LEGGE ELETTORALE | 29 Aprile 2015

Italicum: il prezzo da pagare è troppo alto

Renzi mette la fiducia sull’Italicum: Pd in pezzi e in parlamento scoppia l’inferno. Il premier va allo scontro. Un muro contro muro che delegittima lui prima degli avversari. Lui e la ‘sua’ legge elettorale

di ROBERTO BETTINELLI

Più che l’Italicum, ad essere appeso a un filo, è Matteo Renzi. La decisione di porre la fiducia per blindare la legge elettorale, la dura reazione della minoranza del Pd che ha subito urlato allo scandalo dicendo peste e corna del suo segretario, la violenta bagarre scoppiata in aula con l’insurrezione delle opposizioni e il presidente Boldrini investito dagli insulti dei deputati 5 Stelle sono tutti segnali del fatto che il premier ha deciso di andare allo scontro. Un muro contro muro che delegittima lui prima dei suoi avversari. Lui e la 'sua' riforma elettorale. 

«La Camera ha il diritto di mandarmi a casa, se vuole: la fiducia serve a questo. Finché sto qui, provo a cambiare l'Italia» ha scritto Renzi su Twitter. Una frase ben congegnata e adattissima al momento di grande tensione, ma che non corrisponde al vero. Il segretario del Pd non ha alcuna intenzione di mollare la poltrona. Altrimenti non avrebbe utilizzato l’arma della fiducia. Che è e resta un obbligo, non un scelta. In caso contrario l’Italicum sarebbe stato respinto. Inoltre Renzi non è uno stupido in materia di propaganda. Sa molto bene che una legge elettorale approvata dentro un parlamento in rivolta non fa onore a chi l’ha promossa e sostenuta. 

Superata la prova delle pregiudiziali di costituzionalità, la riforma sarà sottoposta all’esame dell’aula per tre volte. Siamo all’inizio di una feroce battaglia che durerà una settimana e di cui allo stato attuale non è possibile prevedere con certezza l’esito finale anche se risulta davvero difficile ipotizzare la sconfitta del segretario del Pd. Vada come vada è doveroso fare un esperimento e usare l’immaginazione per capire che cosa si ritroveranno fra le mani i cittadini al termine dei lavori della Camera. 

L’Italicum, come ha sempre sottolineato Renzi, ha un grosso pregio: la governabilità. Il partito che aggiudica il 40% più uno dei consensi al primo turno o che prevale nell’eventuale ballottaggio, si assicura la maggioranza schiacciante dei seggi. Si tratta di un meccanismo che provoca conseguenze molto importanti. La principale è che il segretario del partito uscito vittorioso dalle urne diventerà premier e potrà governare senza dover essere pressato dalle richieste, spesso capricciose e insostenibili, degli alleati.

E questo è solo un bene. Niente partitini che ricattano l’esecutivo. La stabilità è garantita. Ma il prezzo da pagare, per una repubblica abituata ai riti dell’investitura parlamentare, è alto. Saranno gli elettori a dire chi comanderà per i cinque anni successivi e non l'aula che ospita i rappresentanti dei partiti. Quanto all’opposizione, potrà farsi valere poco o nulla. Detta così, sembra grave. Ma non è la fine del mondo. Un mini Italicum, nel nostro ordinamento, esiste già e regola il voto nei comuni oltre i 15mila abitanti. 

Il difetto più vistoso della riforma di Renzi è che non tutela a sufficienza l’altro grande pilastro della democrazia: l’alternanza. La soglia del 3% e la presenza di micropartiti nell’area contrapposta a quella del Pd rende impossibile, o estremamente difficile, la nascita di una forza politica che possa gareggiare con il partito di maggioranza relativa. Se si andasse a votare ora con l’Italicum, tanto per essere chiari, il risultato non sarebbe altro che la ratifica del trionfo del Pd. Cosa che a Renzi non dispiace di certo. I democratici potrebbero lavorare indisturbati per un altro lustro e, con un capo populista come quello che si ritrovano, non c’è dubbio che lo farebbero nel modo più efficace. Lo scenario che ne deriva è facile da individuare: in Italia rimarrà un solo partito in grado di ambire alla guida del Paese. E’ pleonastico dire che sarà il Pd. 

L’Italicum risulta una buona o cattiva legge a seconda di chi la giudica. Chi la valuta alla luce del requisito della governabilità non può che emettere un giudizio sostanzialmente positivo. Chi invece teme l’eccesso di potere dell’esecutivo rispetto al legislativo che deriva dal meccanismo del ballottaggio e dall’eliminazione della nomina parlamentare del governo, non può che stilare un bilancio negativo. 

Il vero male della democrazia italiana è sempre stata la paura della decisione, l’immobilismo e l’incapacità dei leader e delle forze politiche di assumersi la responsabilità dei propri errori davanti agli elettori. Un costume agevolato dal fatto che non sempre si poteva individuare con certezza chi e come avesse fallito. L’Italicum non è certo la legge elettorale migliore del mondo, ma ha comunque il merito di mettere una pezza sopra un vizio atavico che ha concesso troppi alibi a un ceto politico inadeguato, aumentando a dismisura il cinismo fra i cittadini.  

Renzi deve però prendere consapevolezza del fatto che ha mandato in frantumi il suo partito mutandone il codice genetico, da assembleare a personale, e ha prodotto il rifiuto di tutte le altre formazioni politiche. Ma soprattutto deve accettare gli effetti di una forzatura che possono forse premiare il suo coraggio, o la sua incoscienza, nell’immediato mentre gli creeranno enormi problemi sulla lunga distanza. 

L’Italicum rischia di essere la ‘sua’ legge, strappata a forza di voti protetti dallo scudo della fiducia, non una norma condivisa e superpartes che ha incontrato il favore di tutti gli attori in gioco. E’ una differenza cruciale in una democrazia parlamentare che vive grazie al rispetto del pluralismo, alla dinamica insostituibile del negoziato e alla ricerca del nobile compromesso. Sono queste, infatti, le vie che preludono alla decisione quando in un regime politico dominano i principi dell’uguaglianza e della maggioranza. L’impressione è che il presidente del Consiglio, pur di portare a casa un risultato che lo avvantaggia come nessun altro, non si sia fatto troppi problemi a saltare alcuni passaggi imprescindibili. Questo è il motivo per cui sarà mandato a casa. Magari non accadrà ora, ma è solo questione di tempo. L’Italicum, per Renzi, è l’inizio della fine.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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