'INEFFICIENZA CAPITALE' | 25 Luglio 2017

L’emergenza idrica e la retorica «dell’acqua pubblica»

Acqua: a Roma perdite da terzo mondo. Gli investimenti non bastano a ristrutturare le reti, che nella Capitale registrano perdite del 45%. L’acqua è pubblica (e chi mai l'ha messo in dubbio?), ma la partita si vince coinvolgendo i privati

di LUCA PIACENTINI

I romani pagano l’inefficienza dei servizi. In termini di bollette salatissime e problemi a non finire. Accade nell’emergenza idrica come nel trasporto pubblico locale. E lo schema è lo stesso, nella Capitale come in altri capoluoghi male amministrati: gli eletti sono chiamati a sciogliere i nodi principali legati al bene comune, rendendo ordinata la vita pubblica e agevolando l’iniziativa; se non ci riescono, è giusto che vengano sanzionati. Da subito, stigmatizzando il loro fallimento attraverso critiche sui giornali e nelle sedi istituzionali deputate, come i consigli comunali, argomentando in modo razionale che cosa ha o non ha funzionato; sulla lunga distanza la sanzione è quella democratica: chi sbaglia va a casa. Niente rielezione. 

Il vero dramma è che i romani, probabilmente, sono alla canna del gas. Nel senso che non sanno più a che ‘santo’ votarsi. Dopo il disastro PD, si sono affidati a Virginia Raggi. Almeno quei pochi che l’hanno votata, visto che il partito di maggioranza assoluta è stato, come spesso accade di questi tempi, l’astensione (al primo turno fu al 57,03%, al ballottaggio al 50,14%).

Sono in molti a sostenere che l’amministrazione pentastellata non abbia mantenuto fede all’impegno di migliorare le cose nella Capitale. Problemi e disservizi sono ancora lì. E l’emergenza idrica? Da dove viene? Ok, è piovuto di meno. Ma, come dice il ministro all’Ambiente Gian Luca Galletti, in un anno in Italia cade acqua a sufficienza: «300 miliardi di metri cubi e noi ne recuperiamo solo l'11%». Insomma: le istituzioni sono incapaci di organizzare una raccolta sufficiente su vasta scala. In altre parole, non sono efficienti. E sulle condotte idriche? In generale le perdite sono da terzo mondo. La media nazionale fa spavento, pari al 38,2%

E la situazione nella Capitale non è meno drammatica, in continuo peggioramento. Cito testualmente da Repubblica.it: «Secondo l'ultimo dossier di Cittadinanzattiva sulla base di un calcolo di Legambiente, a Roma la dispersione di acqua nelle tubature di Acea era di appena il 25% nel 2007, poi è salita al 35% nel 2013 e adesso è arrivata al 45%».

Nonostante i romani siano massacrati di tasse, paghino le bollette e il loro denaro venga utilizzato per manutenzioni e ristrutturazioni. Evidentemente non basta. Facendo i calcoli sulla singola bolletta, gli investimenti del Nord Europa sfiorano i 90 euro per abitante. Contro i 36 euro di Roma. 

La prospettiva? Senza risorse adeguate il declino sarà inevitabile. Si continuerà a pompare denaro pubblico per lavori insufficienti. Le perdite proseguiranno, l’emergenza tornerà. In modo ciclico.  

Il criterio non dovrebbe essere molto diverso dal principio usato nell’amministrare un’impresa: efficienza nel processo, investimenti remunerati secondo la logica del mercato. 

«A Roma si perde il 44% dell’acqua - afferma il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (FI) - E lo stesso accade nel resto d’Italia. Io sono stato uno dei fautori della legge sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Che non trasformava l’acqua in un bene privato. L’acqua rimaneva pubblica ma si apriva alle gestioni private delle società che gestiscono la distribuzione dell’acqua». Nel mirino di Gasparri, il referendum sciagurato del 2011. 

«I privati - ha detto a Radio Cusano Campus - avrebbero impedito nel corso degli anni che una grande quantità d’acqua andasse dispersa. I Cinque Stelle e quelli che hanno votato contro quelle norme hanno impedito una modernizzazione che non intaccava il valore sociale dell’acqua dicendo bugie».

L’impressione è che ormai, sul fronte delle reti idriche, il coinvolgimento dei privati sia l’unica strada. Altro che retorica dell'«acqua bene comune». Certo che lo è. E proprio per questo, perché è un bene di tutti, non va sprecata prendendo posizioni ideologiche che conducono alla deriva. L’acqua resta pubblica. Il gestore anche. Ma il contributo dei privati, in termini di risorse e know how, innescherebbe processi virtuosi di efficientamento, orientando una volta per tutte la pianificazione verso obiettivi chiari e raggiungibili in tempi certi. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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