MIRACOLO EUROPEO | 18 Giugno 2016

L’Italia plebea di Conte vince perché è una vera squadra

Azzurri agli ottavi dell'Europeo. E senza bomber o campioni. Solo grazie a grinta, umiltà, spirito di squadra. Ecco la grande differenza con l’Italietta politica di Renzi: egoista, divisa, spocchiosa e inconcludente

di ROBERTO BETTINELLI

La maglia degli azzurri è un simbolo duro a morire dell’unità nazionale. Il solo che ormai sembra rimasto agli italiani dopo che il renzismo ha sferrato il suo attacco mortale alla costituzione entrata in vigore nel ’48. Un documento, quello che ha tenuto a battesimo la Repubblica, indubbiamente migliorabile, pieno di difetti e incertezze, frutto di un accordo motivato più dalla paura che non dall’efficacia. Ma toglierla di mezzo con un colpo di mano parlamentare e con l’aiuto di deputati e senatori voltagabbana, dediti al più ignobile trasformismo, è un errore che costerà caro. Alla politica. Tutta. E alLa democrazia che per ben funzionare, e durare nel tempo, ha bisogno di esempi dall’alto. 

Il Paese è spaccato, in preda alle faide dei renziani e anti renziani. I sindacati si ribellano contro il governo e i posti di lavoro seguitano a non arrivare, soprattutto per i giovani. Le imprese chiudono uccise dal cocktail micidiale di tasse, burocrazia e una globalizzazione darvinista che i governanti, per incapacità e cupidigia, non riescono minimamente ad arginare. Regioni e Stato centrale entrano in rotta di collisione polverizzando il granito della rappresentanza. L’Europa a trazione tedesca snobba il sud del vecchio continente aprendo le porte della penisola all’invasione. Mentre subiscono impunemente tutto questo agli italiani non resta che condividere gioie e dolori con l’Italia di Antonio Conte. 

La partita con la Svezia non ha eguagliato per ritmo e guizzi di fantasia quella col Belgio, ma si è conclusa con una vittoria esemplare. E’ un’Italia plebea, senza grossi nomi di bomber e campioni, dove è l’impegno e non l’eccezione a fare la differenza. Ma è un’Italia che vince. Almeno per ora. Ed è già un mezzo miracolo. 

Conte, urla, incita, motiva. Minaccia persino pur di non assistere alla resa dei suoi uomini. E loro non deludono. Ubbidiscono. Accettano la lezione dello sport che è tanto invisa in una società smidollata e sfiancata dai particolarismi: il rispetto per l’autorità e la subordinazione ad un obbiettivo comune. Lottano e conducono a termine il compito assegnato con l’umiltà dei portatori d’acqua. Giaccherini e Pellè contro i belgi, Eder contro gli svedesi, ma è tutto il gruppo a non mollare dimostrando che nell’Italia del renzismo si può ancora rimanere uniti ed essere davvero una squadra.

L’Italia di Conte piace perché trasforma individualità che sono tutto tranne che altisonanti in un corpo solo. Sono finiti i tempi di Baggio, Del Piero, Vieri, Totti. Gli astri attorno ai quali si costruivano gli squadroni del passato. Oggi non ci sono nomi consacrati né campioni del calibro di Ibrahimovic, Ronaldo, Muller, Rooney. Ma dopo due partite gli azzurri vantano una porta inviolata e tre goal strappati con la grinta che rasenta la disperazione e che appartiene unicamente a chi sa di non potere contare su comode rendite. 

Conte si sbraccia ma non perde lucidità e non sbaglia il cambio decisivo contro la Svezia: il fortunoso Zaza lancia verso la rete l’oriundo Eder e anche qui è la fame a prevalere sulla classe.

Ora gli azzurri sono agli ottavi. Nessuno se l’aspettava. Niente calcoli come ha ben detto il mister prima della Svezia. Le furberie qui non sono di casa. Chi c’è c’è. Si punta a vincere. Spagna, Germania o altro. La modalità per riuscirci ormai la si conosce: cuore e fatica. Sicuri solo di una cosa: la coesione della squadra. L’unità. E’ questa la grande differenza con l’italietta di Renzi, frantumata da invidie e rivalità, e che assomiglia così tanto al suo leader. Arrogante, solo e inconcludente. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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