LA LEZIONE DI GREXIT | 14 Luglio 2015

La caduta di Tsipras e di tutti i populisti anti-euro

Intesa fra UE e Atene, Tsipras ‘cala le brache’. Una dura lezione per il populismo anti-euro che urla tanto in piazza ma quando c’è da farsi valere conclude poco o nulla

di ROBERTO BETTINELLI

Il gesto studiato di togliersi la giacca al termine della maratona di 17 ore dell’Eurosummit esclamando «prendete anche questa», non è altro che il simbolo dell’umiliazione alla quale è stato sottoposto Alexis Tsipras. Così è stato interpretato dall’ala radicale di Syriza il nuovo accordo con l’Unione Europea. Ed è così che deve essere interpretato malgrado tutti i tentativi di addolcire la pillola. 

A Bruxelles è andata in scena una violenta battuta d’arresto che ha stroncato le velleità del leader ‘giottino’ che ha acceso le polveri dell’antieuropeismo. Una moda populista che ha contagiato tutto il vecchio continente e che vede schierati in prima fila protagonisti indiscussi della politica italiana come Grillo e Salvini. Il segretario della Lega Nord e il fondatore del Movimento 5 Stelle hanno sostenuto posizioni simili a quelle del leader di Syriza. 

Posizioni che, in modo prevedibile, sono stato spazzate via dalla fermezza inossidabile dei ‘falchi’ alla Wolfgang Schäuble. Il ministro delle Finanze tedesco non ha esitato a prendersela con Draghi per l’eccesso di morbidezza mostrato nel caso Grexit e si è fatto portatore della proposta di una temporanea uscita dall’euro di Atene per cinque anni. Una proposta che ha gelato le speranze di tutti coloro che, Matteo Renzi incluso, si sono illusi di poter revisionare a cuor leggero i patti d'acciaio sui quali è stata edificata la moneta comune. 

La verità è che il capo del governo greco ha siglato un contratto decisamente più sfavorevole di quello che ha respinto due settimane fa. A nulla è valso il referendum che ha visto prevalere nettamente il fronte del ‘no’ e che si è rivelato un trofeo inutile. Angela Merkel non si è fatta impressionare e ha tenuto ferma la barra del negoziato che si è concluso con il terzo salvataggio di Atene in cinque anni e con un ulteriore prestito di 82-86 miliardi dopo i 240 miliardi già stanziati negli episodi precedenti. 

Alexis Tsipras ha ceduto su tutta la linea: aumento dell’Iva, taglio delle pensioni, riforma dell’Istituto nazionale di statistica e ispezioni dei tecnici dei Bruxelles, riduzioni semi-automatiche della spesa in assenza dei surplus di bilancio, modifica drastica del Codice di procedura civile e attuazione della direttiva europea sul fallimento delle banche. 

Una quota importante del prestito concesso dal fondo salva-stati, circa 25 miliardi, saranno destinati a dare ossigeno alle banche greche. Tsipras si è impegnato a conferire in un fondo fiduciario asset per 50 miliardi. Molto di più, quindi, del piano di privatizzazzioni da 17 miliardi che aveva annunciato.  

L’Eurosummit è andato in porto, ma a decidere sono stati Angela Merkel, Hollande e il presidente del Consiglio europeo Tusk. L’operazione ha richiesto ovviamente la vigilanza della Bce di Mario Draghi, l’unico italiano ad aver giocato un ruolo di rilievo in tutta la vicenda. Del tutto irrilevante il peso del premier italiano, Matteo Renzi, come al solito chiamato a ratificare quanto stabilito dai partner maggiori salvo poi tentare di guadagnare visibilità attraverso la consueta azione comunicativa. 

Ora tocca a Tsipras far digerire l’intesa al parlamento di Atene che dovrà approvare le riforme in 48 ore. Missione non facile viste le reazioni del suo stesso partito. Una vera corsa contro il tempo. Il 20 luglio la Grecia deve restituire alla Bce la rata di 3,5 miliardi alla quale si aggiunge quella del Fmi di 1,6 miliardi scaduta a giugno. 

Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha commentato: «Non ci sono né vincitori né vinti». La retorica, in questi casi, è d’obbligo. Ma un conto sono le belle parole e un conto è la realtà. Tsipras ha perso su tutta la linea. E con lui hanno perso i greci che si sono illusi di non dover pagare i debiti che gravano sulle spalle dei Paesi amici e che si sono moltiplicati da quando i governi di Atene hanno truccato i conti per entrare nell’euro. 

Grexit è una dura lezione per i leader populisti che dilagano in Europa e che sono bravissimi a macinare consensi nelle campagne elettorali sparando a zero contro la presunta cospirazione finanziaria della Merkel e della Bce. Un atteggiamento dalla spiccata vocazione drammaturgica e che può vantare un notevole successo di pubblico, ma che finora non ha modificato di una virgola le convinzioni e i piani dei tecnocrati di Bruxelles. Perché ciò accada serve ben altro dei modi altezzosi di Tsipras, della rabbia di Salvini o degli sputi di Grillo. E’ sufficiente esaminare la risposta dello spread tra Bund e Bpt, sceso a 117,4 punti, e il rialzo istantaneo della borsa dopo i tonfi della settimana scorsa per capire dove e come imboccare la via maestra della stabilità. Una via che inizia solo quando le grida inutili e sguaiate della piazza sono messe a tacere.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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