CROLLO DELLE NASCITE | 15 Marzo 2016

L’inverno demografico e la politica ottusa

Mentre il Parlamento litiga su unioni civili e utero in affitto, l’Italia vive il declino demografico. Per la prima volta nascite sotto 500mila. La denuncia del presidente Cei, il richiamo alla speranza e la necessità di politiche fiscali per le famiglie

di LUCA PIACENTINI

Una politica ottusa e inconcludente. Ottusa perché non coglie le priorità del paese. Inconcludente perché, di fronte alle emergenze, non attua soluzioni efficaci. E' desolante il quadro dell'azione di governo rispetto ad uno dei temi centrali nell'Italia di oggi. Il calo demografico sembra inesorabile, tanto da rendere calzante l'espressione dei sociologi 'inverno demografico'. Che cosa significa? Sono i dati a spiegarlo: ci troviamo in un'epoca in cui bassa natalità e invecchiamento sembrano rappresentare il miglior trend per descrivere l'andamento della popolazione. 

Non è certo il Parlamento italiano a rilanciare l'allarme sul punto. Ancora una volta è la voce forte della Chiesa e dei vescovi, del presidente Cei cardinale Angelo Bagnasco che all'apertura del Consiglio episcopale permanente, insiste sui dati impressionanti diffusi dall'Istat e riferiti al 2015: 653mila persone sono morte a fronte di 488mila nascite. Mentre in 100mila hanno abbandonato il nostro paese. Per la prima volta sono nati meno di mezzo milione di bambini. Giusto per dare un metro di misura che aiuta a vedere le dimensioni del crollo: nel 1976 le nascite furono oltre 780mila. Poi il declino con pochi, sporadici, sussulti. Crisi economica? Crisi di valori? 

Alla base di tutto non c'è il denaro, ma la speranza, rileva Bagnasco, una sostanziale assenza di fiducia. La politica non ha contribuito a generare ottimismo, checché ne dica il presidente del consiglio Matteo Renzi, che ama insistere sulla necessità di un atteggiamento positivo verso il futuro. 

Vorremmo capire per quale motivo il premier mette la legge sulle unioni civili in cima alle priorità e non politiche fiscali più eque per le famiglie. Perché si insiste tanto in una direzione che porta inevitabilmente ad equiparare unioni diverse alla famiglia naturale, di fatto quindi indebolendola, e non si progettano interventi davvero capaci di favorire la crescita proprio perché fanno leva sul nucleo vitale del paese?

Il Forum dell'associazione delle famiglie ha denunciato in più occasioni il rovesciamento della gerarchia delle priorità. Nel chiedere il ritiro del ddl sulle unioni civili il presidente Gigi De Palo ha invitato i parlamentari a concentrarsi su ciò che è urgente: «Adesso occupiamoci delle famiglie italiane in difficoltà - è l'appello del forum - in Italia, da anni ormai a crescita zero, non nascono bambini perché fare un figlio significa nella gran parte dei casi cadere sotto la soglia di povertà grazie anche ad un fisco vecchio e iniquo. Questo è il Paese reale, queste sono le priorità assolute degli italiani. Di queste dobbiamo occuparci. Di queste deve occuparsi chi vuole governare con responsabilità il Paese». 

Tanto più che a livello demografico abbiamo raggiunto il livello più basso dall'Unità d'Italia. È chiaro: ‘avere figli’ non significa concedere il ‘diritto di avere figli’. Come se fossero oggetti, cose di cui disporre. No alla stepchild adoption, no al mercato dell'utero in affitto, no al traffico dei diritti: guardiamo a ciò che abbiamo di fronte, è come se dicesse il presidente della Cei, a quello che ha costruito l'Italia: la famiglia naturale, composta da un padre e una madre aperti alla vita, «il più grande capitale di impresa e di solidarietà, un tesoro da non indebolire e disperdere con omologazioni infondate, trattando nello stesso modo realtà diverse».

Al di là delle dichiarazioni di intenti, cosa ha fatto il governo per le famiglie? Poco o niente. Prendiamo gli 80 euro, misura a pioggia che consideriamo sbagliata perché rappresenta un semplice rattoppo, un aumento di spesa che non incide sui problemi strutturali. Cosa spetta alle famiglie con figli? La verità è che sono penalizzate. «E’ applicabile solo ai redditi fino a 24.000 euro (e in misura ridotta da 24 a 26.000) indipendentemente dalla composizione del nucleo familiare - sottolineano le Famiglie numerose - Un capofamiglia che avesse un reddito anche di poco superiore ai 26.000 e che avesse più figli a carico, non potrebbe beneficare di detto bonus. Poi si applica solo ai lavoratori dipendenti ed escludendo quindi i lavoratori autonomi o titolari di imprese, di fatto una discriminazione di trattamento fiscale (come ce ne sono tante)». 

Agenda parlamentare che non tiene conto delle priorità del paese, misure economiche insufficienti, calo demografico apparentemente inarrestabile: ce n'è abbastanza per rimboccarsi le maniche, cambiare rotta e lavorare davvero perché l'Italia esca dalle sacche della crisi.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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