LA SPIRALE DEL CONSENSO | 31 Luglio 2016

L’inutile svolta a sinistra di Matteo Renzi

Unioni civili, cannabis, l’accordo con i sindacati su pensioni e statali. Dopo la batosta delle comunali il segretario del Pd si butta a sinistra. Ma nei sondaggi sul referendum i No superano i Si’ e sull’Italicum il Pd è surclassato dai 5 Stelle

di ROBERTO BETTINELLI

La batosta delle comunali ha reso inevitabile la svolta a sinistra di Matteo Renzi. Il mito della sua invincibilità elettorale, costruito ad arte pubblicizzando ai limiti della becera spacconeria la ‘modalità 40%’ delle europee, è venuto meno definitivamente. Così il premier, che non ha mai mancato di sottolineare come il suo operato si ispirasse al democratico Clinton e al laburista Blair, si è trovato nella terra di nessuno. Ossia nel limbo elettorale dove non è più possibile fare conto sulle antiche certezze ma nel contempo non se ne acquisiscono di nuove. Perso il sostegno dei sindacati e della sinistra più giovane e irrequieta, attratta dai 5 Stelle, non è arrivato in soccorso il consenso del centrodestra. Gli elettori moderati sono rimasti fedeli a Berlusconi e Forza Italia, o in ogni caso alla coalizione da sempre avversaria del centrosinistra, preferendo come ultima ratio l’esercito di Grillo. 

Vista l’ostilità di Berlusconi verso un Nazareno bis, confermata dall’ottima prova di Stefano Parisi a Milano che ha fatto quel ha fatto, e cioè un mezzo miracolo, unicamente perché ha chiamato a raccolta la destra nella sua composizione più allargata e 'bipolare', Renzi ha dovuto cambiare strategia. Sbarrato il centro, si è buttato a sinistra. 

Non si spiega in nessun altro modo la rapidità con la quale il governo ha messo mano ai decreti attuativi per le unioni civili mentre un altro sintomo vistoso viene dalla poposta di legalizzazione della cannabis. Anche qui Renzi, consapevole degli umori del suo partito, non ha potuto fare altro che spalancare le porte del parlamento ad un disegno di legge davanti al quale il solo argine possibile è rappresentato dai centristi di Alfano. 

Un gruppo, quello di Ncd e Area Popolare, che non ha mai brillato per coraggio e per la sua capacità di 'tenuta'. La priorità è sempre andata all'obbiettivo di garantire la durata del governo prima ancora che al contenuto delle leggi. Un copione venuto clamorosamente alla luce con le unioni civili e che, con ogni probabilità, si ripeterà con il disegno di legge che prevede di poter fumare una canna senza problemi. Sono già 300 le firme raccolte in parlamento e fra i senatori e i deputati più convinti figurano esponenti del Movimento 5 Stelle e soprattutto del Partito Democratico. 

Un altro segnale del nuovo coso renziano, volto a ricucire con la minoranza dem e con la sinistra tout court, è da rintracciarsi nei recentissimi decreti attuativi sulla riforma della pubblica amministrazione. Una misura varata dall’esecutivo in pompa magna e che prevede innanzitutto stipendi più generosi per gli statali. «Bisogna sanare l’ingiustizia del blocco degli stipendi - ha detto Renzi - che sono fermi da sette anni. Occorre riaprire la fase contrattuale. Metteremo più soldi nel rinnovo dei contratti, ma bisogna che chi lavora venga premiato, mentre i furbetti vengano puniti». 

Una frase meno equivoca non ci poteva essere. Ma si tratta di un piano che contrasta drammaticamente con la perdurante superiorità dei redditi maturati nel pubblico rispetto ad un settore privato ancora sconvolto dalla crisi, con le promesse di una spending review ormai ferma al palo, con gli 800 milioni di euro di bonus destinati in modo automatico ai 48mila dirigenti di una macchina statale pletorica e inefficiente, con i 94 manager Rai che ricevono un stipendio di oltre 200mila euro lordi annui. Un'azienda, la Rai, che ha un numero folle di dipendenti, 13mila, e che nonostante la decisione del governo di inserire il pagamento del canone in bolletta non si è posta il problema di aumentare i servizi di una struttura dal bilancio sgangherato, politicizzata fino all’osso e che non regge il confronto con i competitor. 

