EDUCAZIONE | 01 Giugno 2015

L'inaudita bugia della Cgil sulla ''bocciatura'' (!) del buono scuola

Una sentenza del Consiglio di Stato promuove pienamente il sistema di sostegno alla libertà di scelta educativa voluto da Regione Lombardia. Ma la Cgil, in un incredibile comunicato stampa, dice che il buono scuola è stato bocciato

di ROSSANO SALINI

Una premessa: questo articolo era stato concepito in forma molto diversa da quella che leggete. Non doveva essere altro che il resoconto di una notizia appresa dal Quotidiano per la Pubblica Amministrazione, che in maniera molto oggettiva e scarna riportava: «La sesta sezione del Consiglio di Stato afferma, con la Sent. 18 maggio 2015, n. 2517, la piena legittimità del "buono scuola" che la Regione Lombardia assicura alle famiglie degli alunni delle scuole paritarie, che sono parte integrante del sistema nazionale di istruzione e concorrono, con le scuole statali e degli enti locali, al perseguimento dell'espansione della offerta formativa». Questione dibattuta, quella della legittimità di un supporto agli studenti iscritti alle scuole che prevedono il pagamento di una retta. E, dal momento che da più in parti, in pubbliche occasioni, se ne dava addirittura per scontata e palese l'illegittimità, soprattutto dal punto di vista del rispetto della nostra Costituzione, una tale notizia non poteva che risultare meritevole di attenzione da parte di chi si occupa di scuola.

Ma il caso ha voluto che, facendo una breve ricerca su internet per reperire il testo completo della sentenza, capitasse sott'occhio il comunicato stampa redatto dalla Cgil scuola (Flc-Cgil, per la precisione) a proposito della suddetta sentenza. Il titolo in particolare non poteva non attrarre l'attenzione: «Il Buono Scuola in Lombardia bocciato dal Consiglio di Stato».

Bocciato? Ma come?! Non s'era appena letto altrove niente meno che di una «piena legittimità» del buono scuola? Delle due l'una: o il Quotidiano per la Pubblica Amministrazione ha preso un abbaglio; o il comunicato della Cgil mente. Diciamo che a tutta prima un'idea su dove potesse pendere la bilancia, e su quale tra i due soggetti in questione potesse avere maggiore interesse a camuffare la realtà, era possibile farsela. Come dire: un dubbio, un sospetto. Ma con i dubbi e i sospetti non si fanno gli articoli di giornale (be', oddio: qualcuno a cui basti tanto per imbastire finti scoop c'è, in verità); ma lasciando perdere tutto questo, la verifica diretta della notizia, vale a dire il testo della sentenza, avrebbe risolto il tutto.

Ora che la sentenza è stata letta per intero, con calma e attenzione, ci si sente francamente in imbarazzo nello scegliere la parte da riportare per chiarire la realtà dei fatti. Perché è talmente forte, decisa e insistentemente ripetuta la promozione del sistema del buono scuola che risulta difficile scegliere una frase piuttosto che un'altra.

Ma chiariamo in breve i fatti che hanno portato alla sentenza, prima di riportarne spezzoni. Due signori residenti in Lombardia, tali Sironi Maurizio Antonio e Zambarbieri Emiliano, decisero nel 2013 di mettere in atto un piano ardito: cercare di ottenere per le proprie figlie il buono scuola lombardo, sebbene le figlie fossero iscritte in scuole statali. Non avendo trovato il modo di ottenere questo beneficio, ricorsero al Tar, sostenendo che il sistema lombardo creava una discriminazione nei confronti degli studenti non iscritti a scuole paritarie. Il Tar, nel 2014, diede loro torto; nello stabilire questo, veniva però messo in luce dal Tar anche un elemento scorretto nel sistema della ''Dote scuola'', vale a dire la differenza tra il cosiddetto «sostegno al reddito» (che si aggiunge al buono scuola ed è destinato all'acquisto di beni, come ad esempio libri) e quella che viene definita «integrazione al reddito», avente la stessa finalità ma un ammontare inferiore, e destinata agli studenti delle scuole statali.

