MONDO AL CONTRARIO | 28 Gennaio 2015

La burocrazia? «In Italia cittadini al servizio del pubblico»

Tralicci di alta tensione e smaltimento di rifiuti elettrici. La storia della S.E.Val di Lecco, azienda super specializzata: tra collaborazioni virtuose con l’università italiana e la lotta quotidiana con il grande male del Paese: la burocrazia

di LUCA PIACENTINI

Roberto Ardenghi non è più un ragazzo. Nei panni dell'imprenditore ha visto tutto. E come chiunque nel Belpaese abbia tentato di intraprendere, si è scontrato con il muro impenetrabile della burocrazia. Ha il dente avvelenato con timbri e procedure inutili. Ma mentre racconta la storia della sua azienda, lo sguardo gli si accende di passione. E' qui, nel gusto di realizzare, dare lavoro alle famiglie, di costruire qualcosa di utile e che resti nel tempo, che ogni giorno ritrova motivazioni ed energie. 

Ardenghi è l'amministratore unico della S.E.Val di Colico, azienda lecchese che realizza elettrodotti e da alcuni anni opera nello smaltimento di beni durevoli. Con passo veloce l’imprenditore attraversa i capannoni. Mostra gli impianti e indica i materiali di recupero. Il rame e l’acciaio provenienti dai frigoriferi, la grafite dalle pile: Ardenghi ne preleva una manciata e spiega nei dettagli come funziona. 

Ci porta davanti al pezzo forte del processo, un impianto di trattamento galvanico realizzato insieme a scienziati e ricercatori, la prova concreta che una collaborazione efficace tra industria e università non è possibile solo oltreoceano. L’impianto è il primo in Italia dedicato al recupero di pile zinco-carbone. 

Quando gli chiediamo come c’è riuscito, come ha messo in piedi tutto questo, ci parla dell’inizio. Di quando era un tecnico Enel e, ad un certo punto, ha deciso di mettersi in proprio, per costruire da sé ciò che sapeva fare meglio: gli impianti elettrici. 

E’ partito da qui ed è approdato al settore rifiuti. Oggi è a capo di un gruppo che sfiora i 50 milioni di euro di fatturato, dà lavoro a 280 persone, in parte in provincia di Lecco, in parte in Basilicata. Il core business consiste in due attività: la realizzazione di linee elettriche di alta tensione per conto di Terna e il recupero di rifiuti elettrici ed elettronici per i consorzi dei produttori di elettrodomestici (i principali clienti), che si sono organizzati per effettuare il recupero dei prodotti e rispettare le norme europee.  

«Certe idee nascono anche guardando alle esigenze del mercato - spiega Ardenghi - Il piacere di fare questo lavoro ci ha portato a sviluppare tecnologie sempre nuove. Siamo arrivati a trattare pile e frigoriferi, oltre a tutti gli scarti delle parti elettriche».

Quali sono i numeri dell’attività?

«Nel Nord Italia serviamo circa 14 milioni di abitanti, mentre nello stabilimento in Basilicata un bacino di oltre 11 milioni. Il prodotto che arriva da più lontano lo importiamo dalla Sardegna, dove sarebbe antieconomico pensare ad un impianto. Le quantità raccolte nell'isola infatti sono minime».

«Nel complesso trattiamo 60mila tonnellate l'anno di rifiuti di Rae (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed elettroniche). L’elettrodomestico che smaltiamo in quantità maggiore è il frigorifero, classificato come apparecchiatura pericolosa a causa del gas contenuto nelle serpentine e nel pannello di isolamento termico. In questo caso impieghiamo la tecnologia più complessa. Poi recuperiamo materiale di riciclo da tutti gli altri elettrodomestici che troviamo nelle case, dalla televisione all’asciugacapelli».

Tra le iniziative più originali dell’azienda c’è la collaborazione con l'università, quella dell’Aquila e La Sapienza di Roma. 

«Dell'università avevamo bisogno, soprattutto per l'impianto galvanico e il trattamento delle pile. Io sono un meccanico e non ho competenze di chimica. Grazie all'università abbiamo ottenuto grandi risultati. Ne è nata una collaborazione interessante dal punto di vista scientifico e assolutamente indispensabile sotto il profilo industriale». 

Secondo lei, in generale, manca questa collaborazione stretta tra industria e università, un'osmosi non solo di saperi ma anche di persone?

«Diciamo che noi abbiamo bisogno di loro. Vorrei dire viceversa, ossia che l'università ha bisogno di noi. Dobbiamo combinare teoria e pratica. Spesso con la sola elaborazione concettuale non si riescono a focalizzare le esigenze e non si raggiungono gli obiettivi. Messe insieme, probabilmente, le due cose darebbero il massimo». 

Come vede il futuro del settore in Italia? Quali sono gli ostacoli principali? 

«La burocrazia. Se uno vuole fare una piccola variante impiega mesi per ottenere l'autorizzazione, mentre in altri Paesi non esiste tutto questo. Insisto nel dire che in Italia, a differenza di tutti gli altri Stati, noi siamo al servizio del pubblico, mentre negli altri Paesi il pubblico è al nostro servizio».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.