LOTTA AL TERRORISMO | 28 Settembre 2015

L’Isis, la Russia e la debolezza dell'Onu

Mentre la Francia bombarda, si muove la Cina e Putin spiazza tutti lavorando a una coalizione rivale anti-Isis, all'Onu va in scena il rito inconcludente dell’Assemblea generale. Ma i leader mondiali non trovano un accordo per fermare lo Stato islamico

di LUCA PIACENTINI

È la seconda volta in un mese. Svelto e quasi plateale, spingendo per un centro di coordinamento militare anti Isis a Baghdad tra Russia, Siria e Iran, il presidente Vladimir Putin ha sorpreso ancora una volta capi di Stato e analisti internazionali. Soprattutto ha colto in contropiede l'amministrazione americana, spiazzata da quello che sembra sempre più un tentativo di creare una coalizione contro lo Stato islamico alternativa al gruppo di governi guidato dagli Stati Uniti. 

L'oggetto della discordia ha un nome: Bashar al Assad. Il dittatore ha l’appoggio di Putin, mentre molti in Occidente farebbero a meno di lui. A partire dal presidente Barack Obama che, parlando all’Assemblea generale dell'Onu lunedì 28 settembre ha criticato duramente la posizione russa: «Gli Stati Uniti non possono risolvere da soli i problemi del mondo», ha detto ma «ci sono potenze che si muovono in contraddizione col diritto internazionale. C'è qualcuno che dice che dovremmo sostenere tiranni come Assad, perché l'alternativa è molto peggio». Dopo la stoccata, l’apertura: gli Usa comunque «sono pronti a lavorare con qualunque nazione, comprese Iran e Russia, per risolvere la crisi siriana». 

Per alcuni analisti l'obiettivo del presidente russo è chiaro: si tratterebbe di costituire in tempi brevi un'alternativa alla coalizione americana, che includa anche la Siria e l'Iran. Assad rimarrebbe al suo posto per consentire e agevolare una transizione alla pace. Putin ha inviato uomini e mezzi. Sarebbe pronto a passare all'azione contro il nemico dichiarato, quello Stato islamico che avanza e dilaga, apparentemente senza incontrare un vero e proprio argine. Che sarebbe efficace in un solo modo: grazie ad un accordo tra i principali attori regionali e le potenze mondiali. Ma se da un lato gli stati islamici a tradizione sunnita e sciita sono lontani dal trovare una mediazione, dall’altro Stati Uniti e Russia sembrano irriducibili antagonisti nella partita. Il problema è che, nonostante i richiami fuori tempo massimo del segretario generale Ban Ki Moon, che denuncia «quattro anni di paralisi diplomatica del consiglio di sicurezza» i quali hanno fatto sì «che la crisi siriana andasse fuori controllo", il Palazzo di vetro non appare in grado di assolvere la funzione per la quale è stato costruito e che lo stesso Obama ha richiamato ricordando nel suo intervento come dopo il secondo conflitto mondiale l'Onu abbia collaborato con gli Usa per scongiurare una terza guerra.

La domanda è questa: quale credibilità può avere un organo, come le Nazioni Unite, che elegge a capo del Consiglio per i diritti umani un esponente del governo dell'Arabia Saudita, che si colloca tra i paesi con il più alto numero di violazioni segnalate da organi indipendenti, violazioni di quei diritti umani che proprio in virtù di questa nomina dovrebbe contribuire a tutelare? La risposta non serve. La domanda è retorica. Il luogo di questa mediazione tra le parti che sola, decidendo una visione univoca sul futuro dell’area occupata dall’Isis, potrebbe imprimere la svolta che ancora oggi manca, è assai improbabile sia l'assemblea dell'Onu. Per sciogliere il bandolo della matassa occorre guardare agli unici attori dotati di potere reale nel mondo: gli Stati nazionali. Governi in carica muniti di armi diplomatiche ed eserciti reali. Sono certamente la più grande potenza del mondo, che resta l'America, accanto alle altre nazioni leader regionali d'oriente, Russia in testa, a dover costruire l'intesa. 

Tutto questo in teoria. La ‘pratica’ è diversa. I segnali che arrivano infatti dalla zona più calda del pianeta sono tutt’altro che rassicuranti. Il sito Difesa Online scrive che «secondo quanto comunicato dal governo di Damasco, una nave da guerra cinese sarebbe in rotta verso la Siria: attualmente si troverebbe nel Mediterraneo». Informazioni analoghe sul portale specializzato Debka. Riporta la notizia anche il direttore del centro di ricerca sul terrorismo Itstime dell'Università cattolica di Milano, Marco Lombardi, citando l’informazione, passata sostanzialmente sotto silenzio, soprattutto in Italia, per cui «navi da guerra cinesi hanno passato Suez per dirigersi verso Tartus ... base russa sul Mediterraneo e seconda città siriana». 

L'esperto commenta queste prime informazioni, che attendono conferme, registrando ciò che emerge con chiarezza: «Una progressiva riaggregazione delle due potenze (Russia e Cina) intesa a ridefinire concordemente la reciproca egemonia in Asia centrale». La conclusione di Lombardi lascia intravedere un futuro a tinte fosche: «Ancora una volta, il ritardo Euro Americano nel comprendere e intervenire sullo scacchiere mediorientale avvantaggia tutti i competitor». Con buona pace dell'Onu.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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