LA DIFFICILE VIA DEL DIALOGO | 23 Novembre 2015

L'Islam e quella piazza deludente

Sabato 21 novembre il mondo islamico doveva scendere in piazza a Roma e Milano per dire no al terrorismo. Ma è stata una manifestazione deludente

di ROSSANO SALINI

La piazza degli islamici che dovevano manifestare contro il terrorismo si è rivelata un flop. Certo, rimane l'aspetto simbolico, il significato del gesto, come molti si sono premurati di precisare. Altri poi dicono che ci sono stati diversi fattori che hanno nuociuto alla buona riuscita della manifestazione, e anche questo è vero. E poi il mondo islamico non è ben organizzato come la Chiesta cattolica. E tanto altro ancora.

Ma il dato resta. La manifestazione di sabato 21 novembre per radunare il mondo islamico italiano nelle piazze di Roma e Milano al fine di dire un 'no' secco al terrorismo è stata una delusione. O meglio: è stata l'immagine plastica dei tanti problemi irrisolti nella comunità islamica, e che i difensori a oltranza dell'Islam moderato come prima vittima dell'Islam estremista non riescono a guardare in faccia con la giusta attenzione e il dovuto realismo.

Invece quei problemi ci sono. E non riguardano solo l'aspetto quantitativo della scarsa affluenza alla manifestazione, così come sbandierato dall'opposta e ugualmente ideologica fazione di chi parla dell'Islam come di un'esclusiva accolita di bastardi terroristi.

Il problema è innanzitutto qualitativo. L'Islam deve fare un vero e proprio salto di qualità, e superare tutte quelle ambiguità e quelle falsità che la piazza di sabato ha messo in luce.

Un esempio che possa chiarire. Guardando i cartelli esposti dai manifestanti saltavano all'occhio molte frasi o fuorvianti o povere di significato. Già il motto «Not in my name» è di scarsissima efficacia: sembra più un lavarsi le mani, che un voler prendere di petto la situazione con un'assunzione di responsabilità e una voglia di cambiare le cose. Per non parlare poi dei cartelli «No al terrorismo, sì alle moschee»: nel momento in cui è necessario un chiarimento, si mette invece sul piatto una rivendicazione. E lo si fa spostando sul piano politico-amministrativo quello che invece è un problema profondo, di carattere culturale e religioso. Senza poi considerare che, come tutti ben sanno, nei paesi vittima degli attacchi terroristici (come la Francia) da tempo proliferano le moschee. Che pertanto non rappresentano affatto un argine al fenomeno, semmai il contrario.

Ma forse quelli più significativi di tutti erano i cartelli che riportavano una pseudo-citazione dal Corano: «Chi uccide un uomo uccide l'umanità intera». Una frase assai nota, già usata in diverse circostanze pubbliche dai difensori dell'Islam, e che rimanda al versetto 32 della Sura 5, la «Sura della mensa».

Si tratta però, come detto, di una storpiatura. Il testo corretto recita infatti così (cito dall'edizione Rizzoli con traduzione di Alessandro Bausani): «Per questo prescrivemmo ai figli d'Israele che chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un'altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l'umanità intera. E chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all'umanità intera». Come risulta subito chiaro, la non uccisione non è un dato assoluto, ma è condizionato da una precisa clausola: vale solo nei confronti di chi non abbia ucciso o portato corruzione. Un versetto già abbastanza chiaro nel suo significato letterale, sempre che lo si voglia citare per intero; e che per di più è stato così spiegato dal Seguace del profeta Maometto Sa'id ibn Jubayr: «Chi si permette di versare il sangue di un Musulmano, è simile a chi si permette di uccidere tutta l'umanità. Chi impedisce di versare il sangue di un solo Musulmano, è come chi impedisce lo spargimento di sangue di tutta l'umanità». La restrizione relativa agli uomini che non portano corruzione nel mondo coincide così con l'identificazione degli uomini di religione musulmana. Come possiamo bene vedere, si tratta dunque di un passo per nulla rassicurante.

L'esempio è dunque rivelatore. Non si tratta semplicemente di una precisazione erudita, per falsificare la validità dello slogan. Il punto è un altro: non è barando sul testo del Corano che i musulmani possono riconquistarsi una credibilità che per forza di cose il dilagare del terrorismo di matrice islamica ha incrinato. L'esempio mette in luce quel tentativo di fare un brutto compromesso al ribasso, dove gli occidentali chiedono agli islamici di essere più all'acqua di rose (cioè di de-islamizzarsi un po' come loro si sono scristianizzati) e gli islamici moderati dal canto loro fingono un Islam che non c'è, e che pertanto lascerà sempre spazio aperto agli integralisti che rifiutano di essere rappresentati da chi nemmeno cita il testo sacro in maniera corretta.

Da parte occidentale l'errore è duplice: o si ritiene (e si afferma con modi spesso approssimativi e volgari) che l'Islam sia solo violenza, negando la possibilità che ci siano persone che vivano la loro religiosità in maniera autentica dentro l'alveo del messaggio proveniente dal Corano; oppure si ritiene che l'Islam fondamentalista sia frutto di un ''eccesso di fede'', sanabile solo con un abbassamento della pretesa religiosa, prodromo del medesimo fenomeno che in occidente ha portato alla scristianizzazione. Grave errore, quest'ultimo. Perché il fondamentalismo non nasce affatto dove c'è troppa fede, ma dove ce n'è troppo poca: è un'ideologia di stampo politico che colma un vuoto religioso. Il fanatico non è una degenerazione del santo: è una degenerazione del tiepido, che non trovando le proprie ragioni nella religione le cerca nell'ideologia.

A tutto questo l'Islam non può rispondere spacciando un Corano a buon mercato. Deve lavorare per dimostrare la forza religiosa del messaggio coranico, e testimoniare la possibilità di vivere autenticamente il proprio senso religioso nel rispetto di un Islam non falsato. A prescindere da quanto il messaggio di Maometto sia fededegno, è infatti evidente che persone di buona volontà nate e cresciute nel mondo islamico possano genuinamente rappresentare una religiosità vissuta in maniera piena e, pertanto, certamente positiva.

La strada del dialogo dunque è ancora lunga. E non bastano certo gli slogan di piazza per tracciare un percorso che è fatto invece di un serio lavoro, culturale e religioso, in cui in questo momento purtroppo né l'occidente né il mondo islamico sembrano seriamente impegnati.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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