TERRORISMO | 19 Gennaio 2015

«Italia nel mirino, ma Schengen non si tocca»

Anche l’Italia nel mirino dei terroristi islamici. Arturo Varvelli, esperto dell’Ispi: «Illusorio pensare che non ci colpiscano. Ma abolire Schengen è una sciocchezza, nazionalizzare le intelligence indebolisce le nostre difese»

di ROBERTO BETTINELLI

«Abolire il trattato di Schengen è una sciocchezza. Tutto quello che può essere fatto contro l’Isis e Al Qaeda può essere fatto benissimo, e meglio, con Schengen». Così Arturo Varvelli, esperto di relazioni internazionali e di terrorismo dell’Ispi, l’Istituto di Scienze Politiche Internazionali di Milano. 

In Italia è allerta massima contro il terrorismo. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dichiarato che dall’inizio di dicembre sono stati espulsi nove ‘elementi radicali’ mentre ora sono sotto osservazione ‘otto centri’. I mussulmani giudicati a rischio e ‘radiografati’ sono un centinaio. A breve alcuni Iman «particolarmente attivi» potrebbero essere costretti a lasciare il paese. Nel frattempo cresce la tensione e il dibattito scaturito dall’ondata di paura dopo l’attentato di Parigi diventa sempre più acceso: diverse forze politiche chiedono a gran voce di stracciare il trattato di Schengen e tornare a chiudere le frontiere. 

«Sarebbe una decisione priva di rilevanza - spiega Arturo Varvelli - un appello che può funzionare sul piano politico e dell’opinione pubblica per catturare l’attenzione, ma non è la soluzione per individuare la strategia di sicurezza più corretta. I transiti interni degli jihadisti sono minoritari. Inoltre per chi viene dai paesi extra Ue non cambia nulla…». 

Schengen non è un ostacolo per la lotta ai terroristi?
«Fare marcia indietro su Schengen significa arrestare il cammino dell’Unione Europea verso una maggiore coesione, solidarietà e collaborazione fra gli stati membri. Schengen è un simbolo, e come tale ha la sua importanza. Cancellarlo, equivale a una sconfitta. Sarebbe in tutto e per tutto un vittoria per i nostri nemici. Oggi siamo nella situazione di dover utilizzare al massimo le leve che agevolano il coordinamento nel settore dell’intelligence. Le polizie e i servizi segreti europei hanno bisogno di tutti gli strumenti per condurre questa battaglia sul fronte della prevenzione e della repressione. Schengen favorisce tutto questo». 

Eppure il trattato che ha cancellato le frontiere è sotto accusa.
«Direi che gli appelli di Salvini e di Le Pen, per quanto minoritari, vanno esattamente nella direzione opposta a quella che serve per combattere il terrore. Chiedere la revisione dei trattai di Schengen significa rinazionalizzare gli apparati di sicurezza. In questo caso la nostra risposta contro il terrorismo sarebbe indubbiamente più debole». 

Chi sono i nostri nemici?
«Schengen non è e non può essere l’elemento centrale della strategia europea. E per un motivo banale: gli jihadisti ce li abbiamo già in casa. E’ cambiato tutto rispetto all’attentato dell’11 settembre. Un’azione preordinata con un commando composto da terroristi che venivano da fuori i confini degli Stati Uniti, e con un mandante preciso: Osama Bin Laden. Oggi dobbiamo fronteggiare una minaccia che si annida nelle nostre stesse città e che è rappresentata da islamici europei della seconda e della terza generazione» 

Come possiamo difenderci?
«Le intelligence dei paesi europei mantengono una forte impronta nazionale. E’ un comportamento per certi versi inevitabile considerata la nostra storia, ma è proprio ora che è necessario fare un grande sforzo per promuovere il dialogo degli apparati, lo scambio, l’integrazione di informazioni. Intendiamoci: esistono già dove ciò accade, ma bisogna fare di più».

Chi sono i ‘nuovi’ terroristi?
«L’adesione alla causa del terrorismo islamico avviene per motivi identitari. Queste persone non si sentono cittadini europei, ma non si sentono nemmeno figli delle nazioni dei loro padri e dei loro nonni. Vogliono solo combattere l’occidente». 

Perché sono stati definiti ‘terroristi zombie’?
«Restano nel silenzio per diversi anni, proprio come è accaduto a Parigi con i fratelli Kouachi. Nel frattempo tengono legami con il mondo jihadista. Poi, all’improvviso, si attivano. Lo fanno per rispondere alla chiamata generale di leader come Al-Baghdadi. Non ricevono un ordine diretto e specifico, ma ad un certo momento entrano in azione. E’ un livello di terrorismo più pericoloso di quello impersonato dal bombatolo isolato o da chi decide di impugnare un machete. E’ qualcosa di più strutturato e simile a un comando». 

