ALTRO GIRO | 12 Aprile 2018

L’ultima spiaggia del governo Salvini-Di Maio

Via al secondo giro di consultazioni. Serve più tempo per un accordo Salvini-Di Maio. Ma alla fine saranno le urgenze della politica interna e la pressione della comunità internazionale a far valere il loro peso

di ROBERTO BETTINELLI

Un altro round di consultazioni. Una scelta obbligata per il Capo dello Stato che ha visto vanificare l’esito del primo confronto fra leader e partiti dopo le elezioni del 4 marzo. Un risultato atteso considerata l’assenza di una maggioranza in grado di provvedere con certezza alla nascita dell’esecutivo. Una situazione di stallo che non significa, però, l’assenza di vincitori come invece trapela dal dibattito pubblico.

Un vincitore c’è stato: il centrodestra. All’interno del quale la leadership di Matteo Salvini è più che salva dopo la tenuta della coalizione davanti all’assalto dei grillini. Il tentativo di Luigi Di Maio di spezzare l’asse del centrodestra dividendo Lega e Forza Italia è infatti naufragato. Salvini ha scelto la coerenza di un’alleanza che governa nelle regioni del Nord e che si appresta a trionfare anche in Friuli Venezia Giulia. Il blitz dei 5 Stelle si è rivelato inefficace, ma soprattutto ha palesato un evidente scorrettezza nel metodo. I veti in casa d’altri non sono razionalmente giustificabili né hanno possibilità di successo.

Il centrodestra unitario, quindi, è ancora in gioco anche se la Lega detiene il primato decisionale. Un diritto che Salvini si è conquistato nella prova suprema delle urne, garantendo al proprio partito un numero più alto di consensi rispetto a quanto ottenuto da Forza Italia. Nei territori il Carroccio ha dilagato mentre gli azzurri hanno accusato un vistoso e allarmante ridimensionamento. Allo stesso tempo la presenza intermittente di Silvio Berlusconi nel corso della campagna elettorale ha privato Forza Italia della sua arma più competitiva. Una leadership nazionale minata dalla questione anagrafica e dalla questione giuridica dell’incandidabilità, insieme alla scarsa attitudine da parte dei dirigenti locali di intercettare autonomamente il consenso, hanno inficiato l’esito del voto a tutto vantaggio della Lega di Salvini che oggi non in pochi tendono ad immaginare come il punto di approdo inesorabile del nascituro partito del centrodestra.

Una sorta di Pdl a trazione leghista che può sorgere difficilmente in tempi rapidi. Fino a quando Silvio Berlusconi sarà nell’arena Forza Italia non avrà consensi propri da portare in dote all’alleato. Sul fronte della destra, parallelamente, è certo che Giorgia Meloni farà di tutto per non farsi inglobare dalla Lega in versione nazionalista. Ma per farlo ha una sola carta da giocare: il meridionalismo. Una carta che di per sé non offre generose posizioni di rendita ma solo un magro regime di sopravvivenza. Il sud, infatti, ha già fatto intendere che al centrodestra preferisce nettamente lo statalismo del Movimento 5 Stelle.

Mattarella è convinto che, alla fine, Salvini e Di Maio possano trovare la quadra per costruire l’esecutivo e anche se l’incarico spetterebbe al leader leghista è quasi certo che dovrà essere individuato un terzo uomo per il ruolo di presidente del Consiglio. Né Salvini né Di Maio, infatti, possono rassegnarsi a diventare i ‘vice’ l’uno dell’altro mentre potrebbero decidere di fare parte di un governo in cui il premier permanga in una condizione subalterna rispetto ad entrambi. E’ questo, con ogni probabilità, l’esito che il capo dello Stato si aspetta da questo secondo giro di consultazioni e che, c’è da aspettarsi, non vedrà la luce. Almeno non adesso. 

Perché la soluzione possa configurarsi realisticamente è indispensabile che passi altro tempo facendo sperimentare al Paese il rischio di una ingovernabilità protratta a lungo. Solo allora, per opera delle pressioni interne e della comunità internazionale, gli spigoli saranno limati a dovere. Solo allora Salvini potrà siglare apertamente il patto con Di Maio, puntando a coagulare il voto del nord produttivo della flat tax con il voto del sud assistenzialista del reddito di cittadinanza, mentre il delfino di Grillo potrà far digerire al popolo pentastellato la coabitazione con Forza Italia. Un risultato che oggi si può solo intravedere e, onestamente, solo a tratti.

Ma la cronaca politica è in grado di offrire soldi indizi che vanno in questa direzione, a partire dalla strategia che ha condotto all’accordo per le presidenze dei due rami del parlamento. Sempre che nel frattempo il Pd non si liberi dal giogo renziano e realizzi il blocco delle sinistre cedendo ai richiami dei 5 Stelle, dando seguito agli auspici dei sindacati e della Cgil. Uno scenario la cui bontà, con buona pace di Renzi, ha convinto da tempo alcuni dei più autorevoli esponenti democratici.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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