Sono davvero lontani i tempi in cui l'enfant prodige portato in palmo di mano dal Pd e dall'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il suo vero mentore, insultava Susanna Camusso e la Cgil predicando la rottamazione immediata della classe politica. 

Il fatto è che Renzi ha deluso. E ha deluso soprattutto ‘i suoi’ al punto che ora sono i primi a fargli la guerra in vista del referendum costituzionale. Una prova che all’inizio, prendendo un abbaglio pari solo a quello di David Cameron sulla Brexit, ha giudicato di facile portata. Il risultato è stato un eccesso di personalizzazione: convinto di andare incontro ad un comodo successo, Renzi non ha esitato a ingaggiare un braccio di ferro con il popolo e l’intellighenzia della sinistra scoprendo il fianco al primo attacco utile. Che è arrivato chirurgicamente in occasione delle ultime elezioni comunali dove le sconfitte di Roma e Torino, accanto alla vittoria strappata per un soffio a Milano, hanno fatto vacillare l'esecutivo oltre che la titolarità del Nazareno. 

Ma da ottimo tattico quale è il segretario del Pd ha compreso l’errore commesso e, vincendo l’istinto che lo porta a primeggiare in ogni situazione, ha dovuto affidare ad altri l’impresa della battaglia referendaria scegliendo Maria Elena Boschi: indubbiamente telegenica ma ormai invisa ai più dopo lo scandalo di Banca Etruria nel quale è rimasto coinvolto il padre Pier Luigi descritto unanimamente dai giornali come un ex notabile Dc abituato a ricevere incarichi e poltrone. Un mondo, quello dei figli di alto lignaggio della politica toscana, in cui Renzi ha attinto copiosamente come si evince dalla posizione chiave dell’economista Tommaso Nannicini, erede del padre Rolando che è stato deputato con i Ds, poi con l'Ulivo di Romano Prodi e infine con il Pd. 

Tommaso Nannicini, attualmente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e primo consulente economico di Renzi, ha guidato il tavolo politico sulle pensioni con i vertici di Cgil, Cisl e Uil tracciando le linee di un negoziato in cui il governo ha promesso di soddisfare tutte le richieste della triplice su flessibilità in uscita, prestito previdenziale, bonus ai minorenni, 14esima per i pensionati, l’aumento della soglia Irpef per la no tax area. Al punto che dai 600 milioni iniziali la spesa è lievitata, stando ai calcoli della Uil, fino a raggiungere i due miliardi e mezzo. A nessuno, peraltro, è sfuggito che la tempistica della bozza di accordo pare fatta apposta per dotarsi di tutti gli appoggi necessari in vista del test referendario.

La sinistra sembra così essere diventata il target preferito dal presidente del Consiglio che è animato dallo scopo di non farsi bruciare dal referendum nel tentativo disperato di continuare a sedere sulla poltrona più ambita del Paese che, ed è questo il suo vero tallone d’Achille, ha conquistato in barba alle regole della legittimità democratica. 

Una strategia inedita, quindi, ma che non sta dando i frutti sperati come si comprende dai sondaggi più aggiornati sulla riforma costituzionale. Il gap che all’inizio allontanava i No dai Sì è stato gradualmente colmato fino a imporre un sorpasso. In base alla rilevazione effettuata da Scenari Politici Winpool i contrari hanno toccato quota 52,5% mentre i favorevoli sono il 47,5%. Un quadro a dir poco catastrofico per Renzi e che sarebbe confermato anche dal ballottaggio dell’Italicum dove il Pd verrebbe letteralmente massacrato dal Movimento 5 Stelle subendo un distacco di ben 10 punti.

Insomma, la svolta di Renzi rischia di essere inefficace. Forse è intervenuta troppo tardi. Ma se così fosse sarebbe solo questione di tempo per produrre le conseguenze auspicate. Ipotesi francamente poco attendibile dal momento che il referendum è alle porte. O forse perché gli elettori, in particolar modo quelli di sinistra, non hanno più fiducia nel premier. D’altronde il Jobs Act, al netto delle celebrazioni da talk show, non ha impedito un tasso di disoccupazione dell’11,6% che sale al 36,5% fra i giovani e che resta distante anni luce dai livelli precisi quando era al 6%. Ma se il problema di Renzi è davvero l’assenza di credibilità non c'è alcuna certezza che il cambio di linea assicuri la sopravvivenza del suo governo. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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