MINACCIA NUCLEARE | 10 Marzo 2015

L'illusione della sicurezza

La minaccia iraniana e il discorso di Netanyahu al Congresso Usa. L’Economist dedica l’apertura ai rischi della guerra nucleare. Ma il tema è assente dal dibattito pubblico in Italia, dove gossip di palazzo e retroscena romani occupano le cronache

di LUCA PIACENTINI

Con la fine della guerra fredda le condizioni della sicurezza globale sono cambiate. Ci sono nuove minacce: il terrorismo internazionale, la moltiplicazione degli stati falliti (soprattutto in Asia e in Africa), e la proliferazione nucleare. Come sottolineano gli autori di «Relazioni internazionali» (2012 Il Mulino), quest’ultimo aspetto, la moltiplicazione delle testate nucleari, è uno dei punti critici. Dagli anni Novanta ci troviamo nella situazione in cui, scrivono gli autori, «dotarsi di armi nucleari è contemporaneamente più pericoloso e più allettante. E lo è soprattutto per quei regimi che apertamente contestano il Trattato di non proliferazione o le regole e i principi ispiratori della comunità internazionale». Tutto questo da quando il mondo ha cessato di essere governato dalla struttura bipolare Usa-Urss. Il condominio americano-sovietico assicurava da un lato la stabilità generale grazie all’equilibrio del terrore, la «dottrina della dissuasione» fondata sulla cosiddetta «distruzione reciproca assicurata», dall’altro controllava le altre potenze nucleari. Negli anni Novanta tutto è cambiato. E gli Stati Uniti, l’unica superpotenza rimasta, stentano a garantire l’ordine.  

Al rischio di una guerra nucleare dedica la copertina dell’ultimo numero il settimanale britannico The Economist. L’articolo, che esprime la riflessione del giornale sul tema, è corredato come sempre da infografiche e approfondimenti. «La nuova era nucleare - recita il titolo - Un quarto di secolo dopo la fine della guerra fredda, il mondo si trova davanti alla crescente minaccia di un conflitto nucleare». Non è nello stile del periodico fare allarmismo. Tutt'altro. I giudizi che esprime in politica estera sono sempre posati e ben argomentati. In questo caso, però, il quadro è oggettivamente preoccupante. E, per un osservatore italiano, ancora più inquietante è la totale assenza dell'argomento dal dibattito pubblico nazionale. 

Certo, si dirà, l’Italia non è una potenza nucleare. Perché occuparcene? Non abbiamo neppure le centrali, che anzi abbiamo smantellato. L'ultimo referendum del 2011, che rappresentava una concreta chance per ripensare al nucleare come fonte alternativa al petrolio, sappiamo com'è andato. L’Italia ci ha messo definitivamente una pietra sopra. No al nucleare: civile o militare che sia. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte, né riprendere il dibattito sull’opportunità o meno di cassare il programma dell’energia atomica civile sull’onda emotiva di Fukushima. Vogliamo puntare i riflettori sul quadro descritto dal settimanale britannico e constatare che nel resto del mondo le cose stanno andando in tutt'altra direzione. Di certo per il nucleare ad uso militare. 

Mi chiedo: come è possibile che un tema del genere negli ultimi giorni non sia stato ripreso in modo approfondito dai principali quotidiani nazionali o non sia stato oggetto di dibattito televisivo? Le pagine dei nazionali sono letteralmente sommerse dalla cronaca politica: retroscena, scenari, indiscrezioni, intercettazioni. Ma i problemi che contano, ciò da cui dipende il destino del mondo, sembrano non trovare spazio. Se l'italiano medio, assordato dal gossip politico e annoiato dai giochi di palazzo, è solo vagamente attento ai meccanismi che decidono gli assetti globali, non si può dire che il giornalismo ne favorisca l'approfondimento. 

Il punto di partenza dell'articolo dell'Economist è il discorso di Netanyahu al Congresso americano. Che, almeno, ha avuto il merito di riportare l'attenzione dell’opinione pubblica sulla minaccia nucleare, su quella potenziale iraniana in particolare. Nonostante il mondo continui a rassicurarsi con l'idea che la distruzione totale è improbabile - è la riflessione del settimanale - il rischio che qualcuno da qualche parte usi un'arma nucleare sta crescendo. Più chiaro di così. 

L'articolo fornisce una lunga e dettagliata analisi delle ragioni di questa nuova corsa. Il dato è che le grandi potenze dotate della tecnologia, in particolare Cina, Pakistan, Russia, Corea del Nord, stanno spendendo parecchio per migliorare gli arsenali. Anche gli Stati Uniti sono impegnati in un vasto programma di ammodernamento. Il settimanale snocciola i numeri delle testate per ogni paese: Usa 4.764, Russia 4.300, Cina 250, Francia 300, etc. 

Per noi europei e italiani, a causa di ovvie ragioni geopolitiche, il passaggio sulla Russia è particolarmente interessante in quanto nell’articolo principale l’Economist scrive di una strategia di intimidazione del Cremlino che include la minaccia nucleare, cita esercitazioni militari che inscenano regolarmente attacchi su capitali come Stoccolma e Varsavia, mentre i discorsi di Putin contengono velate minacce nucleari. Altro elemento di incertezza: nessuno sa che fine faranno, in futuro, le testate in possesso della Corea del Nord. 

In questo quadro generale le priorità, conclude il settimanale, sono ridare fiato alla diplomazia nucleare e difendere il Trattato di non proliferazione. Insomma: occorre guardare la realtà e darsi da fare. 

Come dimostra il recente attentato terroristico di Parigi, gli stati occidentali sono sempre meno in grado di difendere i propri cittadini. Mentre il rischio che gruppi terroristici o criminali si impadroniscano di testate nucleari o armi di distruzione di massa, è ineliminabile. Quella della sicurezza assoluta resta quindi un’illusione. Che non si dissolve né alimentando la visione utopica a buon mercato del cosmopolitismo pacifista, né affidandosi ciecamente all’Onu come se fosse la panacea di tutti i mali. Non abbiamo certo la soluzione in tasca, ma vogliamo riproporre un punto di partenza possibile: una visione realistica della politica estera, che prenda sul serio le minacce e ponga sul tavolo i temi giusti. La cosa peggiore è fare finta di nulla.  


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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