LA MISSIONE COMUNE | 31 Marzo 2016

L’Europa unita davanti al terrore

L’intreccio di fanatica islamizzazzione e volgare delinquenza dei terroristi dell’Isis può e deve essere stroncato. Ma è necessario il passaggio ad una cultura europea che sappia essere predominante senza cadere nell’egemonia

di ROBERTO BETTINELLI

La lotta al terrore è la priorità dell’Europa unita. In assenza di una cultura diffusa della sicurezza e della convivenza, la già debole Unione rischia di non completarsi mai e di retrocedere smarrendo per strada le sue conquiste essenziali. 

Un sogno, quello europeo, che si è concretizzato con l’avvento e con il successo del mercato unico ma che si è ripetutamente infranto sugli altari della sovranità nazionale.

Una conflittualità endogena che da sola mette continuamente in pericolo il progetto unitario minandolo alla radice, ma che ora deve fare i conti con il fallimento di una politica della sicurezza e dell’accoglienza che nasconde un’omissione ben più grande.

Il radicalismo islamico rappresenta un’ulteriore e mortale minaccia per la grande conquista di un’area di 4 milioni di chilometri quadrati e oltre 500 milioni di abitanti dove è sancita la libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. E, aggiungiamo, delle idee e delle culture. 

I blitz in corso in Belgio e Francia ad una settimana dalla strage di Bruxelles sono il segnale che il lassismo imposto da una malsana interpretazione del multiculturalismo sembra aver trovato, finalmente, un inizio di reazione. E’ evidente a tutti che la cellula dell’Isis nata, cullata e cresciuta a Maelbeck ha potuto indottrinarsi, armarsi, raggiungere e tornare liberamente dal Califfato grazie all’assenza di controlli e alla ingenuità che si annida nel principio della tutela delle minoranze eletto a dogma infallibile. 

Il sinistro intreccio di fanatica islamizzazzione e volgare delinquenza, che spesso accomuna i terroristi allevati dall’Isis nel vecchio continente, può essere stroncato unicamente attraverso un’opera sistematica di prevenzione e di repressione. Una strategia che sorge dall’esigenza di una costante critica del reale, monitorato sulla base dei sintomi e degli allarmi che emergono di volta in volta. Un’impostazione che coinvolge indubbiamente gli apparati della sicurezza europea, che devono imparare a lavorare in un’ottica sinergica e finalizzata alla condivisione delle informazioni, ma che non può esimersi da un autentico e cruciale lavoro sul piano culturale.  

La visione utopica di una società senza conflitti dove non si paga alcun prezzo all’ingresso e dove i diritti sono sempre appannaggio dei deboli di turno dimenticando la fatica e il sacrifici delle generazioni storiche, deve lasciare il posto ad un modello differente, forse meno ampio nelle sue ambizioni universalistiche ma più equo e rispettoso della realtà.

L’accoglienza finora, in Europa, non è stata subordinata ad alcun esame ma è stata dispensata a piene mani come fosse un diritto inviolabile, fondato sulla sbagliata certezza che non esiste gesto di bontà senza ricompensa.

Lo scenario ha realizzato i peggiori incubi, traumatizzando la coscienza dei governanti e dei governati che abitano il vecchio continente. Ora è doveroso punire gli estremismi senza attendere l’ora dei massacri e del rimpianto per non aver fatto abbastanza quando era possibile. E insieme alla manifestazioni acute della intolleranza è altrettanto doveroso condannare le zone d'ombra, i silenzi, la collusione dell'Islam che si qualifica come moderato. 

Un’urgenza che è nata sulla cenere degli attacchi di Charly Hebdo, del Bataclan, di Zaventem, e dei tantissimi errori che sono stati commessi accettando passivamente l’ideologia che predica l’abbattimento indiscriminato di ogni differenza e distinzione come preludio alla pace perenne. 

La violenza e il terrore invocano un modello, difensivo e legittimo, in cui una cultura è riconosciuta come predominante. Un accento che non deve cedere alla tentazione dell’egemonia, ma mostrare fiducia verso la lealtà democratica delle minoranze sapendo di poter ricorrere all'uso della forza al momento opportuno. 

L’Europa federale incardina una missione di giustizia e di protezione per i popoli. Non può venire meno al suo compito quando si afferma il pericolo. Distruggere il Califfato e deradicalizzare all’interno dei propri confini, questi sono gli obbiettivi da raggiungere il prima possibile. Gli stessi che permetteranno in futuro la sopravvivenza di una piena civiltà democratica. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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