai nostri valori, fondati sulla difesa della vita e della libertà. 

Nel caso dello Stato islamico, nutrirsi di suggestioni significa diventare vittima dei titoli allarmisti e del panico generale, senza vedere la realtà, in sé tutt’altro che mediatica. I fatti ci dicono che se da un lato il rischio di attentati è concreto e innegabile (il pericolo, guarda caso, è l'emulazione, alimentato anche dal richiamo ad agire rivolto da Isis ai fanatici simpatizzanti e ai ‘lupi solitari’ sparsi per l’Occidente, quindi ancora una volta dall’influenza della comunicazione), dall'altro lato, e altrettanto oggettivamente, lo Stato islamico si sta gradualmente indebolendo. 

Può sembrare un paradosso: i tagliagole con la bandiera nera perdono terreno proprio mentre diffondono il terrore. La riflessione è dell’Economist. Mentre il panico di nuovi attentati dilaga, l'Isis, ricorda il settimanale britannico, vede allontanarsi la vittoria. I soldi a disposizione sono sempre meno, le truppe sostenute dai bombardamenti della coalizione e affiancate dall’Iran divorano chilometri quadrati del Califfato, che si ritrova senza risorse e, di conseguenza, diventa incapace di gestire i problemi di ogni governo: fornire servizi e mantenere il consenso. L’obiettivo di creare un vero e proprio stato, che distingue l’Isis dalle altre formazioni terroristiche, diventa così irraggiungibile. Dentro i confini controllati da questa pseudo-istituzione nasce il dissenso. 

Parte del merito dell’indebolimento dell’Isis appartiene ai bombardamenti della coalizione sugli impianti petroliferi e al calo del bottino dei riscatti. Non basta. I raid devono proseguire perché lo Stato islamico non è sconfitto. Vanno riconquistate importanti città, la siriana Raqqa e l’irachena Mosul, roccaforti impossibili da liberare senza truppe di terra. Come sostiene Marco Lombardi, lo Stato islamico va spazzato via unendo le forze occidentali e islamiche. Sarebbe infatti un suicidio mandare eserciti occidentali in quel pezzo di deserto senza un accordo preventivo tra i mille attori che hanno interessi contrastanti nell’area, dalla Turchia ai curdi, dall’Egitto all’Iran, fino al Libano. 

Lo scontro finale per sconfiggere lo Stato islamico sarà violentissimo, si giocherà nel modo più tradizionale, con cannoni, mitra e fucili. L’approccio vincente sarà quello del realismo: se vorranno distruggere il “governo” e la propaganda del terrore, gli Stati sovrani, occidentali e non, dovranno accantonare temporaneamente le differenze ideologiche e colpire il Califfato dritto al cuore. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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