ARTE | 14 Novembre 2014

Quando dipingere è una preghiera quotidiana

La pittura del maestro Libero Donarini. Così prende forma la bellezza del creato

di ROBERTO BETTINELLI

Non fosse per il fatto che la mostra del maestro Libero Donarini si è conclusa leggermente in anticipo rispetto all’uscita di questa testata, ne avremmo informato i lettori in tempo reale, convinti che avremmo reso loro un buon servizio. I piccoli dipinti esposti nella saletta in faccia alla cattedrale di Crema (Cr), avrebbero meritato indubbiamente il viaggio in una riservata ma vivace città di provincia.  

In fondo è questo ciò che si chiede a chi si occupa di cultura: fare esperienza di persona e stilare una gerarchia degli autori e degli artisti, indipendentemente dalle classifiche dei circuiti ufficiali. La profondità e la libertà di giudizio, quindi, ma nell'ottica della divulgazione. E sempre con grande ironia. 

La pittura di Libero Donarini coincide con il luogo del silenzio e del sacro. Il titolo che l’artista ha voluto dare alla sua mostra è “Sileatur”. Una scelta non casuale quella del latino, la lingua usata nei secoli per tramandare il rito cristiano. Una trentina di opere che raccontano la produzione degli ultimi anni e che fino al 2 novembre erano ospitate nelle sale della Pro Loco in piazza Duomo. Una selezione che faceva il punto sui recenti traguardi di una ricerca che prosegue da decenni e che ha saputo sempre rinnovarsi. 

Libero Donarini ha 68 anni e ha dedicato la sua vita alla pittura, esponendo nelle principali città italiane dove ha ottenuto importanti riconoscimenti. Dopo l’avvio nell’ambito del figurativo ben presto viene folgorato dall’astrattismo. I suoi maestri sono Afro, William Congdon e Mark Rothko. Diventa un interprete fra i più originali della nuova astrazione italiana. Ma negli ultimi anni è tornato a concentrarsi sulla figura, unendo una tecnica impareggiabile con le suggestioni di una tradizione illustre che comprende Piero della Francesca, il Morandi ‘metafisico’, il surrealismo di Dalì fino alle punte più idealizzanti del realismo novecentesco.

“Morandi mi ha sempre affascinato. In quei quadri di bottiglie, bicchieri e piccoli vasi c’è il racconto di tutto l’universo” conferma Donarini rivelando la sua affinità con l’artista bolognese. Una sintonia che nasce dalla comune poetica di intendere la pittura come un diario personale che si avvale di una quotidianità umile e apparentemente banale per superare i limiti materiali dell’esistenza umana. La missione di Donarini è dare corpo all’idea dell’infinito. Ma la presenza dello spirito nel suo caso non può che coincidere con il divino. 

I dipinti del maestro cremasco sono dominati dai dettagli dei frutti, delle piante e degli insetti che vivono nel giardino della sua casa di Pieranica. Un eden personale e nascosto che alimenta il suo sguardo e la sua immaginazione, fornendo il materiale visivo per la creazione, esattamente come il verde brillante e sempre mutevole della tenuta di Giverny ha ispirato a Monet le macchie delle ninfee. 

Donarini interpreta il lavoro in modo quasi monastico. “Disegno e dipingo per ore, ogni giorno. E’ la mia preghiera quotidiana”. L’immagine non può che derivare da una tensione spirituale che nasce da un’esigenza interiore e che si traduce in un meticoloso lavoro di sintesi dove la fotografia svolge un ruolo importante. “Mi aiuta a studiare l’oggetto, a isolarlo dal contesto, a individuare i particolari e soprattutto a capire quale è la luce più adatta…”. In questo modo l’immagine viene sottratta all’indeterminato della contingenza e fissata per sempre dall’obbiettivo della macchina fotografica. Il passaggio successivo è affidato alla mano esperta dell’artista che non si limita a riprodurre l’oggetto ma lo studia nelle sue fattezze formali, sezionandolo come fosse un chirurgo. Lo depura senza indebolirne la riconoscibilità. La materia perde la sua gravità mentre affiora sulla tela il simulacro mentale dell’immagine. 

