L'ENIGMA DEI DECRETI | 04 Dicembre 2014

Jobs Act: storia di un compromesso al ribasso

Jobs Act, regge la fiducia al Senato. L'enigma dei decreti attuativi e una certezza: l'articolo 18 è vivo e vegeto

di ROBERTO BETTINELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha commentato in un tweet che grazie all’approvazione in Senato del Jobs Act «l’Italia cambia davvero». Eppure di nuovo c’è ben poco in un provvedimento che non abolisce l’articolo 18 come aveva promesso e come spesso ripete il premier, congela per sempre l’iniqua situazione di un mercato del lavoro diviso fra garantiti e non garantiti, stabilisce un sussidio universale sulla base della storia contributiva pregressa del lavoratore penalizzando ancora una volta le nuove generazioni, e affida tutto, compresi gli aspetti più positivi che vanno nella direzione di una drastica diminuzione dei contratti e delle pratiche da assolvere per le imprese, al colossale enigma dei decreti attuativi che il governo deve redigere e che stando al ministro Poletti saranno ultimati entro giugno. 

Se così stanno le cose, il Jobs Act più che una certezza è un’incognita, frutto dell’ennesimo compromesso al ribasso di un sistema politico che ogni volta, imbrigliato nei riti e nelle trappole di una concertazione che premia sistematicamente i difensori accaniti dello status quo, è costretto a ridimensionare la portata delle proprie ambizioni. Un copione che ha visto come mattatore Renzi ma che ha sempre accompagnato la storia repubblicana e che non va assolutamente essere confuso con la sana, proficua e legittima ricerca del dialogo che rappresenta il ‘sale’ della democrazia. Prediamo l’articolo 18: prima la reintegra doveva essere eliminata del tutto, poi è stata ripristinata per i licenziamenti disciplinari oltre che per quelli discriminatori. Ma non per i licenziamenti economici che escludono il ricorso del lavoratore davanti al giudice e che danno diritto a un indennizzo economico calcolato sull’anzianità di servizio. Già così, lo scenario è confuso. Ma resta il fatto che tutte le tipizzazioni devono ancora essere messe nero su bianco dal governo nei famosi decreti attuativi. Qui, finalmente, si capirà la reale consistenza di una riforma che allo stato attuale sembra aver innescato tantissime attese ma nessun risultato concreto. 

«Ora il governo è nudo nella sua responsabilità. La usi bene» ha dichiarato il capogruppo al Senato del Nuovo Centrodestra, Maurizio Sacconi, che ha seguito passo passo l’iter della legge, esprimendo ripetutamente le sue perplessità davanti al comportamento tentennante del Pd condizionato da una pericolosa spaccatura interna e dall’ostilità della Cgil. Aspetti che mettono in evidenza il passatismo e l’immaturità ideologica di una buona parte della sinistra italiana. 

Il Jobs Act, dopo il voto blindato al Senato che si è concluso con 166 sì, 112 no e un astenuto, è diventato legge. Ma si tratta di una legge monca dal momento che le parti che dovrebbero incidere davvero sulla vita dei lavoratori e delle imprese sono ancora tutte da scrivere. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo. Nonostante le assicurazioni del ministro del Lavoro Poletti tutti sono a conoscenza dei gravi danni che possono arrecare gli esperti e i superburocrati del ministero quando mettono mano alle leggi. 

Tanto più che il Jobs Act, con la necessità di circoscrivere le fattispecie che dovranno individuare le tipologie dei licenziamenti sulla base di una distinzione di massima fra responsabilità del lavoratore ed esigenze dell’azienda, si candida ad essere il perfetto esempio di come il diritto possa abilmente smarrire la retta via in una selva di cavilli e sottigliezze. Federico Fornaro, che fa parte dei 27 senatori della minoranza dem, ha dichiarato al termine della votazione che lui e gli altri dissidenti del Pd saranno molto «vigili sui decreti attuativi». Come a dire, attenzione che la partita non è affatto chiusa. Cosa di cui tutti in parlamento sono consapevoli, a partire da Maurizio Sacconi che dopo un primo, giustificato entusiasmo davanti a un’impresa che è sembrata più volte naufragare mettendo a rischio la stessa tenuta della maggioranza, ha commentato: «Tutto dipenderà dai decreti delegati che il governo dovrà redigere». 

Checché ne dica Renzi, c’è ancora molto da fare e molto da discutere. Certamente chi non si è accorto dell’aleatorietà del Jobs Act è il drappello di studenti universitari e delle superiori, precari, sindacalisti di base che sono arrivati in treno e pullman da Bologna, Napoli, Pisa, Padova e Venezia per dare l’assalto al Senato e alle forze di polizia con petardi, fumogeni e lancio di uova. Alcuni di loro avevano il volto coperto dai caschi e dalle sciarpe a testimonianza della volontà di esprimere in modo civile il loro dissenso. Bilancio: un agente della Digos è stato ferito a un piede da una bomba carta, altri due poliziotti sono finiti all’ospedale, una quindicina di manifestanti contusi. Questo è il solo bilancio certo della giornata in cui è stato approvato il Jobs Act. Il resto è un grande punto di domanda. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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