PD IN PEZZI | 16 Aprile 2015

Italicum: la legge ad personam di Renzi

Renzi forza la mano nel Pd: o l’Italicum o cade il governo. Democratici: tante proteste, ma niente scissione. Il ritratto di una legge che uccide la democrazia

di ROBERTO BETTINELLI

L’Italicum è una partita cruciale per il Paese. Per il futuro di Renzi che aveva promesso di salire al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica qualora la legge elettorale fosse stata affossata all’interno del suo stesso partito. Per il Pd che esce spaccato dall’assemblea dei deputati dove in 190 hanno detto sì su 310 e dove il capogruppo Roberto Speranza ha rassegnato le dimissioni per l’ormai insanabile incompatibilità con il volere del segretario. Per i partiti minori come Area Popolare che si illudono di poter strappare una soglia di sbarramento ridicola senza pagarne il prezzo in termini di consenso. Per i cittadini che hanno il diritto di aspettarsi una riforma elettorale che garantisca la democrazia e la governabilità. 

Sono soprattutto questi ultimi due aspetti a decretare la bontà o meno di una legge che disciplina le modalità del voto. Perché funzioni davvero, infatti, è necessario che sia assicurata l’alternanza, ovvero non venga meno la regola d’oro che pone i principi della libertà e dell’uguaglianza alla base del sistema politico. Devono essere i governati a decidere i governanti. E’ tra un'elezione e l'altra hanno tutto il diritto di cambiare idea. Il meccanismo delle urne deve tutelare la possibilità che si possa verificare la rotazione di coloro che ambiscono al potere più alto. 

La governabilità consiste nell’avere la certezza che, al termine delle elezioni, il Paese non rimanga senza una guida certa e legittima. La vittoria deve essere assegnata a chi ha preso parte alla competizione strappando il maggiore consenso. L’appuntamento delle urne deve avere come passaggio successivo e imprescindibile la formazione dell’esecutivo. 

L’Italicum, già ad una prima occhiata, appare insufficiente. Consente di soddisfare solo una delle due esigenze: la governabilità. La riforma voluta da Renzi, infatti, assegna il premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei consensi. Qualora ciò non accadesse ci sarebbe il ballottaggio fra le due liste più votate. La vittoria al secondo turno cosentirebbe di ottenere la netta prevalenza dei seggi. Tutto questo vale per la Camera. Ma non per il Senato. E’ già in previsione un suo depotenziamento tramite la modifica costituzionale che è attualmente in corso di approvazione e che ha come punto di approdo la non eleggibilità dei senatori. 

Superato il test della governabilità, è facile vedere come l’Italicum se la cavi assai male con quello della democrazia. La soglia di sbarramento per consentire alle forze politiche di entrare in parlamento è molto bassa, pari al 3%, e sembra essere stata fatta apposta per le formazioni minori che, guarda caso, popolano il fronte avversario del Pd. Lo schema vedrebbe il partito di Renzi assolutamente maggioritario e ben protetto nella sua condizione di superiorità. A sfidarlo, quindi, non ci sarebbe una forza di analoga potenza. Ma realtà piccole, poco radicate nel Paese, simili a club di notabili. 

Una prospettiva di questo tipo, è quasi superfluo sottolinearlo, annulla la possibilità dell’alternanza. E, in quanto tale, annulla la democrazia. Le critiche della sinistra del Pd, fortemente ostile all’Italicum, sembrerebbero così fondate se non fosse che accogliendo le proteste di Bersani, D’Alema e degli altri deputati che appartengono alla fronda antirenziana andrebbe a farsi benedire la governabilità. La sinistra tradizionale è affezionata a un’idea dello Stato in cui è il parlamento a dominare sull’esecutivo. Il premio di maggioranza concesso alla forza che ottiene il 40% al primo turno o che la spunta al ballottaggio, come ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica, sarebbe una forzatura che sbilancia l’equilibrio dei poteri esautorando il parlamento. Si tratta di puro allarmismo, ma è indubbio che l’Italicum, così com’è, non soddisfa appieno. L’esigenza di blindare il voto alla Cameraè il segnale inequivocabile che la nuova legge elettorale è tutto tranne che condivisa. Non è un buon biglietto da visita per una regola di sistema che dovrebbe fondarsi su un parere positivo pressochè unanime. 

Resta ora da capire se il grande malessere che ha investito il Pd possa sfociare in una scissione. Sono circa un centinaio i parlamentari che appartengono alla minoranza  che dicono di non essere disposti a votare in aula la legge e che hanno manifestato la loro contrarietà nell’assemblea del partito. Non sono pochi. Ma eccetto alcuni, sono per lo più poco convinti. Sanno di non poter recidere il legame con il Pd impunemente. Lo sbocco è finire tra le braccia di Sel e Landini. «Ma dove potremmo andare?» ha risposto un bersaniano doc a un giornalista. Una frase che la dice lunga sulle prospettive di un'eventuale rottura. 

Renzi, che sull’Italicum si gioca la faccia e la sua credibilità, ha deciso di andare fino in fondo. Non ha alternative. «Questo governo è legato a questa legge elettorale nel bene e nel male» ha detto nell’assemblea dei deputati democratici. Persa la battaglia madre in ambito economico, non può permettersi di fare altrettanto con le riforme. Mollare l’Italicum significherebbe ammettere il fallimento su tutta la linea. 

D’altro canto la minoranza del Pd non pare intenzionata a trasformare una protesta legittima in un atto di forza che possa mandare in pezzi l'unità del partito. Renzi non cede, ma è pronto a trattare. E sa già quali risorse devono essere usate come ricompensa. La riforma del Senato, sicuramente. Ma non solo. Tenderà la mano in economia, accentuando l’impostazione statalista e dirigista del suo governo che, nonostante gli annunci mirabolanti, non si è impegnato abbastanza nella missione di abbattere tasse e burocrazia. 

Tante proteste nel Pd, quindi, ma niente scissione. L’appello al capo dello Stato Sergio Mattarella lanciato da Forza Italia, Lega Nord, Sel e Fratelli d’Italia è destinato a cadere nel vuoto. «E’ un golpe», dicono della legge elettorale. Ma non va dimenticato che se il successore di Napolitano è salito al Quirinale è solo grazie al premier. Renzi ha la copertura del Quirinale. L’obbiettivo del suo piano è ormai evidente a tutti: strappare un secondo giro a Palazzo Chigi con una legge elettorale tagliata e cucita su misura. Per riuscirci utilizzerà tutti i mezzi possibili. Ma uno in particolare gli sarà d’aiuto: la debolezza dei suoi avversari. Interni ed esterni. Nell’assoluto dispregio della democrazia.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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