La freschezza e la sorpresa che generano i suoi piccoli dipinti vengono proprio dalla capacità di sottoporre il dettaglio visivo a un processo di riduzione che tende verso la rappresentazione della forma universale. Allo stesso modo degli enigmi di De Chirico la realtà giunge allo sguardo dello spettatore insolita e piena di meraviglia. Una sorpresa che trova corrispondenza nella stesura pittorica che si sviluppa attraverso una serie di lievi velature che provengono dalla piena confidenza con le tecniche pittoriche rinascimentali e conferiscono stupore e leggerezza. Il rispetto per il mestiere è assoluto. L’ammirazione per i grandi maestri e la ricerca della perfezione si fondano sullo studio dei testi più autorevoli: il ‘Libro dell’Arte’ di Cennino Cennini, il ‘Trattato della pittura’ di leonardo Da Vinci e il ‘Piccolo trattato di tecnica pittorica’ di Giorgio De Chirico. “La fretta non mi interessa, è un segno di decadenza. Amo le cose fatte bene…” spiega Donarini che prepara di persona le tele usando impasti complessi e raffinati che ospitano le tecniche miste, l’olio e la tempera, la grafite, la punta d’argento. Magnolie, zinnie, cachi, aglio, fagioli, farfalle, lumache e libellule sono i soggetti preferiti. Ma anche bicchieri, vasi, umili oggetti domestici. Fino ai ritratti e alla figura intera. Il maestro a volte gioca con l’immagine come farebbe un bambino, lasciando il reale in balia della fantasia che ricostruisce il significato del visibile. Può accadere allora che una ‘presina’ da cucina galleggi come una tartaruga marina sopra un muro impalpabile o il profilo di un baccello rievochi un uccello che spicca il volo. In queste prove è accolta la lezione della pittura di Dalì che duplica l’immagine sottoponendola all’arbitrio della visione. Ma la poetica dell’artista cremasco rivela il mistero senza mai cedere all’angoscia. 

I suoi ‘pinocchietti’ sono i lavori dove è più presente l’inclinazione ludica e fantastica. Si tratta di piccole statue di ceramica che Donarini ha regalato ai figli Cesare e Andrea quando erano bambini. “In un quadro sono legati da un filo di spago che una lumachina trascina con grande fatica. E’ uno sforzo immenso, molto superiore alle sue forze…è stanca, esausta, vorrebbe mollare…ma proprio nel momento in cui sta per cedere arriva la libellula che la incita e la sprona ad andare avanti…” racconta facendo trapelare il meccanismo narrativo di queste fiabe in miniatura che hanno come unico scopo il divertimento. 

La libellula, la lumaca, i ‘pinocchietti’, sono tutti elementi che appartengono alla vita quotidiana del maestro, abituato a sondare i limiti estremi di un realismo che abbraccia il particolare per svelare la permanente connessione con l’universale. 

La serialità e il riferimento continuo ai soggetti che tornano come veri e propri temi della sua pittura si avvicinano alla circolare essenzialità delle musiche di Arvo Part, il celebre compositore estone che spesso Donarini ascolta mentre dipinge nel suo studio. 

E’ una pittura animata da una vocazione religiosa che si rispecchia nelle piccole dimensioni degli ultimi lavori. L’artista si concentra su sé stesso, tuffandosi nel segreto della sua anima, pronto a rapire i segnali del mondo esterno per convertirli in un linguaggio dove la luce investe gli oggetti con un chiarore sovrannaturale. Sullo sfondo si rompe la scatola della razionalità prospettica e si afferma la rappresentazione dell’infinità dello spazio. A volte i suoi quadri sono avvolti da un alone tizianesco che sfuma i confini. Altre volte, invece, si tratta di un’aurora limpida e metallica che tonifica la figura in un’aura quattrocentesca. 

“Dipingo il mio mondo, ma non sono io il protagonista. Mi limito a registrare ciò che vedo. E ciò che vedo e tocco con mano ogni giorno è la bellezza del creato” dice Donarini. 

Libero Donarini è un artista controcorrente. In un’epoca che ha ha estromesso il significato nascosto del sacro riducendo l’arte a fenomeno assordante e chiassoso, il suo mite eroismo afferma l’attualità di una tradizione pittorica che accoglie la libertà dello spirito nella gioiosa severità della forma dichiarando senza reticenze la consapevolezza che l’uomo è destinato alla felicità ed è il principale fruitore di una maestosa bellezza. La sua pittura è il segno luminoso dell’amore di Dio per tutte le creature che abitano il mondo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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