Contro la sentenza del Tar i ricorrenti, delusi, decidono di fare appello in Consiglio di Stato. Regione Lombardia, costituendosi in giudizio, decide anch'essa di fare appello incidentale, su quella piccola porzione di sentenza che le era avversa.

In questione c'è dunque la legittimità o meno del buono scuola; il problema dell'armonizzazione tra «sostegno al reddito» e «integrazione al reddito» è evidentemente questione secondaria.

Il Consiglio di Stato cosa decide in merito alla legittimità o meno del buono scuola? Una cosa molto semplice, comprensibile a tutti, anche ai non esperti di giurisprudenza. E qui arriviamo a citare la sentenza: «La scelta di destinare il ''buono scuola'' soltanto a studenti di scuole statali o paritarie sottoposti al pagamento di una retta non è in contrasto con i principi costituzionali, né con le pronunce del giudice delle leggi, con la normativa nazionale ed è nel solco della legge regionale di cui costituisce attuazione». Continua poi: «Le scuole private che ottengono la parità fanno parte a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione». E riferendosi proprio a quegli articoli della Costituzione che solitamente vengono sventolati da chi contrasta la legittimità del buono scuola, il Consiglio di Stato arriva alla conclusione diametralmente opposta, e cioè che «in materia di scuola ed istruzione la pluralità dell'offerta formativa è tale solo se i destinatari sono realmente posti in condizione di accedere ai percorsi scolastici offerti (anche) dalle scuole private, perché solo in tal modo si assicura la libertà di scelta e si assicura la pari opportunità». Più chiaro di così? E l'articolo 33, il famoso «senza oneri per lo Stato»? Nessun problema in questo senso, perché il sostegno è alle famiglie, e non alle scuole: «Il sistema si presenta immune dai vizi agitati, in quanto si tratta in realtà di misure finanziarie dirette agli studenti e alle loro famiglie e tese a superare le condizione di svantaggio economico, in modo tale da rendere effettiva e concreta la libertà di ''opzione''». E ancora un ultimo passaggio: «Senza tali benefici, tale libertà di scelta sarebbe soltanto un'ipotesi astratta». Come a dire: non è solo una misura legittima, ma è l'unica che assicura il pieno rispetto del dettato Costituzionale in fatto di libertà di scelta e di pari opportunità.

Ai lettori il giudizio: si tratta di una promozione o di una bocciatura del ''buono scuola'' lombardo? Fin troppo facile rispondere.

Certo, il Consiglio di Stato ha poi confermato il giudizio del Tar, in merito all'ingiustificata differenza tra «sostegno al reddito» e «integrazione al reddito», respingendo sia l'appello principale (quello dei ricorrenti contro la legittimità del buono scuola, che è il cuore di tutta la vicenda), sia l'appello incidentale della Regione (che rappresenta l'aspetto marginale della vicenda). Regione Lombardia dovrà rimediare a quest'ultimo aspetto. Ma è del tutto evidente che è questa è solo una correzione, all'interno di un sistema pienamente promosso dal Consiglio di Stato. E di tale piena e incontrovertibile promozione – al punto da affermare che solo questo sistema garantisce libera scelta e rimozione degli ostacoli economici – il legislatore dovrà ora tenere conto.

La Cgil può andare avanti finché vuole con i suoi comunicati a camuffare e manipolare la realtà. Per fortuna c'è ancora chi fa lo sforzo di abbeverarsi direttamente alle fonti, verificando i fatti. E i fatti qui parlano chiaro: il giudice amministrativo ha stabilito che o si garantisce libertà di scelta educativa anche dal punto di vista economico, o la Costituzione non viene rispettata.

Ora la politica batta un colpo.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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