POLITICA E GIUSTIZIA | 04 Aprile 2016

L'ennesima ragnatela giudiziaria

Anche il governo Renzi, con il caso Guidi e trivelle, cade nelle maglie della magistratura e delle inchieste ad orologeria. Destra e sinistra continuano a restare imbambolate in un gioco condotto da altri

di ROSSANO SALINI

Anche per il governo Renzi vengono al pettine i nodi della questione giustizia. Una questione irrisolta, che ci trasciniamo ormai da alcuni decenni e che regolarmente incide in maniera vistosamente significativa sulla vita politica del nostro Paese, e in modo particolare sulle scadenze elettorali.

Sarebbe ridicolo parlare di un complotto della magistratura per influenzare, con l'inchiesta sulle trivellazioni in Basilicata, il referendum del 17 aprile. Sarebbe ridicolo per il semplice fatto che parlare ancora di complotto quando le carte sono così scoperte sarebbe veramente da ingenui. È ormai talmente metabolizzato il senso di onnipotenza, e di impunità, della magistratura italiana che ormai la partite vengono giocate alla luce del sole.

L'inchiesta che ha travolto l'ingenuo ministro Guidi non ha nessun valore, e si risolverà tra qualche mese, nel silenzio dei media, con un nulla di fatto. Lo stesso è successo con le vicende che hanno permesso di fare fuori il ministro Maurizio Lupi: nessuno se n'è accorto, ma quel misterioso e diabolico mister Incalza, che figurava come pedina centrale dell'inchiesta all'interno della quale Lupi è caduto per un Rolex, è stato nel frattempo completamente assolto da tutte le tremende imputazioni che gli erano piombate addosso.

Ma non è che uno delle decine e decine di esempi che si possono portare per far capire quanto sia sistematica ed evidente (altro che complotto!) l'inconsistenza delle inchieste ad alto profilo mediatico che le procure italiane mettono in campo in maniera regolare. Quest'ultima, poi, prende il via dalla procura di Potenza. Si tratta della procura del famigerato Henry John Woodcock, il magistrato delle inchieste bufala, con un misto esplosivo di politici, lobby, teste coronate e starlette. E La Stampa di oggi si premura di sottolineare che proprio da lui sono partite le inchieste sugli «affari petroliferi», come a certificare con tanto di attestato di autorità che anche questa inchiesta finirà nel nulla. E non perché, come si premurano di specificare, «la maledizione di Potenza è che si fanno le indagini ma non si celebrano i processi». Guai a dire che il problema è che le indagini sono pretestuose, fondate sul nulla, utili solo a mettere in luce magistrati con manie di protagonismo e a far fuori nel frattempo qualche malcapitato finito nella ragnatela. No, non è questo: è che c'è la maledizione. C'è il malocchio. A questo si è ridotta la stampa serva delle procure, pur di mantenere aperto il filo diretto con le procure stesse e potersi garantire in eterno il pacchetto di tante allegre intercettazioni da poter altrettanto allegramente pubblicare.

Anche il governo Renzi ha ciurlato nel manico con la magistratura, e ora ne paga le conseguenze. La scarsissima limpidezza dell'atteggiamento del premier in occasione del caso Lupi, e l'aver incoronato Cantone a plenipotenziario per la moralità del governo e di tutti i suoi derivati sono gli elementi che hanno in un certo modo incatenato anche Matteo Renzi al vortice di ricatti della questione giudiziaria travestita da questione morale. Renzi non è affatto un manettaro, e ha anche avuto il merito di tornare a porre la questione della responsabilità dei magistrati. Poi, ripeto, non sempre è stato limpido e coerente nel mantenere questa posizione, e qualche profitto dalle vicende giudiziarie (e dalle protezioni giudiziarie) ha cercato di portarlo a casa anche lui. E ora questi peccati veniali li paga con gli interessi. Li paga perché quello è un giro da cui la politica dovrebbe stare alla larga come dalla peste bubbonica. Non c'è modo di avvantaggiarsi anche un pochino dal circo mediatico-giudiziario senza poi rimanerne intrappolato e risucchiato. Alcuni acuti osservatori dell'azione del premier, per altro con forti simpatie verso di lui, come il direttore del Foglio Claudio Cerasa, l'hanno più volte richiamato al rischio di galleggiare nel territorio dell'ambiguità a proposito del rapporto con la magistratura italiana. Che non è, come scioccamente ha detto per anni la destra, un potere secondario a servizio della sinistra, bensì un potere primario a servizio di sé stesso, della semi-divina autoinvestitura a organo di pubblica correzione delle storture vere o presunte della nazione. E nella maggior parte dei casi si tratta di presunte storture di tipo politico ed economico, più che vere storture di tipo legale e giudiziario, che sono poi le uniche di cui la magistratura dovrebbe occuparsi. L'accordo con la sinistra, che certamente c'è stato spesso e anche in maniera evidente, è stato però qualcosa di incidentale, in cui la stessa sinistra è rimasta soffocata.

Per questo bisognerebbe avere il coraggio di dire che la Guidi, che è fessa ma non corrotta, non doveva dimettersi. Che la Boschi non deve dimettersi. Che Lupi non doveva dimettersi. Che il referendum del 17 aprile dovrebbe svolgersi senza il terrore mediatico per un'inchiesta destinata a morire nel giro di poche settimane.

E invece no, lo sappiamo tutti come andrà a finire: continueremo da sinistra a fare il tifo per la magistratura che indaga sulla destra, e da destra fare il tifo per la magistratura che indaga sulla sinistra. E chi goda tra i due litiganti è inutile dirlo.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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