LEGGE ELETTORALE | 21 Aprile 2015

L'Italicum e il silenzio del Quirinale

La mossa a sorpresa di Renzi: fa 'cacciare' i dissidenti dalla commissione e accelera sulla legge elettorale. Ma sull’Italicum pesa il silenzio del Quirinale, che in passato si è mosso per molto meno

di LUCA PIACENTINI

Silenzio. E’ la reazione sconcertante dei vertici istituzionali di fronte ai metodi usati da Matteo Renzi per far approvare la legge elettorale. La chiamano Italicum, un nome che, data la situazione attuale, suona imbarazzante: evoca la nazione, il cui tratto distintivo è l’unità, ma se c’è una caratteristica che il nuovo sistema elettorale sembra non alimentare è proprio l’unità delle forze politiche. Il Parlamento, infatti, è letteralmente spaccato. Nato in seno al Nazareno e maturato a colpi di maggioranza, l’Italicum ha scatenato l’ira della minoranza dem, con una pattuglia di irriducibili che si rifiuta di votare il mandato al relatore, la rivolta delle opposizioni, le accuse di autoritarismo da destra e da sinistra. 

Ma l’ex sindaco di Firenze è determinato a proseguire. Tra ultimatum di fine legislatura e battute sui giochi in scatola («non è il Monopoli, dove c’è la casella tornate a Vicolo Corto») davanti al rischio di proseguire in modo indefinito la discussione con i non allineati nell’assemblea del Pd. 

Con l’ultima decisione, il segretario del Partito democratico ha superato se stesso, arrivando a creare una situazione senza precedenti. Ha spinto all’estremo la vena decisionista che dal primo minuto ha segnato la sua attività politica e ha chiesto che nella I Commissione Affari costituzionali venissero sostituiti dieci deputati dissidenti, tra cui pesi massimi democratici del calibro di Pierluigi Bersani, Rosy Bindi e Gianni Cuperlo, con dieci parlamentari fedeli alla linea del partito. 

Apriti o cielo. I Cinquestelle hanno annunciato che non parteciperanno al voto, Forza Italia e minoranza Pd hanno valutato insieme la mossa aventiniana abbandonando l’aula, seguiti dalla pattuglia dei deputati di Sel e dalla Lega. Insomma: a votare la legge che condizionerebbe il destino delle prossime legislature, e quindi della politica taliana, resterebbero solo e soltanto i parlamentari legati a Renzi e Alfano. Vi sembra normale? Ma soprattutto: vi sembra opportuno, al di là del rispetto delle norme, che Renzi ha seguito scrupolosamente agendo secondo leggi e regolamenti, che nessuna delle più alte cariche dello Stato, il presidente della Camera o il presidente della Repubblica, sia intervenuta sollecitando coesione, dialogo, senso di responsabilità nel cambiare le regole del gioco?

Il fatto che si tratti di una sostituzione temporanea, “ad rem”, non cambia di una virgola i termini del problema. Lo avesse fatto Berlusconi, si sarebbe scatenato l’inferno sui giornali e l’establishment avrebbe gridato al golpe.

Oggi il silenzio più “rumoroso”, che stimola cioè pressanti interrogativi, è l’assenza di esternazioni da parte del capo dello Stato. Da Cossiga a Scalfaro, da Ciampi a Napolitano: quando sono state in gioco questioni di primo piano legate al funzionamento del sistema politico o alle riforme istituzionali, il Quirinale si è sempre mosso con tempestività, non senza ostentare preoccupazione nei casi in cui l’intensità dello scontro tra le forze politiche rischiava di scivolare nel parossismo, talvolta provocando anche dubbi e perplessità nei commentatori. Ricordare cosa accadde al Porcellum, il sistema elettorale precedente bocciato dalla Consulta (ma che la sinistra si guardò bene dal cambiare)? Roberto Calderoli, che ne fu l’estensore, ricorda le richieste del Quirinale: l’allora presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi chiese una modifica sostanziale del premio di maggioranza al Senato, che venne così assegnato su base regionale (e non su base nazionale come alla Camera) con l’effetto di produrre maggioranze risicate e il conseguente effetto ingovernabilità che tutti ricordiamo. 

Che l’approvazione del nuovo sistema elettorale, una legge capace di incidere profondamente sul funzionamento della democrazia italiana, avvenga alla presenza esclusiva del principale partito della sinistra, neppure compatto ma lacerato dalla spaccatura tra renziani e riformisti, non è una ragione sufficiente perché il Quirinale si muova? Messaggio alle Camere, esternazione, appello ai partiti affinché non cedano alle divisioni ma lavorino insieme per il bene del paese: gli strumenti per lanciare un appello all'unità non mancano, la diplomazia del Colle conosce alla perfezione come usarli. Ci aspettiamo che il capo dello stato lo faccia. Almeno per coerenza e per rispetto verso gli italiani. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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