L’ANALISI | 07 Luglio 2017

L’Europa è davvero finita?

La chiusura sui migranti, l'inerzia sul declino dell’industria, le ricorrenti tentazioni nazionalistiche. Spie di un declino inevitabile dell’Europa o emergenze da affrontare, riscoprendo il progetto politico lanciato 60 anni fa?

di LUCA PIACENTINI

L’Europa è messa male. Anzi, malissimo. Ha appena compiuto 60 anni, un tempo relativamente breve per la vita delle istituzioni, ma sembra già decrepita. E non si tratta tanto delle «disfunzioni» di cui si parla spesso nei manuali di scienza politica, per correggere le quali è sufficiente dare una sistemata alle procedure. 

Ad essere messa in discussione a Bruxelles sembra la volontà stessa di rimanere insieme. Sì, perché se un gruppo di 27 Stati ha deciso di percorrere un cammino comune sotto l’ombrello della parola «Unione», questa determinazione deve tradursi in qualcosa di concreto. 

Invece le spie di una progressiva disgregazione si moltiplicano. E negli ultimi mesi lampeggiano ripetutamente sotto forma di slogan, dichiarazioni pubbliche, mosse tattiche, scelte di fondo. Ne citiamo tre: l’emergenza migranti, il tema industria e l’atteggiamento tedesco. 

Il nodo migranti è sotto gli occhi di tutti: come riporta il Corriere di venerdì 7 luglio, prima ancora di apre il vertice di Tallinn, i leader europei hanno mostrato il cartellino rosso all’Italia. Niente sbarchi di navi straniere cariche di ‘disperati’ nei nostri porti. Tutto questo, nonostante per tre anni l’Italia abbia regolarmente accolto tra i 140mila e i 180mila richiedenti asilo ogni dodici mesi. Solo a giugno, in quattro giorni, ben 25 navi. Uno sforzo impressionante, che le nostre forze dell’ordine e quelle militari svolgono in modo encomiabile. La grande assente è la politica. Per ragioni, sospettiamo, di mero calcolo partitico. 

Le mosse dal sapore anti europeista vengono paradossalmente dai principali sponsor dell’UE: Macron e Merkel. Che tutelano anzitutto gli interessi nazionali. Hanno torto? Pensiamo di no. Un’Europa senza interessi nazionali, annullati a beneficio di interessi squisitamente europei astratti e poco chiari, non può esistere. Ergo: sono gli Stati nazionali a dovere riprendere in mano le redini dell’Unione, ribadendo con forza - e soprattutto azioni concrete - che il percorso avviato 60 anni fa ha ancora senso, che mercato unico e pace sono due risultati eccezionali, a cui occorre però aggiungerne altri. Uno di questi è la soluzione dell’emergenza immigrazione, raggiungibile solo se tutti faranno la propria parte. 

Certo, occorre rischiare. E lavorare sodo. Cosa che non è stata fatta - e qui vengo alla seconda spinta centirfuga individuabile in Europa - su un fronte decisivo come quello della promozione dell’industria. 

Come denunciato dall’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini, con la propria inerzia la Commissione UE ha contribuito in modo decisivo al fallimento dell’obiettivo di accrescere la quota di Pil generato dalla manifattura. Che dal 20% è scesa al 15% in soli 20 anni. Un fatto gravissimo: senza industria, infatti, non c’è ricerca e sviluppo, senza R&D non c’è innovazione, e quando manca quest’ultima, rallenta l’intera economia. Con effetti disastrosi per l’Europa stessa, che finirebbe per salire sul banco degli imputati tra i responsabili del declino. 

Ed ecco il terzo nodo, il ruolo della Germania. E’ chiaro che Berlino deve fare la propria parte, ad esempio decidendo di ridurre un surplus commerciale che, secondo l’opinione di analisti ed esperti genera gravi squilibri, e che si è meritato addirittura la copertina dell’ultimo numero dell’Economist, che lo ha additato a problema generale dell’economia.

Sono però gli altri Paesi, Italia in primis, a dovere alzare la voce una volta per tutte. La ricetta è una sola: risanare i conti pubblici, rafforzarsi sul piano dell’efficienza degli apparati statali e lanciare un nuovo patto per l’Europa grazie al ritrovato protagonismo. 

La sinistra non si è mostrata in grado di fare tutto questo. Rimettere in moto l’Italia è il terreno sul quale si giocheranno le prossime elezioni politiche. 

In ogni caso, la cura per ringiovanire l’UE dandole quello slancio che, evidentemente, come molti temevano, non è arrivato dal rito solenne e pomposo della dichiarazione di Roma (che rischia di esaurirsi invece in un mero esercizio retorico), è quella di riportare sotto i riflettori gli Stati nazionali non come atomi isolati ma come soggetti inevitabilmente identitari promotori di un’alleanza chiara, dai confini funzionali magari ridotti - meno campi di azione - ma più efficaci, sensibilizzando le rispettive opinioni pubbliche sull’importanza e l’utilità, per ogni singolo Stato, italiano, francese, tedesco, spagnolo, di una vera costruzione europea. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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