CONFLITTI | 14 Maggio 2015

L'inferno siriano e i piccoli segnali di speranza

Sul Corriere Pierluigi Battista ha denunciato il «cattivo silenzio» dell'Occidente sulle atrocità commesse da Assad in Siria. Eppure anche questo richiamo rischia di non tener conto della complessità della situazione a Damasco

di COSTANTINO LEONI

L’11 maggio è apparso sul Corriere della Sera un interessante editoriale di Pierluigi Battista nel quale giustamente vengono denunciate le nefandezze e i crimini del regime di Bashar al-Assad in Siria e il «cattivo silenzio» dell’Occidente di fronte all’evidenza di questi. Battista (ma anche il sottoscritto) punta poi il dito contro l’eterno indeciso Obama, contro la Teheran antisionista che oggi è sempre più nelle grazie del presidente americano, ed infine contro i nostrani sostenitori della politica del ‘male minore’. Tutto vero, ineccepibile; ma la critica di Battista manca proprio di quel cinismo a cui lui stesso accenna (credo inconsciamente) affermando che il realismo e la verità «esigono anche una buona dose di cinismo quando si vuole osservare da lontano».

Lungi da me il voler difendere un regime come quello degli Assad, ma la verità è che stiamo assistendo impotenti ad una guerra civile sanguinosa in cui le parti in gioco sono moltissime e tutte con sfaccettature differenti, a volte spaventose. C’è innanzitutto l’esercito del regime che ha molti nemici e nessun alleato ufficiale (se non le milizie Hezbollah libanesi) e che (bisogna dargliene atto) in questo momento difende le minoranze presenti sul territorio siriano dagli attacchi dei fondamentalisti islamici. Non mi riferisco solo alla minoranza cristiana, ma anche ai profughi palestinesi presenti nel sud del paese da diversi anni e che a Yarmouk sono stati massacrati dai miliziani dell’ISIS e difesi dalle forze governative coadiuvate dai miliziani sciiti libanesi. Ovviamente stiamo parlando di un regime dittatoriale che ha da sempre utilizzato la violenza per mantenere l’ordine, per cui è evidente che non potrà mai trasformarsi in un esercito di boy scout da un giorno con l’altro. Ci sono poi i curdi siriani che tentano (con discreti risultati) di mantenere una parvenza di ordine a Nord. A Est incombe la grande ombra nera dello Stato Islamico di cui ormai sappiamo praticamente ogni cosa, anche perché ai ragazzoni di nero vestiti piace farsi un po’ di pubblicità mentre si divertono a violentare e a sgozzare yazidi, sciiti e cristiani. C’è poi l’enorme galassia delle brigate di partigiani riunite sotto la sigla FSA (Free Syrian Army). Praticamente ogni città in Siria ha una sua formazione, ciascuna con le proprie caratteristiche: ci sono i disertori dell’esercito governativo, i Fratelli Musulmani, i moderati, gli sciiti, gli alawiti, i drusi e ultimamente sono apparsi a Wadi al-Nasara (la ‘valle dei nazareni’), a ovest di Homs, delle formazioni paramilitari cristiane. Inutile dire che il coordinamento di questo esercito così variegato è praticamente impossibile (si pensi che nel dicembre 2012 si presentarono all’incontro per creare l’FSA circa 500 comandanti di diverse fazioni), e che, anche se supportati da armi e da addestratori britannici e statunitensi, la loro incidenza sul piano militare rimane minima.

Questa breve e incompleta descrizione delle pedine presenti sullo scacchiere siriano è solo per far notare che la realtà è ben più complessa di quello che i giornali ci raccontano, e in una guerra di queste dimensioni è ipocrita immaginare che non vengano compiuti massacri e atrocità di ogni genere; i massacri di Assad non sono né più né meno terribili di quelli perpetrati dalle altri parti in gioco. Perché, come fa dire il regista Terence Malick ad un marines nel suo splendido La sottile linea rossa, «la guerra non nobilita l’uomo, lo fa diventare un cane rabbioso, avvelena l’anima». Se volessimo enumerare gli errori ed errori commessi nel corso della storia da un qualsiasi stato nel mondo non basterebbe una vita. Ma siccome né il cinismo né il sacrosanto diritto di denuncia dei mali del mondo risolvono i conflitti, bisognerebbe guardare anche al poco di positivo che avviene nello strazio della Siria (ma vale per qualsiasi conflitto). Basti pensare alle scuole e alle università che rimangono comunque aperte ad Aleppo, in quella che un tempo era chiamata ‘la gemma sulla corona di Siria’. Si pensi alle commoventi celebrazioni di Pasqua sempre nella città di Aleppo, celebrazioni durante le quali cristiani e musulmani hanno pregato e festeggiato insieme. Nelle stesse città in cui venivano utilizzati dagli islamisti come scudi umani contro l’esercito di Assad, i cristiani hanno offerto di condividere le loro case con quei musulmani che invece l’avevano persa.

«Vagliate tutto, trattenete ciò che vale», diceva un certo Saulo di Tarso divenuto poi Paolo proprio a Damasco. Questo ‘realismo positivo’ con cui si dovrebbe osservare tutto e giudicare ciò che accade non è un tentativo di nobilitare i dittatori, o di scegliere il male minore, e nemmeno è un limitarsi ad assistere in maniera superficiale e distaccata alle ingiustizie del mondo. Significa invece, con intelligenza, trovare il coraggio di prendere una posizione chiara e sincera senza dover continuamente scoprirsi come ignavi a correre senza una meta da una parte all’altra della barricata; calpestando i vermi e lo schifo del mondo mentre si sorregge fieramente (ma poi neanche troppo) il bianco stendardo del nulla e del tutto.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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