I 60 ANNI DEI TRATTATI | 31 Marzo 2017

«L’UE accetti il rischio: serve una svolta radicale»

Immigrazione, crisi economica, Brexit. Parla l’eurodeputato Salini (FI): «Per affrontare le sfide, all'Europa non basta la Dichiarazione di Roma. L’UE accetti il rischio: subito una Conferenza intergovernativa per ridiscutere i trattati»

di REDAZIONE

A pochi giorni dalla celebrazione dei Trattati di Roma che nel 1957 posero le basi per lo sviluppo della Comunità europea, l'UE subisce la prima battuta d'arresto formale della propria storia: il 29 marzo la premier britannica Theresa May ha infatti attivato l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia ufficialmente il percorso che entro due anni condurrà il Regno Unito fuori dall'Unione Europea. Non era mai accaduto che uno Stato membro uscisse, finora l'UE ha sempre vissuto allargamenti. L'arretramento ad un'Unione a 27 sarà il primo passo verso la disgregazione o l'Europa saprà trovare la strada per reagire? Quali misure mettere in campo per rispondere ai problemi dei cittadini, tra i quali, stando alle rilevazioni di Eurobarometro, sembra ormai sempre più diffusa la scarsa fiducia verso le istituzioni di Bruxelles? Ne parliamo con Massimiliano Salini, europarlamentare di Forza Italia e membro del Partito Popolare Europeo.

Onorevole Salini, nella settimana della Brexit, lei insiste con i satelliti Galileo e scrive alla Commissione UE denunciando i rischi di un’esclusione dell’Italia dalla fornitura tecnologica, a beneficio della sola Germania. C’è un nesso tra le due cose?
Sono facce della stessa medaglia: due indizi evidenti dei gravi problemi strutturali dell’Europa. Il divorzio di Londra è un capitolo della brutta storia scritta dall’UE negli anni della sua peggiore crisi economica e politica. I pesanti condizionamenti della Germania sulle istituzioni europee riflettono invece una debolezza di sistema. Ma non solo. 

Di chi altri è la colpa? 
Non possiamo tralasciare le responsabilità degli Stati membri. Per difendere gli interessi dei cittadini delle singole nazioni, occorrono Stati forti, democrazie efficienti e apparati funzionanti. A cominciare dal nostro. Se vuole farsi ascoltare, l’Italia deve rigare dritto sui conti pubblici e attuare sul serio le riforme. Non possiamo certo cambiare l’Europa, se non siamo disposti a fare di tutto per migliorare a casa nostra. E qui le colpe sono anzitutto della sinistra. 

In che senso?
Per tre anni Matteo Renzi e il Partito Democratico hanno illuso gli italiani che bastava alzare la voce e cinguettare su Twitter per trattare con la Commissione UE. Voglio essere franco: in Europa Renzi ha credibilità politica pari a zero. Mostrava i muscoli per nascondere la povertà della sua azione di governo. Ha generato solo diffidenza e incomprensioni, lasciando il nostro Paese in mezzo al guado e con il rischio di una procedura di infrazione. 

E la flessibilità che si vantava di avere ottenuto?
La flessibilità è un’illusione ottica, i parametri europei sono rigidi. La coperta è sempre la stessa: se spendi da una parte, poi devi tagliare dall’altra. Non a caso da settimane c’è giustamente preoccupazione a causa del possibile aumento di imposte per coprire i tre miliardi di manovra correttiva richiesta dall’Europa. Se anche il governo Gentiloni trovasse il modo di uscire dall’impasse senza troppi danni, resterebbero i 20 miliardi di clausole di salvaguardia pronte a scattare nel 2018. Tra l’altro, un anno cruciale per le elezioni. 

Cosa c’entrano le urne?
L’eredità del renzismo è fallimentare. Usando una metafora, potrei dirle che l’ex premier ha offerto all’Italia il frutto avvelenato delle mancate riforme, peggiorando i conti pubblici e lasciando dietro a sé solo problemi irrisolti, rabbia e delusione. In questo modo, però, e qui vengo alle elezioni, ha alimentato l’antipolitica. 

Non le sembra di esagerare? 
Secondo lei perché nei sondaggi i Cinque Stelle continuano ad oscillare intorno al 30%, nonostante l’improvvisazione e senza avere ottenuto risultati nelle città che amministrano? Glielo dico io: agli occhi dei cittadini la classe politica è screditata. Troppe parole, pochi fatti. 

Come reagire?
Anzitutto smettendola di inseguire i cosiddetti «populisti». La democrazia diretta è un mito. L’unica democrazia funzionante è rappresentativa: dobbiamo difendere la necessità e l’importanza di rappresentanti eletti dal popolo. Per farlo c’è una sola strada: sobrietà e concretezza, agire subito in Italia e in Europa. E credo che un centrodestra dall’impronta cattolica e liberale possa fare davvero la differenza. 

