ELEZIONI | 06 Giugno 2017

L’Italia nella palude? Ricordatevi il perché

Tre governi in 4 anni. Con la stampella dei vituperati partitini. Annunciando riforme fantasma e lasciando il Paese oppresso da tasse, debito e burocrazia. Cosa dobbiamo ricordare in cabina elettorale. Primo vademecum in vista del voto (alle politiche)

di LUCA PIACENTINI

Inutile dire di chi stiamo parlando. Per una volta, basta denunciare che cosa hanno fatto e non hanno fatto per il nostro Paese. Una carrellata da tenere bene a mente, soprattutto adesso, mentre scorrono i titoli di coda della legislatura e l’Italia è proiettata verso il voto. Il minimo da fare è ricordarsene a onor del vero. Il massimo sarebbe non dimenticarsene nel segreto dell’urna. Usando il mezzo principe, dando l’unica vera sanzione democratica: mandare a casa una classe politica che ha dimostrato inconcludenza, incapacità, inettitudine. E che quindi non merita la fiducia degli elettori. 

In quattro anni non hanno dato vita ad governo stabile, ma a tre esecutivi dalla connotazione politica confusa e pasticciata. Hanno governato senza imbarazzo con la stampella dei tanto vituperati partitini, arnesi vari di una coalizione di un tempo che fu. Hanno lanciato il taglio delle partecipate, additate a veri poltronifici e mali assoluti del Paese, dimenticandosi però di estrarre dal cassetto l’arma legislativa con cui calare la mannaia. 

Si sono riempiti la bocca di una spending review mai realizzata, tra i turnover dei commissari designati di turno e le paginate sui giornali con l’improbabile elenco degli sprechi pubblici ormai prossimi alla fine.

Hanno lanciato una riforma del lavoro di cui (forse) rimarrà soltanto il nome (inglese). 

Hanno utilizzato soldi pubblici per fare propaganda: dagli 80 euro in busta paga ai 500 euro con cui mandare al cinema i diciottenni. 

Ed ora la serie negativa. Non hanno abbassato le tasse: la pressione fiscale da capogiro è ancora tutta lì, sulle spalle degli italiani, delle famiglie costrette ad attingere al patrimonio dei nonni (se c'è) per tirare avanti, e delle imprese lasciate sole a fronteggiare ad armi impari la concorrenza sleale delle economie emergenti, attori costretti (ma i nostri imprenditori lo sanno fare bene) a rimboccarsi le maniche per trasformare in opportunità la minaccia di una globalizzazione inarrestabile. 

Non hanno toccato il debito pubblico. Che resta uno dei principali del pianeta, il nervo scoperto che il commissario europeo di turno è pronto a mostrare ai mercati per costringere l’Italia a rigare dritto e (forse) a non alzare troppo la testa in questa Europa ad una sola velocità (quella del Nord). 

Non hanno riformato la giustizia civile velocizzando i processi e ammodernando l’apparato giuridico a beneficio di chi, in Italia o dall’estero, vorrebbe investire ma preferisce farlo altrove.

Non hanno tagliato la burocrazia, non hanno ridotto in modo accettabile i tempi di pagamento della pubblica amministrazione. 

Non solo (udite udite) non hanno abolito le impopolari Province, che sono ancora lì, con l’unica differenza che ora i cittadini non scelgono più il presidente (insomma hanno tolto levato di mezzo soltanto il voto democratico); non hanno neppure lasciando soldi sufficienti a garantire le funzioni istituzionali a questi enti intermedi, scaricando la patata bollente alle Regioni, costrette a farsi carico degli errori dello Stato centrale. 

Insomma: di chi parliamo l’avete capito. Ora decidete un po’ voi se sanzionarli con una bella bacchettata elettorale o tenerveli per altri cinque anni.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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