L’Italia può subire attentati?
«Dire che non si possa verificare un attentato in Italia, è del tutto illusorio. Forse possiamo limitarci a dire che abbiamo probabilità minori rispetto ad altri paesi. La nostra politica estera è diversa rispetto a quella della Francia o dell’Inghilterra. Se esaminiamo il modo in cui ci siamo comportati in Libia, si capisce subito che l’abbiamo fatto contro voglia. Nel mondo mussulmano, anche estremista, il nostro impatto è differente. Inoltre non ospitiamo una comunità islamica radicale di grandi proporzioni. I casi di ‘foreign fighters’ che hanno lasciato l’Italia per combattere in Iraq e in Siria sono poche decine, una cinquantina secondo il Ministero dell’Interno, in Francia sono mille e in Gran Bretagna circa settecento».

E il Vaticano?
«E’ stata pubblicata una rivista dell’Isis con una bandiera del Califfato che sventola in Piazza San Pietro. Può essere propaganda. Ma anche no. Dobbiamo essere cauti ma anche realisti». 

Siamo destinati a vivere nella paura?
«L’Europa è già stata colpita molto duramente dal terrorismo islamico: Madrid nel 2004 e Londra nel 2005. Eppure è andata avanti lo stesso. Non dobbiamo farci prendere dal panico. Abbiamo le forze per risollevarci e reagire». 

L’occidente e i paesi europei sono responsabili di quello che sta accadendo?
«In merito agli attentati, no. Si tratta di persone che hanno deciso liberamente di fare quello che hanno fatto. Ma è evidente che è in corso la destabilizzazione di tutta l’area medio orientale. Mi riferisco all’Iraq, alla Siria, alla Libia e alla cosiddetta ‘primavera araba’. Tutti fenomeni che hanno rilanciato il messaggio jihadista. E’ da questi errori che sono nati l’Isis e il Califfato. Ci siamo illusi che abbattere i vecchi regimi avrebbe portato la democrazia, invece è successo il contrario. Al Qaeda si è affermata con una forza maggiore e spropositata rispetto a prima».

Parliamo di un paese a noi vicino. La Libia…
«Il dopo Gheddafi è il caos. Il paese non ha alcuna capacità di reggersi sulle proprie gambe. Lo stesso vale per l’Iraq. Si tratta di paesi fondati su un sistema tribale dove i clan sono armati fino ai denti e dove lo stato non ha mai avuto alcun radicamento che non fosse legato all’immagine e al potere personale del leader. Con la ‘primavera araba’ abbiamo aperto il vaso di Pandora». 

Che cosa bisognava fare e che non è stato fatto?
«Occorreva maggior prudenza assecondando le richieste di riforme che provenivano dal basso. Il rovesciamento dei regimi andava evitato. Almeno nel breve termine. La libertà si conquista nel tempo come è accaduto a noi occidentali. E’ mancata la gradualità».

Quali sono i rischi che corriamo nel rapporto con l’Islam?
«Indubbiamente l’ondata di sentimento e di indignazione anti islamica. L’80% delle vittime dei terroristi sono islamici. E’ un dato che non va mai dimenticato. Ma bisogna considerare anche i pericoli legati a un eccessivo uso dell’apparato di sicurezza».

Che cosa intende dire?
«E’ tutto il nostro sistema di vita che può essere investito da una nuova militarizzazione. Ma è proprio su questo punto che non dobbiamo cedere. I terroristi vogliono metterci di fronte al fatto compiuto, obbligarci a cambiare abitudini, compromettere le garanzie di libertà che stanno alla base delle società occidentali. Non dobbiamo permetterlo». 

C’è una strada alternativa alla violenza?
«Il terrorismo va combattuto con tutti i mezzi. Ma in Germania e in Gran Bretagna sono stati tentati esperimenti di de-radicalizzazione. Individuato il gruppo o la cellula, in alcune situazioni, è possibile intervenire con un’opera di persuasione facendo vedere che cosa è la proposta estremista e che cosa è l’occidente democratico. E’ una strada che va tentata, ma solo se si tratta di elementi giovani, ancora recuperabili. Altrimenti è inutile». 

Chi vincerà?
«La violenza, oltre un certo limite, non può generare proselitismo. Filmare un bambino che spara in testa a dei prigionieri, tagliare teste, uccidere in modo indiscriminato. Sono convinto che l’Isis rappresenti un pericolo. E gravissimo. Ma non durerà. Un abominio del genere non può durare». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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