TERRORISMO | 12 Gennaio 2015

L’Islam che il Califfo non vuol farci conoscere

L'Isis è in guerra anche con l'islamismo sufi e la sua predicazione pacifica

di COSTANTINO LEONI

A partire dal  2011 l’Islam più radicale salafita e wahabita ha iniziato una vera e propria campagna di distruzione dei santuari e dei mausolei sufi. Libia, Egitto, Tunisia, Siria, Somalia, Mali, praticamente ogni nazione in cui il terrorismo islamico si è imposto quale minaccia stabile e concreta, ha visto la distruzione (parziale o totale) dei luoghi di culto appartenenti a quello che è il corpo mistico dell’Islam. Il sufismo è bollato dai seguaci di Al-Baghdadi come “haram” (peccato/eretico) poiché in esso è previsto il culto dei santi, degli uomini pii e devoti, e questo non è ammissibile dato che “Dio è unico” e solo Lui può essere venerato.

Ma forse c’è un altro motivo per cui i sufi fanno tanta paura al Califfo, ed è certamente più concreto di quest’arida disputa teologica (essa infatti è sempre esistita nella storia dell’Islam, ma raramente si è assistito ad una tale violenza). “La moschea divide, la tomba del sufi unisce” recita così un antico detto copto, ed è proprio qui che sta il timore degli integralisti, e cioè che esista un Islam che non affronti il diverso con la Jihad della spada ma con il dialogo e l’esempio. Il vero sforzo (jihad) per i sufi è quello che un hadit di Maometto definisce come “grande Jihad”, e cioè lo sforzo per autoemendarsi contrastando le pulsioni passionali dell’io.

Nell’Islam esistono tre gradi di fede: islam, e cioè accettazione e obbedienza ai precetti della religione; iman, vale a dire la fede (in Dio, nei suoi profeti, nella fine del mondo e nella predestinazione); ed infine ihsan che significa “fare il bene, creare bellezza”. È questo dunque lo scopo del mistico musulmano, questo quello che spaventa il Califfo e gli estremisti: agire bene e fare il bene (anche nei confronti degli “infedeli”) per giungere a contemplare direttamente il volto di Dio. I sufi hanno sempre convissuto in aperto scontro con gli ulema e gli esperti di giurisprudenza islamica, ma è oggi che il cancro del fondamentalismo sta dando loro il colpo di grazia.

È impressionante pensare che in questi giorni, nella stessa moschea, possano pregare uno accanto all’altro sostenitori dei fratelli Kouachi che adorano la morte più di quanto noi occidentali amiamo la vita e musulmani che leggono versi come questi di Nuruddin (XIV secolo):

Dio mio Ti ringrazio perché fai che questo cuore non si addormenti nelle comuni certezze,/ ormai arreso alla Tua sola evidenza esso è stanco di tutte le filosofie e teologie che come tante chiacchiere non permettono di ascoltarTi nel silenzio./ Ti ringrazio quando fai un nulla del mio nulla, ed in esso Ti percepisci e Ti contempli in tutte le forme di me stesso./ Ogni momento è il Tuo momento che inebria ogni presente./ Solo questo vale.//

È dalla bellezza dunque che l’Islam deve ripartire per interrompere quel meccanismo di autodistruzione di cui in questi giorni ha parlato il presidente egiziano Al-Sisi. Una bellezza che non è estranea ad una religione oggi purtroppo associata a teste mozzate, crocifissioni e frustate, ma che è stata dimenticata proprio dagli stessi musulmani. Cosa possiamo dunque fare noi occidentali oggi, oltre che combattere senza sosta la barbarie e il culto della morte? Possiamo stare fermi a guardare mentre una civiltà si disgrega e si trasforma in mostro davanti ai nostri occhi compiaciuti, oppure possiamo contribuire a salvare l’Islam dal male che lui stesso ha creato. Secoli fa furono i cristiani ad aiutare i musulmani analfabeti a trascrivere il Corano, ad insegnare loro le arti e la bellezza, oggi noi siamo chiamati a fare lo stesso coscienti del fatto che “noi non siamo come loro” ma “siamo anche per loro”.

Come diceva Louis Massignon, un grande studioso cattolico di mistica islamica formatosi nella Parigi di Claudel, Huysman e Charles de Foucauld:

“Non si tratta di disertare la Cristianità per passare all’Islam, o dal campo atlantico per passare all’altro. Ma dobbiamo, forma servi accipiens, aiutarli a trovare in se stessi la liberazione, intuendo in essi quel viso di Cristo sottoposto agli oltraggi, redentore, che ci ha invogliati ad amarli, e per questo ci ha resi grandi”.   


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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