MERCATO DEL LAVORO | 20 Febbraio 2016

Jobs Act non funziona. Parola di Bankitalia

L’occupazione non riparte grazie al Jobs Act e quel poco che funziona è da addebitare agli sgravi fiscali. Per Bankitalia solo 45mila nuove assunzioni invece delle oltre 600mila annunciate dall’Inps. Una doccia fredda per il premier e il governo

di ROBERTO BETTINELLI

L’occupazione non riparte grazie al Jobs Act e quel poco che è stato ottenuto è da addebitare agli incentivi fiscali. A dirlo è la Bankitalia di Ignazio Visco che ha condotto un test di valutazione sugli effetti della presunta riforma del lavoro in Veneto da gennaio a giugno 2015. 

Una scelta, quella del Nord Est, che non è stata fatta a caso. E’ qui, infatti, che l’economia sembra aver fatto rilevare una maggiore vitalità rispetto ad una ripresa che rimane molto lontana. La crisi in Italia morde ancora e gli effetti di lungo periodo sembrano equiparabili a quelli che si riscontrano nei Paesi europei in coda alla classifica dell’Ocse. La disoccupazione non accenna a scendere al di sotto dell’11% e nella popolazione giovanile mantiene un livello costante oltre il 40%. Nel gennaio 2016 la cassa integrazione guadagni è tornata a crescere di oltre il 33% rispetto al dicembre 2015. Un’impennata, spiega la Cgil, dovuta all’incremento del 70% della cassa integrazione guadagni straordinaria che ha determinato per i lavoratori una riduzione del reddito al netto delle tasse di 218 milioni di euro. La cassa integrazione a zero ore interesserebbe 330mila posizioni lavorative. 

Un così massiccio impiego degli ammortizzatori sociali descrive uno scenario che non collima per nulla con le trionfali autocelebrazioni di Renzi sulla situazione economica e sulla capacità del governo di superare la crisi. 

Dallo studio di Bankitalia anticipato da Repubblica emerge che il Jobs Act ha fallito nel combinato fra ‘contratto a tutele crescenti’ e gli sgravi fiscali. Sono stati soprattutto questi ultimi, infatti, a produrre esiti positivi sull’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato.

Se è vero che il nuovo contratto ha limitato le possibilità di reintegro dei lavoratori licenziati nelle aziende con più di 15 dipendenti spingendo a favore dell’indennizzo, la realtà dimostra che ampi margini di applicazione della legge restano in balia della forma mentis di una magistratura del lavoro sempre riottosa a contenere gli effetti dell’articolo 18. 

Il punto di maggiore forza del Jobs Act, specificano i super tecnici di Bankitalia Paolo Sestito ed Eliana Viviano, è da individuare negli incentivi fiscali che consentono alle imprese di non pagare i contributi per i neoassunti fino a 8mila euro. Incentivi che inspiegabilmente Renzi, nella finanziaria 2016, ha ridotto di più della metà passando dal 100% al 40% e contraendone la durata da tre anni a due. 

Numeri alla mano, secondo Bankitalia, il Jobs Act avrebbe determinato nel Paese solo 45mila nuove assunzioni nel 2015. Una cifra lontana anni luce dagli oltre 600mila annunciati dall’Inps e dal governo che riguardano però tutto l’anno e comprendono forme contrattuali determinate e apprendistati. 

Una doccia fredda che segue la bocciatura della Corte dei Conti che ha accusato l’esecutivo di aver fatto ben poco sul fronte dei tagli alla spesa pubblica accontentandosi di aver risparmiato solo 6miliardi di euro. Un’analisi che ha spinto il Ministero del Tesoro a ribattere immediatamente affermando che il contenimento ha raggiunto quota 25 miliardi. Una tesi già precedentemente stroncata da via Nazionale che aveva denunciato un aumento della spesa di 40 miliardi. 

D’altronde anche l’Istituto di Studi Politici di Parigi, che si è occupato del Jobs Act per verificarne l’impatto positivo così da essere eventualmente esportato in altri Paesi, ha prodotto un saggio dal titolo ‘Did Italy need further labour flexibility? The consequences of the Jobs Act’ che sarà pubblicato su Intereconomics - Review of European Economic Policy e che sfocia in una sostanziale e sonora bocciatura. 

Insomma, l’economia è un duro banco di prova per il presidente del Consiglio e i giudizi degli attori più autorevoli non premiano il premier che non perde occasione per esaltare i più zero virgola del Pil come segnali del suo successo, ma che in realtà sono ben poca cosa e in presenza dei quali l’Italia non otterrà nè la ripresa né il rilancio dell’occupazione. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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