TUTTI A DESTRA | 10 Ottobre 2016

L’Europa e il vento legittimo dell’insofferenza

Lo studio ‘You Gov’ condotto in 12 Paesi europei, compresa l’Italia. Cresce la forma mentis ‘political incorrect’. Frutto dello sfacelo di un’unione che non tematizza la centralità della cultura e non guarisce le ingiustizie sociali

di ROBERTO BETTINELLI

Gli umori e i sentimenti della politica contemporanea, e non solo in Italia, pare siano diventati più ‘sinistri’ e maggiormente inclini all’autoritarismo. Una tendenza che sembrerebbe trovare conferma nel nuovo studio ‘You Gov’ condotto in 12 Paesi europei. Posizioni dichiaratamente ‘political incorrect’ contro Ue, immigrati e a favore di un resuscitato nazionalismo sono state registrare in quasi il 50% dei casi degli intervistati in Inghilterra, Francia, Italia e Paesi dell’Est Europa. Nel Paese di Hollande si è sfiorato l’80% che è stato abbondantemente superato in Polonia o in Romania. Non così in Germania. Ma anche qui sono emerse percentuali intorno al 18%. Numeri decisamente superiori a quanto è mai stato fotografato in precedenza nella corazzata d’Europa dove, non a caso, la ‘centrista’ Merkel ha perso nel recedente passato tutte le elezioni locali. 

Presso gli intervistati si è affermata con decisione una naturale sintonia con i temi e i cavalli di battaglia di Donald Trump, il candidato repubblicano alla Casa Bianca che nella sfida contro Hillary Clinton seguita a procurare choc nell’opinione pubblica e nel ceto politico a stelle e strisce a causa delle sue posizioni inclini alla violenza verbale, all’irriverenza nei toni e nei contenuti, al non rispetto delle convenzioni tinto di brutale volgarità.

Posizioni che, nel vecchio continente, si possono rintracciare a volte nell’aggressività di Marine Le Pen, Matteo Salvini, il premier ungherese Orban e i sostenitori di Brexit che hanno vinto in Gran Bretagna il referendum contro l’integrazione europea. 

Si tratta naturalmente di un fenomeno di vasta portata che, sul suolo patrio, sta mettendo in crisi il polo tradizionale del centrodestra dove la componente moderata di Forza Italia è costretta a subire l’invadenza mediatica del leader leghista Salvini con il risultato che l’intera coalizione sta perdendo terreno rispetto ai concorrenti del Pd renziano e del Movimento 5 Stelle. 

Un soggetto, il partito di Grillo, che evidenzia anch’esso un collegamento con una percezione della relazione uomo-società dove prevale la rabbia contro le élites e i punti di riferimento comuni a partire dal rispetto i simboli e gli uomini delle istituzioni. 

Le cause sociologiche di ‘movimenti tellurici’ così ampi e profondi sono sempre molteplici e non sempre chiaramente individuabili. Ma di certo, se si guardano i destinatari di una forma mentis che sta diventano prioritaria nel continente, è evidente che siamo in presenza di un ‘sentiment’ dettato dalla generalizzazione della sfiducia, della paura e del rancore verso la politica ufficiale e la cultura che ne ha sempre giustificato i presupposti ideali. 

Una reazione emotiva che viene stigmatizzata dai commentatori che spesso appartengono al campo delle sinistre e dei progressisti, ma che in realtà è solo da comprendere e in parte condividere per l’evidente distonia che si manifesta fra quanto la politica di professione racconta e quanto dimostra con i fatti. 

Nella società italiana si è ormai imposto un rapporto sempre più critico e frustrante fra le persone e una realtà in cui la politica, venendo meno al suo compito, non riesce più a mantenere la promesse del riequilibro impattando efficacemente le ingiustizie. Non c’è più, in sostanza, una vitale opera di compensazione. E non si tratta solo dei postumi di una crisi economica eccezionale che, nonostante tutto, resta un dato essenziale per spiegare la genesi del fenomeno. 

Alle lacune e alle colpe della politica nel fronteggiare recessione, disoccupazione e incapacità di produrre mobilità sociale si aggiunge inoltre un problema identitario. Come se l’Europa e, con essa i Paesi che la costituiscono, fossero incapace di proteggere sé stessi, mettendo tutti sullo stesso piano, europei e non europei, ratificando con l’assenza di una esplicita e fattiva opera di autotutela il marchio della propria, tragica, indissolubile assenza di identità. 

Un’incertezza originaria che non può darsi a lungo senza generare risposte come il ritorno strisciante dei nazionalismi regionali e l’avversione verso tutti coloro che sono percepiti come minacce dalle piccole comunità dell’occidente europeo. Città, quartieri, comuni o zone rurali spesso collocate in zone tradizionalmente appartate, lambite solo superficialmente e con un cronico ritardo dai tumulti della globalizzazione devono oggi reggere l’urto di un intero pianeta. 

Un processo, la globalizzazione, che si è tradotto in una apertura indiscriminata in assenza delle protezioni fondamentali a partire da una dote sufficiente di risorse per impedire che si creino esiziali scompensi interpretabili come trattamenti di favore verso i nuovi venuti o immotivate ingiustizie per i nativi europei. 

Altre minacce si sono profilate nella sempre più pronunciata forbice dei livelli di reddito, nella concorrenza sleale da parte di chi toglie fette di mercato alle imprese europee senza onorare gli stessi impegni ambientali e giuslavoristici; nell’erosione del ceto medio che ha sempre caratterizzato la presenza di un assetto responsabile e attento alle conseguenze che scatenano le decisioni collettive; nel drammatico difetto di democrazia e rappresentanza che si evince dall’azione che le grandi lobby finanziarie conducono nelle stanze del potere legislativo e governativo lasciando i comuni cittadini in balia di partiti oligarchici, incentrati sul culto del leader, ridotti a fatiscenti sigle elettorali; nel terrorismo islamico che recluta i portatori dell’handicap di una integrazione fallita proprio perché eretta sui residui di una cultura occidentale debosciata e demotivata. 

Lo studio ‘You Gov’ ha messo in mostra l’esistenza di una mentalità che sembra confluire verso l’alveo di una destra spesso non all’altezza della sfida del governo di società complesse, tendente a chiudersi dentro i vicoli ciechi di una conflittualità priva di speranza e di visione a lungo termine, culturalmente confusa, incoerente, ma che è il frutto della colta barbarie delle élites e delle famiglie politiche che gestiscono il potere senza porsi modelli di giustizia. 

Obbiettivo, questo, che non può prescindere dalla necessità incontestabile di garantire alle persone piani di vita adeguati, gratificanti e il più possibile certi. Di garantire, in sintesi, la libertà. 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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