RIFORMA ELETTORALE | 28 Gennaio 2015

L'Italicum e il futuro del centrodestra

Italicum: la soglia di sbarramento è al 3%. Ma così gli elettori capiranno se hanno a che fare con partiti e leader che puntano a tutelare posizioni di rendita o a governare il Paese. Le forze di centrodestra devono unirsi

di ROBERTO BETTINELLI

I partiti possono essere divisi in due categorie: ‘nani’ o di governo. I primi esprimono un ‘quid’ troppo parziale per essere esteso a tutto il Paese e la loro azione finisce per coincidere con la salvaguardia delle élites che li guidano; gli altri, invece, sono mossi da un’aspirazione più grande, hanno un progetto che nasce da un’idea complessiva della nazione e sono convinti di avere le credenziali per lottare in vista di una vera leadership. Lo stesso vale per i leader politici. C’è chi ambisce alla semplice visibilità utilizzando in modo strumentale il tema democratico della rappresentanza delle minoranze e c’è chi, al contrario, non riesce a immaginarsi se non in termini di maggioranza e vuole prendere decisioni che abbiano una valenza comunitaria.  

Le due categorie di leader e di partiti sono ben distinte. Ma non sempre sono facilmente distinguibili. Grazie all’Italicum, però, lo saranno molto di più. Sarà cioè evidente a tutti chi vuole assumersi il rischio e la responsabilità di governare e chi, invece, vuole solo difendere posizioni di rendita. Un vantaggio non indifferente per gli elettori che devono decidere a chi dare il proprio voto. 

L’Italicum ha anche altri meriti. Fra questi c’è la governabilità che viene garantita attraverso il premio di maggioranza per la lista che supera il 40% dei voti oppure, nel caso in cui nessuno dei contendenti raggiunga la soglia, tramite il ballottaggio fra chi ha ottenuto il primo e secondo posto. In entrambi i casi una cosa è certa: si saprà chi ha vinto e chi ha perso. Un risultato non del tutto scontato per un Paese come il nostro dove, al termine delle votazioni, si fatica spesso a individuare vincitori e vinti. 

Un altro punto di forza della nuova legge elettorale sta nel metodo che l’ha vista nascere. L’Italicum è il frutto del Patto del Nazareno, ovvero dell’accordo fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi che ha retto nonostante l’ostilità dell’ala dissidente del Partito Democratico. La bontà della riforma elettorale deriva soprattutto dal fatto che si tratta di una regola condivisa. 

Renzi e Berlusconi hanno scelto l’unica strada possibile per riscrivere una ‘legge di sistema’ che riguarda tutti gli attori in gioco. Nel Pd non tutti condividono la linea del segretario. Per la minoranza interna non esiste nessun motivo che possa portare a una trattativa con il Cavaliere. Si tratta di un comportamento irresponsabile, fazioso, antidemocratico ed è il segno di una fragilità strutturale che ha origine nel progetto politico che sta alla base della storia di quello che oggi appare il più grande partito italiano. L’addio patetico dell’ex segretario della Cgil Cofferati dopo la clamorosa bocciatura alle primarie in Liguria, il persistente e accurato lavoro di sabotaggio portato avanti dai vecchi Bersani e D’Alema in alleanza con i nuovi Civati e Fassina, l’assenteismo di massa alle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna, il calo dei tesseramenti che si riscontra a livello nazionale sono tutti segnali di una mancanza di coesione che discende da una mancanza d’identità. 

Un altro grande merito dell’Italicum sta nella possibilità che viene concessa agli elettori di capire in anticipo chi hanno di fronte. La soglia del 3% che consente alle forze politiche di accedere al parlamento, come ha ben rilevato l’editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, è troppo bassa. In questa situazione qualsiasi ‘partitino’ potrebbe aspirate ad avere la sua rappresentanza. Sarebbe stato meglio, secondo Panebianco, che fosse alzata la soglia. In questo modo le formazioni minori sarebbero state costrette ad unirsi e il Pd renziano avrebbe avuto qualche chance di essere ostacolato da una opposizione degna di questo nome, invece di trovarsi davanti a uno scenario di partiti ‘nani’, deboli e inconcludenti. Una critica intelligente, puntuale, ma solo in parte veritiera. 

La soglia del 3%, infatti, non è una formula obbligatoria, un ordine perentorio che non può essere evitato per nessun motivo. I leader dei partiti sono liberi di decidere se porsi come sfida la semplice sopravvivenza oppure se puntare più in alto, anche in assenza di un esplicito obbligo dettato dalla legge. Se i partiti decidono di accontentarsi del 3% senza confluire in un’unica lista, senza quindi attivarsi per competere davvero e assicurarsi il premio di maggioranza, è evidente che la loro intenzione non è governare il Paese. L’obbiettivo di questi partiti, e quindi dei loro leader, è la mera sopravvivenza. 

Oggi risulta difficile non prendere atto che il Pd appare la sola forza in grado di agguantare il 40% dei consensi e risulta altrettanto difficile non cogliere la fragilità di Ncd, Forza Italia, dei gruppuscoli che discendono da Alleanza Nazionale o della stessa Lega ‘pigliatutto’ di Salvini che più cresce nei sondaggi e più sembra condannata a uno sterile isolamento. 

Le formazioni politiche che dicono di appartenere all’area del centrodestra, per non essere identificate con i partiti ‘nani’ che abbiamo descritto, devono tornare a collaborare e costruire un blocco unitario, ben riconoscibile alle urne, con un solo candidato premier e un programma che esprima una visione alternativa alla sinistra. Se con la Lega l’avvicinamento diventa sempre più difficile a causa di un leader che sembra non voler sedersi al tavolo con nessuno, non può e non deve esserlo tra Forza Italia e il Nuovo centrodestra che insieme a Udc e a ciò che resta dei centristi di Scelta Civica possono sfruttare la carta vincente della comune appartenenza al Partito Popolare Europeo. 

Ma se le forze di centrodestra decidono di andarsene ognuna per proprio conto sacrificando la strategia dell’unione, la sola che ha consentito in passato di battere la sinistra, significa ammettere che non si è più in grado di dare vita a una visione abbastanza forte, convincente e comprensiva per contendere il potere a chi è convinto di avere già la vittoria in tasca. Significa scegliere, come ha osservato giustamente Panebianco, la comoda strada della tutela delle ‘oligarchie’ piuttosto che correre il rischio di governare il Paese. 

Grazie all’Italicum tutto questo avverrà alla luce del sole. Gli elettori sapranno fin dall’inizio della campagna elettorale se avranno a che fare con leader ‘nani’ o di governo. E saranno loro a decidere se stare dalla parte di chi ha in mente soltanto la propria autotutela o dalla parte di chi ha il coraggio di interpretare la poltica come cura del destino comune. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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