In che senso? 
E’ l’unica forza di governo credibile del Paese. La coalizione sta serrando i ranghi in vista delle prossime elezioni. Silvio Berlusconi ha rilanciato i temi chiave, lavora ad uno schieramento compatto insieme ai leader degli altri partiti, da Forza Italia alla Lega Nord, da Fratelli d’Italia ai gruppi che si riconoscono in modo non equivoco nel nostro progetto politico, alternativo alla sinistra e al PD. Sul piano della responsabilità e delle capacità di trovare le soluzioni migliori non abbiamo dubbi: governiamo con efficacia in Lombardia, Liguria e Veneto; lo stesso governo Gentiloni e perfino Bruxelles attuano ‘ricette’ che il centrodestra propone da anni. 

Andiamo al concreto, a cosa si riferisce?
Penso all’immigrazione. Sono almeno cinque anni che chiediamo di bloccare le partenze dei migranti, stringendo accordi con gli Stati africani e facendo il modo che l’identificazione avvenga prima del loro ingresso in Europa. Una patto per bloccare i flussi è stato siglato con la Turchia: qui l’UE ha agito con prontezza, ha messo sul tavolo sei miliardi e gli immigrati hanno smesso di battere la via balcanica. Guarda caso, la Germania ne ha beneficiato in modo massiccio, mentre la rotta mediterranea da cui arrivano nel nostro Paese centinaia di migliaia di persone è stata di fatto abbandonata per anni e lasciata senza soluzioni strategiche. 

E oggi gli sbarchi tornano a crescere.
Se qualcosa cambierà, sarà solo perché le autorità decideranno di muoversi nel solco della proposta del centrodestra che ho appena ricordato. Ma è troppo comodo svegliarsi nell’anno delle lezioni di Olanda, Francia e Germania, e parlare della necessità di una svolta sui migranti, come ha fatto l’Alto rappresentante UE Federica Mogherini, senza ammettere nel contempo i propri errori. Agire così, con un ritardo clamoroso e in modo strumentale solo per la paura dei movimenti estremisti e delle spinte centrifughe anti europee, è un atteggiamento irresponsabile, che rischia di gettare altra benzina sul fuoco. 

Lei parla di cambiare l’Europa: in che modo?
A Bruxelles faccio la mia parte difendendo famiglia e impresa, cercando con ogni mezzo risorse e strategie d’azione per contribuire all’uscita dalla crisi. I risultati arrivano lavorando con tenacia. E’ così che sono riuscito ad ottenere che il Parlamento UE finanziasse con milioni di euro due progetti pilota per la digitalizzazione delle Pmi e l’ammodernamento delle linee ferroviarie. Entrando nel merito dei dibattiti sulle diverse questioni, all’interno delle Commissioni Industria e Trasporti di cui faccio parte, tocco con mano quotidianamente le disfunzioni europee. 

Come quella che chiama «velocità tedesca»? 
Nessuno ce l’ha con la Germania. E’ un grande Paese e la prima economia europea. Giustamente deve avere il suo peso. Ma se l’UE non inizia a smarcarsi senza equivoci da un approccio troppo filo tedesco, su cui mi sono pronunciato pubblicamente a più riprese non sto qui a richiamare nel dettaglio, non sarà credibile né in grado di offrire ai cittadini degli altri Stati membri le risposte che attendono su immigrazione, terrorismo e crisi economica. 

Condivide l’idea di una nuova Europa con 27 Stati a più velocità? 
Il dibattito sull’UE a più velocità è una finzione: velocità diverse ci sono già, vedi Schengen e l’eurozona. Per questo dico che la Dichiarazione di Roma nel 60esimo dei Trattati è un’occasione sprecata, da cui l’UE rischia di uscire indebolita. Mancano due ingredienti fondamentali, i soli da cui sono convinto debba ripartire l’UE: le fondamenta di pace della tradizione cristiana e la volontà politica di rimettere in discussione seriamente l’impianto istituzionale. 

Cambiando i trattati?
Non deve essere un tabù. Bocciato un testo, si riparte lavorando a soluzioni nuove. E’ già successo con il Trattato di Lisbona in risposta alla bocciatura franco-olandese della Costituzione per l’Europa. Credo sia arrivato il momento del coraggio: i leader europei non possono andare a Roma e cavarsela con una foto di gruppo e una dichiarazione di intenti. Dobbiamo convocare una Conferenza intergovernativa e aprire una grande stagione di riforme, cercando di capire anzitutto che cosa non ha funzionato nei trattati.  

Qual è l’obiettivo finale?
Rilanciare l’Europa degli Stati per difendere l’Europa dei popoli. Dobbiamo accettare il rischio di cambiare, coinvolgere l’opinione pubblica in un grande confronto sulle modifiche normative da apportare per fare ripartire l’UE, usando argomenti solidi ed evidenziando le contraddizioni dell’anti europeismo fine a se stesso.


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L'Informatore - Quotidiano liberale

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